Mayhem // Marduk // Immolation @Alcatraz, Milano – 17.02.2026

È molto suggestivo arrivare all’Alcatraz e sentire uscire dalle casse una musica per solo piano, struggente e toccante, mentre il batterista degli IMMOLATION fa riscaldamento, conscio di ciò che inizierà a breve. A un certo punto sale sul palco il resto della band, con Dolan e Vigna carichissimi, e il set comincia con An Act of God. Dalla mia posizione riesco a vedere i movimenti di Steve Shalaty (il batterista di cui sopra) attraverso i tom; finisco per fissarmi sul suo drumming per tutto il concerto. Shalaty esegue movimenti ampi e porta i blast beat quasi sempre con la mano destra sul rullante, riuscendo così a eseguire con fluidità quei mille fill sui tom che lo contraddistinguono. Si tratta di passaggi che sono parte integrante del groove, più che semplici stacchi per sottolineare la fine delle battute. Vedendolo da vicino, capisco finalmente come riesca a tirare fuori quel suono personale e originale che caratterizza poi il suono dell’intera band. Nel frattempo, gli Immolation procedono senza sosta e Dolan si impone sul pubblico con una voce devastante, identica a come viene resa su disco. Il concerto si chiude con The Age of No Light in tutta la sua magnificenza. Band che ha fatto della perfezione il proprio standard.

I MARDUK vengono introdotti da una musica religiosa che si protrae così a lungo da iniziare a farmi sfrigolare i cosidetti. Finalmente sale la band: un Morgan sovrappeso viene osannato dal pubblico e dimostrerà, per tutto lo show, l’entusiasmo di un esordiente. Per ultimo entra il sempre borioso Mortuus, un cantante dalla tecnica ancora pazzesca e dalla voce incredibile che però sul palco, a me, non trasmette la minima emozione. È la quarta, quinta volta che lo vedo con i Marduk, e dal 2009, quando lo vidi per la prima volta, nulla è cambiato; si aggira sul palco come uno che sta ammazzando il tempo al gate dell’aeroporto, infastidito perché il volo è in ritardo e guardando torvo il personale di terra. Si butta in testa qualche litro di acqua naturale, sicuramente a temperatura ambiente altrimenti alla sua età, se fosse stata fredda, le cervicali colpirebbero duro il giorno dopo. Poi compie un gesto da vero blackster: una volta finita, butta una bottiglietta di acqua a sinistra e il tappo a destra. Sconvolgente. Morgan dal canto suo invece pare divertirsi ancora tantissimo a suonare pezzi come Wolves e On Darkened Wings, che hanno più di trent’anni. Sarà stato il palco piccolo, sarà che a me Mortuus pare sempre preso talmente duro che fa tutto il giro e risulta ridicolo, sarà che la differenza di atteggiamento tra lui e Morgan me li fa sembrare gli Stanlio e Ollio del black metal, ma l’esibizione dei Marduk non è che proprio mi abbia convinto.
Il cambiopalco è accompagnato da una musica electro ambient che pare un set di Aphex Twin, mentre alcuni operai edili montano quell’impalcatura che è la batteria di Hellhammer. È proprio lui, dei MAYHEM, a entrare per primo, vestito di bianco come se fosse appena sceso da una barca a Porto Cervo. D’altro canto, ha avuto una sua parte nella creazione del black metal, quindi ha ragione lui e va bene così. Entrano gli altri e, per ultimo, Attila, vestito da papa malvagio o qualcosa di simile. Sono molto vicino al palco, forse troppo, perché inizialmente sento un pastone di suoni, con volumi altissimi, che rende difficile riconoscere i brani. Mi godo però Buried by Time and Dust, che, secondo me, ha uno dei testi più belli mai scritti. A metà set mi sposto nelle retrovie dove l’acustica migliora. I Mayhem si esibiscono con uno schermo alle spalle che proietta immagini a tema con i brani. Attila entra ed esce di scena per un paio di cambi d’abito e, al primo di questi, compare anche il solito teschio che tiene in mano in stile attore shakespeariano. La scaletta prende brani da tutta la loro discografia. Dopo un’ora abbondante la band esce e inizia il momento amarcord: sullo schermo scorrono le immagini dei Mayhem giovanissimi, compresi i membri scomparsi, seguite dopo un po’ dalla marcia di Silvester Anfang a preannunciare la band che torna sul palco e chiude con i primi, storici pezzi presi da Deathcrush. Un concerto potente e ben fatto, che mi è piaciuto senz’altro, ma vi prego: basta con le foto alla “come eravamo” (chi c’era si ricorderà la stessa cosa, molto più penosa per altri motivi, al concerto dei Pantera a Bologna qualche anno fa) ai concerti metal. È, appunto, UN CONCERTO METAL, non la celebrazione del quarantesimo anniversario di matrimonio dei nonni con i nipoti che hanno fatto una galleria di immagini da mostrare sul muro del ristorante durante la torta. E che cazzo. (Luca Venturini)

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