Avere vent’anni: LIARS – Drum’s Not Dead
Drum’s Not Dead è uno dei miei dischi preferiti degli anni Duemila, direi che rientrerebbe in un’ipotetica “top 10”, ma probabilmente anche in una classifica dei miei dischi preferiti in assoluto, di qualsiasi genere. E ciò non solo per ragioni prettamente musicali, ma perché lo ricollego ad un periodo storico e personale del tutto codificato, quello delle community musicali di quel periodo, di cui ho ampiamente parlato proprio in occasione del ventennale del secondo disco dei Liars. Ovviamente non starò qui a ripetere le stesse cose di cui ho parlato in quell’articolo, o della vecchiaia che avanza, o di dove va a finire il tempo – a quello risponde sempre Sandy Denny – ma, ricollegandomi a quel discorso, una cosa che mi manca tantissimo di quel periodo sono le aspettative; e il discorso va ben oltre la musica.
Oggi ci troviamo a parlare settimanalmente dei dischi più attesi della settimana, dei film del momento, delle centocinquanta serie che esordiscono o ritornano nello stesso giorno. Ciò non solo significa che “esce molta più roba” del passato, ma che le aspettative del fruitore medio sono, fondamentalmente, anestetizzate. Si aspetta sempre un nuovo film, disco, libro, etc, ma una volta uscito, dopo aver ascoltato almeno un terzo dei brani in anteprima, si passa immediatamente a quello successivo, magari pubblicato lo stesso giorno, senza dargli il tempo di crescere, di comprenderlo, di farlo respirare. Non succede sempre, in parte succedeva anche prima, ma quando dovevi spendere i soldi per ascoltarlo, be’, era decisamente diverso. Ecco, i primi Duemila erano ancora un momento in cui le aspettative contavano qualcosa, e ricordo benissimo quelle che circondavano la pubblicazione del terzo album dei Liars, un disco che se fosse uscito oggi, sono sicuro, non avrebbe goduto dell’attenzione che avrebbe meritato.
Perché Drum’s Not Dead è, da un lato, la sublimazione di un percorso che Angus e soci hanno portato avanti dal debutto, e dall’altro un qualcosa di completamente diverso da tutto, dove non serve citare uno specifico brano perché è un fiume in piena, fluido, inafferrabile, indivisibile. Un album in cui, come nei precedenti, sono ben tangibili determinati riferimenti: i This Heat, i Gang of Four, la No Wave, i Sonic Youth (che io ho sempre sentito nei Liars, soprattutto quelli del capolavoro Bad Moon Rising), ma il tutto è filtrato attraverso altro: krautrock, psichedelia, tribalismi. Un lavoro vagamente concepito sotto forma di un “concept album guidato dal ritmo”, incentrato sulla battaglia psicologica tra due forze opposte, Drum (fiducia creativa, produttività) e Mt. Heart Attack. (dubbio, ansia). Cinquanta minuti scarsi di un flusso unitario – o quasi. Undici nenie psichedeliche, ossessive e riflessive al tempo stesso in cui il tempo sembra dilatarsi a dismisura e in cui le percussioni, come da titolo, la fanno da padrone.
Per chi scrive parliamo di uno degli album più indefinibili e liberi degli ultimi trent’anni, che va oltre gli stretti confini del rock, o di qualunque genere, riuscendo ad unire, che so, gli Ash Ra Tempel ai già citati Sonic Youth, senza mai sembrare un mappazzone di roba scollegata, ed è davvero difficile trovare in epoca più o meno moderna un lavoro che sia al tempo stesso così libero e così piacevole da ascoltare, nonostante il suo essere oggettivamente ostico. Un disco che, in alcuni momenti, riesce anche ad essere frustrante, nei suoi mantra ripetitivi, in questo sabba di voci sguaiate che, a volte, non vanno da nessuna parte e creano un crescendo che non sfocia in niente, se non in ulteriori ripetizioni. E che, paradossalmente, una volta terminato, non vedi l’ora di ricominciare, di rimettere su perdendoti nuovamente nei suoi mille rivoli e nel suo essere così denso e ipnotico.
Ma mentre rileggo queste righe, riascoltando – almeno per la ventesima volta in questo mese – il disco, ripensando al concerto dei Liars al Circolo degli Artisti gremito, ai miei vent’anni, al Forum del Mucchio, al fatto che chi non conosce l’album non capirà un cazzo del disco da questo articolo, mi rendo conto di aver mentito, per ben due volte. Perché c’è un brano che deve essere citato, che è anche ciò in cui sfocia l’intero album e lo chiude in modo a dir poco commovente: The Other Side of Mt. Heart Attack, una ballata che non è una ballata, la catarsi alla fine del viaggio, la migliore possibile, il momento in cui è possibile sedersi, riconsiderare il percorso intrapreso e guardare avanti.
if you want me to stay
I’ll stay by your side
I’ll stay by your side
and I want you to find me
so I’ll stay by your side
(L’Azzeccagarbugli)


