The Last Highway: un libro indaga sugli ultimi mesi di vita di Bon Scott
Qual è stata la vera causa della morte di Bon Scott? Chi si trovava con lui nelle ultime ore della sua vita? Ed è vero che i testi di Back in Black sono stati scritti tutti da Brian Johnson? Queste sono le domande a cui cerca di rispondere The Last Highway, poderoso tomo di oltre 500 pagine pubblicato in Italia dalla casa editrice Il Castello e firmato da Jesse Fink, londinese trapiantato in Australia e già autore di The Youngs, una biografia su Angus e Malcolm.
Facciamo un passo indietro. La versione ufficiale sulla sua morte è nota: Bon Scott è rimasto soffocato dal proprio vomito dopo una sbronza particolarmente pesante, mentre dormiva nella macchina parcheggiata di tale Alistair Kinnair, che lo aveva lasciato lì per fargli smaltire l’ubriacatura. Questa versione non è mai stata messa davvero in discussione, perché certificata all’epoca dal medico legale e confermata anche da amici e familiari, compresi i fratelli Young.
La tesi di Fink è che non sia stato l’alcol a provocare la morte del cantante, ma l’eroina. L’autore, attraverso numerosissime testimonianze incrociate e ricostruzioni, spesso raccolte di prima mano attraverso viaggi, telefonate e chiacchierate con amici e conoscenti di Bon, cerca di dimostrare che, quantomeno negli ultimi anni di vita, quest’ultimo facesse uso di eroina, probabilmente inalandola e fumandola, come in quell’ambiente faceva più o meno chiunque (a parte Angus e Malcolm, molto più morigerati della media dei colleghi).
Il libro tratteggia un Bon Scott completamente in balia di qualsiasi tipo di sostanza, a partire dall’alcol, per il quale pare avesse una resistenza eccezionale, per finire a barbiturici, eccitanti e letteralmente qualsiasi cosa capitasse a tiro. Le motivazioni non erano solo legate alla sua anima festaiola, ma anche a uno stile di vita sinceramente difficile da sostenere: con gli Ac/Dc era ininterrottamente in tour da sette anni, alla disperata ricerca di un successo statunitense che pareva non arrivare mai, e a ciò vanno aggiunti anche i tour con il suo gruppo precedente, i Fraternity. La stessa situazione all’interno degli Ac/Dc non era peraltro così semplice: Bon Scott era molto più grande dei fratelli Young (Angus aveva addirittura nove anni in meno), i quali erano anche meno festaioli e trasgressivi, quindi lui cercava compagnia al di fuori del gruppo, spesso in circoletti ambigui in cui girava di tutto.
Lo stesso Alistair Kinnair, probabilmente l’ultimo ad averlo visto vivo, era un personaggio sfuggente, da più parti definito come un po’ losco, e l’averlo abbandonato in macchina ridotto in quelle condizioni non depone certo a suo favore. Tra le varie ipotesi avanzate da Jesse Fink, a tal proposito, è che Scott fosse già morto (per overdose) quando Kinnair era ancora in macchina, ma quest’ultimo, preso da un attacco di panico, avrebbe ritardato a portarlo all’ospedale perché temeva che i medici si sarebbero accorti dell’eroina in circolo. E, sempre secondo Fink, gli Young avrebbero aderito sin da subito alla versione ufficiale perché per la reputazione della band sarebbe stata molto meno grave una morte dovuta all’alcol che ad un’overdose.
E per quanto riguarda invece l’altra questione principale, ovvero la paternità dei testi di Back in Black? Qui Fink pare essere sicuro: You Shook me all Night Long l’ha scritta Bon Scott, così come la traccia omonima e almeno un paio d’altre. Per arrivare a questa conclusione, peraltro condivisa da molti intervenuti e anche confermata sibillinamente da Angus Young in una vecchia intervista, l’autore fa un certosino lavoro di ricostruzione su alcuni passaggi della stessa You Shook me all Night Long, che sarebbe dedicata a Holly, modella americana intervistata più volte dall’autore: ad esempio in “working double time on the seduction line” ci si starebbe riferendo a Doubletime, il suo cavallo, per cui Bon stravedeva; “sightless eyes”, che di per sé vuol dire poco, sarebbe una storpiatura di “chartreuse eyes”, una delle prime cose che Bon le disse quando lo incontrò (particolare confermato a Fink dalla stessa Holly); per non parlare di “american thighs” (cosce americane) e così via.
Quello che è sicuro è che Bon stava effettivamente lavorando ai testi del disco, e che il quaderno coi suoi componimenti fu sottratto dalla sua stanza subito dopo la sua morte; e a quanto pare lo stesso Malcolm dichiarò candidamente di aver mandato qualcuno per farlo sparire, così come altri oggetti personali di Bon, per non farli ritrovare dalla polizia e creare scandalo attorno alla sua memoria. Il quaderno, insieme a tutto il resto, è poi stato inviato dallo stesso Malcolm alla famiglia Scott, che però non ne ha mai reso pubblico il contenuto. E c’è un altro particolare che stranisce: gli Young, a quanto pare piuttosto spilorci, da sempre pagano una quota dei diritti di Back in Black alla famiglia del cantante.
E allora perché Malcolm Young non ha semplicemente inserito il nome di Bon Scott nei crediti ufficiali del disco? Beh, innanzitutto a quel punto della loro carriera era importante riuscire a ricominciare davvero, lasciandosi tutto alle spalle. E il nuovo cantante, che già aveva il difficile compito di sostituire il precedente, doveva apparire inserito già da subito nella band, senza esitazioni. Secondo Fink, il discorso tra Malcolm e la famiglia Scott potrebbe essere stato più o meno: facciamo finta che abbia scritto tutto Brian Johnson, e in cambio vi concediamo parte dei diritti sul disco. Una cosa del genere, peraltro, si vocifera sia accaduta anche con gli Iron Maiden, per alcune composizioni di Brave New World ascrivibili a Blaze Bayley.
Questo, molto in breve, il riassunto del libro. Che, come detto, è un volumone di oltre 500 pagine pieno zeppo di testimonianze esclusive. Personalmente alcune delle tesi dell’autore mi sembrano condivisibili, altre un po’ tirate per i capelli; ma è lo stesso Fink ad ammettere che, di fronte al muro di gomma dei fratelli Young, che non hanno mai voluto mettere in discussione una certa immagine della band, certe volte è stato costretto a procedere per tentativi. Bon Scott: The Last Highway, al netto di una traduzione a volte un po’ così, rimane comunque un oggetto necessario per tutti i fan della band australiana, specie quelli che tuttora si riferiscono a Brian Johnson come al “nuovo cantante degli Ac/Dc”. (barg)



