Splendidi quarantenni: THE ACCÜSED – The Return of Martha Splatterhead

Facciamo un salto temporale indietro di quarant’anni e vediamo come si stava evolvendo la cultura giovanile nel 1986. C’erano i mods, eredità degli anni ’70, oramai più in avanti con l’età e spesso già inseriti nel mondo del lavoro, quindi meno propensi all’aggregazione perditempo del sabato pomeriggio e destinati quindi allo sparpagliamento e alla sparizione. Nuovi gruppi si stavano affacciando però: i rockabilly ad esempio, nostalgici dell’America on-the-road degli anni ’60; oppure i dark, antenati degli odierni emo, vestiti di nero anzi nerissimo, adornati di croci e con aspetto emaciato, trascurato; stavano esplodendo i paninari, vestiti firmati fino nel buco del culo e nemici giurati dei metallari con i quali non era raro si azzuffassero in qualche singolar tenzone all’alba dietro al convento delle carmelitane scalze. Il disprezzo era genuino e reciproco, ve l’assicuro. C’erano anche i punk, gente ribelle contro tutto e tutti che per lo più se ne stava in alcuni circoli (a Torino c’era El Paso) a farsi i fatti propri senza rompere il cazzo a nessuno.

Erano tutti movimenti che sopperivano alla necessità di appartenere a qualcosa: si identificava il proprio grado di ribellione nei confronti della generazione precedente e ci si accostava al gruppo che più si considerava confacente. Erano grossomodo tutti a compartimenti stagni, nel senso che se un metallaro avesse detto che gli piacevano i Duran Duran sarebbe stato pestato ed emarginato tanto quanto lo sarebbe stato un paninaro o un rockabilly che affermasse di gradire gli Iron Maiden. Il vestiario era considerato una specie di divisa che identificava il gruppo, il movimento al quale si apparteneva, e guai a sgarrare, si perdeva istantaneamente credibilità e considerazione. Dark e punk erano tendenzialmente più schivi e pacifici.

Intanto il mondo della musica era in fermento praticamente in ogni genere, dalla discodance alla musica più estrema che è quella che ci interessa di più: nel metal la New Wave of British Heavy Metal era al suo massimo splendore, il gruppo di punta (debbo dire il nome?) aveva appena terminato un monumentale tour mondiale rimasto nella storia e immortalato in quel disco iconico dal vivo intitolato Live After Death, che trovavi ovunque, persino alla Standa. Tutti gli altri gruppi più o meno storici ne beneficiavano ed uscivano di continuo dischi epocali. Slayer, Metallica, Anthrax, Exodus e Megadeth avevano definito il thrash metal in America e decine di nuove band stavano nascendo con una gran voglia di dire la loro. Così come in Europa Kreator, Sodom e Destruction facevano scuola, i Possessed intanto avevano creato l’embrione del passo successivo al thrash, quello che adesso conosciamo come death metal. Nel punk in America era fiorente la scena NYHC, al secolo New York Hard Core, violentissimo genere minimale tutto attitudine nichilista e contestazione politica e sociale.

Sembrava che ognuno se ne stesse nel proprio recinto senza punti di contatto con gli altri, quando ad un certo punto la volontà di sperimentare  tipica degli anni ’80 ebbe il sopravvento. I mondi del thrash e dell’hardcore entrarono in contatto e anziché combattersi si integrarono, dando vita a quello che in seguito venne chiamato crossover ma che all’epoca era una cosa strana, priva di un’effettiva identità, che veniva vista con sospetto sia dai metallari che dai punk, i quali malamente sopportavano l’idea che la loro cultura di nicchia venisse annessa da un movimento più vasto (il metal stava diventando un genere tra i più seguiti al mondo) e ai loro occhi più frivolo. Come poteva esistere che gruppi impegnati come Agnostic Front, Minor Threat, Dead Kennedys, Gorilla Biscuits e via discorrendo venissero imitati edulcorandone il suono amalgamandolo con il thrash metal? Eppure è successo, e quei gruppi che tentarono un simile ibrido hanno fatto la storia pure loro, perché il crossover ha donato alla musica gruppi e dischi di livello artistico spaventoso.

Per esempio i The Accüsed di Seattle, che nel gennaio 1986 esordiscono con The Return of Martha Splatterhead, dopo circa quattro anni di gavetta nella quale suonarono prevalentemente hardcore punk. “The Return” perché il loro primo EP uscito l’anno precedente s’intitola Martha Splatterhead, personaggio di fantasia piuttosto truculento sul quale i The Accüsed hanno costruito una saga durata 5 dischi, o comunque almeno fino al primo scioglimento del 1992. Fu il classico fulmine a ciel sereno, il disco che spezza le catene dei preconcetti e apre nuovi mondi sia ai metallari che ai punk, ai quali il disco piacque tanto quanto ai primi: lo si ascoltava a manetta anche a El Paso, non solo da Rock’n’Folk.

L’album è un macello di trentuno minuti suddiviso in tredici brani quasi tutti brevi o brevissimi (ben quattro non arrivano ai due minuti di durata e solo tre eccedono i 3) e miscela mirabilmente la furia iconoclasta del NYHC con gli schemi classici del thrash, comprese le frasi armonizzate di chitarra suonate ad alta velocità, mantenendo inalterato lo stile vocale stridulo tipico dell’hardcore, il riffing semplice e basilare e l’estrema immediatezza delle composizioni. Pezzi come Wrong Side of the Grave, Slow Death, Autopsy hanno fatto la storia e suonano freschi come una rosa anche dopo quattro decenni, che sono un periodo eccezionalmente lungo se pensiamo a quanto è estremo il genere, tra l’altro pure in grado di influenzare il nascente grindcore, che del crossover è l’estremizzazione assoluta.

Va da sé, il disco era dedicato ad un pubblico di nicchia, perché gli amici più “anziani” che ascoltavano Judas Priest, Saxon e Iron Maiden continuavano a pensare che cose simili fossero solamente casino, ma alle loro spalle stavano accostandosi al metal quattordicenni come il sottoscritto che nel metal cercavano violenza, tanta violenza, non solo cavalcate chitarristiche e sezioni ritmiche strabilianti: andavano bene anche quelle, ma se veniva fuori qualcosa di nuovo lo ascoltavamo senza paraocchi e non temevamo di dire che era una figata (“Ascoltalo e vedrai, ti sdoppio il disco”, quante volte l’abbiamo detto o ce lo siamo sentiti dire?). Quale ne fosse l’origine a chi diavolo importava? Era il risultato finale quello che interessava, tutto il resto erano menate che lasciavano il tempo che trovavano.

Per amor di storia, va detto che The Return of Martha Splatterhead non è il primo disco in assoluto di crossover; l’anno prima era già uscito Dealing With It dei D.R.I. (loro probabilmente il merito di aver identificato il genere con il loro album Crossover del 1987), Excel e Suicidal Tendencies erano già in circolazione, gli English Dogs nel 1986 avevano già fuori due dischi (ma chi li aveva mai sentiti?) e pure in Italia già vantavamo i Raw Power, dall’impronta più punk, che in Screams From the Gutter del 1985 avevano piazzato uno dei primi esempi di ibrido thrash/punk della storia. Il bello è che tutti questi gruppi avevano e tutt’ora hanno un suono personale, riconoscibile all’istante che nessuno si sarebbe sognato di imitare, vuoi perché in quel campo le band clone non sono mai state ben viste vuoi perché la volontà di sperimentare e proporre un proprio sound specifico è sempre prevalsa. Gran bei tempi…

The Return of Martha Splatterhead è il primo full length pubblicato dalla Earache Records (numero di catalogo MOSH 1), etichetta che da lì a poco diventò un punto di riferimento per il grindcore ed il metal estremo in generale. Tutti in casa hanno almeno un disco prodotto da Digby Pearson, Altars of Madness per esempio. Anche grazie ai The Accüsed, vien da dire. (Griffar)

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