Avere vent’anni: GREEN CARNATION – Acoustic Verses
C’è sempre un momento, nella carriera di una band, in cui il silenzio diventa più eloquente del rumore. Acoustic Verses nasce esattamente lì: non come una fuga temporanea dal linguaggio abituale dei Green Carnation, ma come la sua naturale evoluzione in un altro contesto: si tratta di una proposta estremamente vicina a quella di Tchort e soci, ma che non ha non ha più bisogno di essere “amplificata” per raggiungere i medesimi risultati. L’album acustico del 2006, alla stregua di Damnation degli Opeth, non è una parentesi né un esperimento laterale: è un disco necessario, figlio di una fase precisa del percorso umano e artistico della band. Le ottime sensazioni lasciate dall’EP The Burden Is Mine… Alone, uscito pochi mesi prima, trovano qui una conferma piena e definitiva. L’EP rendeva palese che i norvegesi avessero ben presente cosa stavano facendo: niente manierismi, nessuna edulcorazione, nessun tentativo di rendere “accessibile” un linguaggio che, semmai, viene reso ancora più efficace. Acoustic Verses raccoglie quella intuizione e la sviluppa in un lavoro organico, coerente e sorprendentemente profondo, che a distanza di anni resta uno dei migliori esempi acustici provenienti dall’area metal.
L’atmosfera generale del disco è malinconica, ma non nel senso più immediato del termine. Qui non c’è il dolore lacerante di Light of Day, Day of Darkness, né quel dinamismo che attraversava The Quiet Offspring. A emergere è piuttosto una rassegnazione nuova, più matura, che attraversa l’intero lavoro e che affiora anche nei momenti apparentemente più luminosi. Sweet Leaf, posta in apertura, è emblematica: il dialogo tra padre e figlio è costruito su immagini semplici, quasi rassicuranti, ma basta soffermarsi sui versi – “If you ever feel alone / I will be there” – per cogliere una tensione sottile, un senso di protezione fragile, destinata prima o poi a incrinarsi. The Burden Is Mine… Alone resta uno dei vertici dell’album e, più in generale, della produzione dei Green Carnation. Il testo affronta l’isolamento senza metafore ridondanti né ambiguità, una dichiarazione netta, che trova nell’arrangiamento essenziale e nella prova vocale di Kjetil Nordhus il suo perfetto contraltare emotivo. Un dolore che non esplode mai: viene accettato, interiorizzato, reso parte integrante dell’identità.
L’album musicalmente si pone a cavallo tra alcune tentazioni più progressive e momenti di puro folk che emergono in Alone, costruita sui versi della poesia omonima di Edgar Allan Poe. Il celebre senso di estraneità del testo poeiano viene rielaborato in chiave introspettiva, sostenuto da un arrangiamento folk impreziosito dai violini, che alleggerisce la forma senza attenuarne il contenuto. Versi come “From childhood’s hour I have not been / As others were” si inseriscono perfettamente nel quadro tematico dell’album, rafforzandone la coerenza emotiva. Il fulcro del disco resta 9-29-045, suite in tre movimenti che dimostra come la forma acustica possa sostenere strutture ampie e complesse senza perdere tensione. I testi, volutamente allusivi, affrontano tematiche apparentemente legate a violenza domestica e al senso di colpa ad esso collegato, lasciando che sia la musica a suggerire più di quanto venga esplicitato. È un brano che richiede attenzione e tempo, ma che ripaga con una profondità rara.
La chiusura affidata a High Tide Waves evita qualsiasi illusione di catarsi. Il brano si spegne lentamente, lasciando l’ascoltatore in una sospensione malinconica che sintetizza perfettamente il senso dell’intero lavoro: non c’è risoluzione, solo una lucida accettazione, mettendo la parola fine ad u album che, nel contesto dei primi anni Duemila, emerge con particolare forza. Molte band metal tentarono allora la via dell’acustico, spesso senza trovare un vero equilibrio – basti pensare a Origin dei Borknagar, operazione ambiziosa ma complessivamente poco riuscita. I Green Carnation, al contrario, riuscirono a trasformarsi senza perdere il proprio linguaggio, sempre coerente e profondamente personale. Un’ulteriore prova di un gruppo che non ha mai sbagliato nulla nel contesto di una lunga carriera. (L’Azzeccagarbugli)


