Ten Years Gone: DAVID BOWIE – Blackstar
Something happened on the day he died /
Spirit rose a metre then stepped aside /
Somebody else took his place, and bravely cried /
(I’m a blackstar, I’m a star’s star, I’m a blackstar)
Quando mi venne chiesto di scrivere un pezzo sui miei dieci album preferiti degli anni ‘10 ho pensato subito Blackstar di David Bowie, per chi scrive il disco più importante del nuovo millennio. Come scrissi all’epoca, infatti, non solo è uno dei migliori lavori in assoluto di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, ma il suo autore, consapevole dell’imminente termine della propria avventura terrena, decide di fare della propria morte un’opera d’arte in modo lucido, elaborato e ragionato in ogni suo infinitesimale dettaglio. E ciò assume, se possibile, ancor più valore se si considera quella che è stata la vita e la carriera di David Bowie a dieci anni dalla sua scomparsa e dalla pubblicazione del suo testamento artistico.
La vita di Bowie, infatti, è sempre stata improntata sull’arte nel senso più ampio e letterale del termine: le maschere, i costumi, i ruoli – anche cinematografici – interpretati dal musicista rappresentano le fondamenta della sua cifra stilistica. Maschere – e qui è davvero un unicum – indossate con un misto di solennità e coerenza e sardonica ironia tutta inglese, soprattutto quando determinate icone diventavano troppo ingombranti. Non riesco, sinceramente, a pensare ad altri artisti che siano stati in grado non solo di attraversare i decenni con qualità, ma di incarnarne lo spirito, anticipando le mode e restando attuale e influente per le generazioni successive. Un artista che ha rielaborato gli anni ’60 quando stavano terminando, ha contribuito a plasmare il suono dei ’70, fondamentalmente inventando un genere e, al tempo stesso, uccidendo il suo alter ego più noto al culmine del successo, reinventandosi e anticipando, nel medesimo decennio, suoni provenienti dal futuro (anche grazie a Brian Eno), entrando da protagonista – anche in termini commerciali – negli ’80, assorbendo tutto ciò che c’era di nuovo nei ’90 ed affacciandosi sul nuovo millennio in totale libertà.
Nuovo millennio in cui il Nostro sembrava, oggettivamente, aver deciso di “tirare i remi in barca”, con un album estremamente eclettico, ma passatista, come l’affascinante ed imperfetto Heathen, e ancor di più con il pilota automatico di Reality del 2003. A seguire una pausa di ben dieci anni e l’arrivo dello splendido The Next Day, un lavoro che suonava quasi come un addio (ma in fondo anche …Hours, del 1999), una summa di tutta una carriera, il miglior possibile zibaldone bowieano immaginabile, che sulla commovente, You Feel So Lonely You Could Die, si prendeva anche il lusso di richiamare il pattern di batteria di Five Years. Una chiusura del cerchio interrotta, solo tre anni dopo, dall’annuncio di un nuovo album, anticipato da una versione più breve di Blackstar, utilizzata come sigla di una miniserie britannica chiamata The Last Panthers. Seguono l’annuncio ufficiale dell’album, che sarebbe uscito il giorno del suo sessantanovesimo compleanno, il secondo estratto, Lazarus, un paio di rare apparizioni pubbliche di Bowie – che sembrava il solito fascinoso Dorian Gray, incurante del tempo che passa – e, come da programma, l’8 gennaio 2016 esce Blackstar, accompagnato dalla pubblicazione sui social di una foto che vede Bowie sorridente, agghindato da perfetto dandy, festeggiare l’uscita dell’album. Due giorni dopo, la sua scomparsa.
Questo è il contesto in cui va inserito Blackstar, autentico testamento artistico di Bowie. In primis sotto un profilo strettamente musicale: tanto The Next Day rappresentava un magnifico giro sul crinale dei ricordi, quanto Blackstar è espressione del lato più sperimentale dell’inglese, riprendendo, sì, alcune sonorità del passato, ma trasponendole in un contesto altro, anche per chi ha cambiato tante volte pelle. Tra rimandi all’ultimo Scott Walker, ritmiche jazzate e composizioni sempre sopra i quattro minuti abbondanti, ci si trova davanti a sette canzoni che tracciano traiettorie inattese. A partire dall’iniziale brano omonimo, l’atmosfera è estremamente cupa, ma al tempo stesso, cosa più unica che rara, a dispetto della sua complessità le linee melodiche entrano subito in testa. Ma piuttosto che analizzare i singoli brani, ritengo senz’altro più interessante approfondire il discorso concettuale sotteso ad un’opera in cui David Robert Jones, consapevole della propria ineluttabile fine, ha avuto la forza di decidere come concludere la parabola artistica di David Bowie e delle sue maschere.
E lo fa rivelando la propria malattia solo a familiari e a pochissimi collaboratori fidati, indossando una nuova maschera per nascondere il proprio stato (il sorridente scatto qui sopra è stato realizzato, tra molte difficoltà, un mese prima del suo compleanno) e decidendo di rendere la malattia stessa parte della sua visione artistica. La “stella nera” è al centro del progetto: è il fulcro della copertina, appare “scomposta” in porzioni alla sua base, in modo da comporre una versione stilizzata del nome Bowie (e da qui in avanti, anche sulle piattaforme, il titolo del brano è stato sostituito dal simbolo ★), ma, cosa più importante, è anche il nome scientifico delle lesioni cancerogene presenti nel corpo dell’artista (I’m a blackstar) e che lo stesso ha fatto stampare sugli abiti indossati nelle foto promozionali del disco. Un firmamento di stelle costituisce l’anima dell’artwork della versione in vinile che, una volta tolto il disco e illuminato lo spazio nero sotto una luce, compare sulla copertina all’interno della sagoma della stella. Allo stesso modo la foto di Bowie si riflette sul firmamento (su cui è possibile tracciare una sagoma di un “uomo delle stelle”, ossia uno Starman). Nulla è lasciato al caso, anche la seconda facciata dell’album non è denominata “2”, o “B”, come la prima, ma the other side e lo stesso vale per i due video che hanno anticipato la pubblicazione dell’album, estremamente rilevanti.
Nel video di ★ si vede un astronauta abbandonato nello spazio, che poi si rivela essere uno scheletro che verrà venerato da una civiltà aliena. Si tratta della più sentita conclusione possibile della parabola del Major Tom introdotto in Space Oddity: nel 1969 galleggiava nello spazio, nel 1980 è un drogato in Ashes To Ashes, nel 1995 muore in Hallo Spaceboy (esplicitamente nella versione con i Pet Shop Boys) e che nel 2016 conclude il suo viaggio. Ancor più significativo il video di Lazarus, in cui Bowie è disteso sul letto con due monete/bottoni sugli occhi e apre il brano con dei versi a dir poco significativi: “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama, can’t be stolen / Everybody knows me now”. In tal senso, altrettanto significativi per la realizzazione di questa opera sono i testi che – pur essendo contraddistinti dall’usuale umorismo britannico del Nostro, come nell’uso del “Nadsat” inventato da Anthony Burgess in Girl Loves Me – tracciano un chiaro percorso di riferimenti personali. E ciò a partire dal verso del brano omonimo, passando per il desiderio di pace presente nella già menzionata Lazarus (This way or no way, you know I’ll be free Just like that bluebird now, ain’t that just like me?) e arrivando al tentativo di accettazione della propria mortalità di Dollar Days e di Sue (Or In a Season of Crime) (“Can’t believe for just one second I’m forgetting you / I’m trying to / I’m dying to” / “Sue, the clinic called The x-ray’s fine I brought you home”).
Un viaggio straordinario tra passato e presente, vita, morte e visioni dall’altro lato che si conclude con un vero e proprio lascito, sentito e struggente, mentre ci si allontana definitivamente nel cosmo nella splendida I Can’t Give Everything Away, un brano che sembra uscire dalla migliore produzione anni ’90, in cui, senza mezzi termini, Bowie scolpisce il proprio epitaffio artistico: Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent. Ci sono pochi lavori che, nella storia della musica popolare, hanno avuto una tale forza, profondità e un significato così enorme come l’ultima opera di Bowie che, come il Mozart cinematografico di Miloš Forman, scrive il proprio requiem, si proietta nel firmamento e da vero uomo delle stelle che cadde sulla Terra, abbandona questo universo lasciando un solco indelebile nella storia. (L’Azzeccagarbugli)





