Avere vent’anni: THE ROLLING STONES – A Bigger Bang

Quando ho iniziato a riascoltare A Bigger Bang per questa recensione, mi sono venuti in mente tutti quei meme sui The Rolling Stones che scherzano sulla loro età. È un po’ che non ne vedevo uno, ma a dire il vero non fanno più ridere come una volta. Perché la campagna di normalizzazione dell’immortalità di Jagger e Richards ormai ha funzionato. E ha funzionato a suon di fatti. E di morti.

Abbiate pazienza, ma quanta gente è morta anche solo nell’ultimo mese? Persone più giovani di loro e sicuramente con meno droga e alcol accumulati nei tessuti corporei. E perché i The Rolling Stones sono ancora qui e gli altri no? Non è poi demoniaco il fatto che della band, una volta giunti alla terza età, sia morto proprio Charlie Watts? Quello più pulito, con la vita più regolare. Voglio dire, chiunque di noi, persone comuni, ha avuto sicuramente una vita più sregolata di Watts.

Qualche minuto fa, prima di iniziare a scrivere questo articolo, guardavo un video su YouTube in cui un tizio spiega l’importanza di tenersi attivi per mantenersi indipendenti anche da anziani: indipendenti nel vestirsi, nel camminare, nel pulirsi il culo da soli. Se ci pensate tutte queste cose non sono attività da poco a quell’età. Avendo io da poco compiuto quarant’anni, mi sono detto: “Caspita, ce la farò a pulirmi il culo a 80 anni?”. Poi mi metto a scrivere la recensione e leggo che quello che doveva essere il tour europeo dei The Rolling Stones del 2025 forse sarà spostato al 2026. Ma come fanno, a più di ottant’anni, anche solo a pensare di imbarcarsi ancora per un tour, anche se fosse solo in Inghilterra dietro casa loro? Capite perché penso che ci sia qualcosa di demoniaco, sul serio? Anche perché non suonano jazz, dove puoi salire sul palco e stare fermo, dato che al musicista jazz non si chiede di fare spettacolo ma solo di suonare i suoi assoli. A proposito, qualche anno fa ho visto un concerto di Sonny Rollins, classe 1930, e, nonostante lo abbiano accompagnato sul palco a braccetto, poi ha suonato per un’ora e mezza e soffiava nel sassofono con il fiato di un maratoneta.

A Bigger Bang è un disco che nel 2025 si può anche evitare di ascoltare, pur essendo carino alla fin fine. All’epoca della sua uscita aveva anche il suo perché, ma ora sente il peso degli anni e suona inutile. Nonostante ciò, è di gran lunga il migliore dagli anni ’80 in avanti. Da quel momento infatti la musica dei The Rolling Stones iniziò a suonare vecchia, dei riff intrisi di blues fregava poco e niente al grande pubblico, e le luci erano tutte per band con chitarristi fenomenali che suonavano assoli devastanti, supportati da batteristi con settanta tom e altrettanti piatti. I The Rolling Stones però a quel punto erano già Leggenda, più di chiunque altro, anche perché qualsiasi band sembrava comunque riprendere, non dico la loro musica, ma sicuramente la loro attitudine. Se vi è venuta voglia di riscoprire i Rolling Stones, il mio consiglio è di buttarsi sugli album da Aftermath a Some Girls, che coprono i quindici anni più prolifici e ispirati della band, e sono quasi tutti dei capolavori. (Luca Venturini)

Un commento

  • Avatar di Colin Farth

    Ohhhh. Bello trovare gli Stones su Metal Skunk.
    Concordo: A Bigger Bang è decisamente dimenticabile… Anche a confronto del più recente (e discreto) Hackney Diamonds di due anni fa.
    Sono abbastanza nerd/fan dei RS da non aver mai visto la loro longevità come qualcosa di strano.
    -Musicalmente parlando: blues e rock n roll delle origini sono i migliori ingredienti per essere trasversali in senso assoluto. Loro c’erano all’indomani della primissima ondata del British Blues e hanno costituito l’invasione britannica tanto quanto i Beatles, hanno avuto hit per tutta la loro carriera, i membri più importanti a livello compositivo non sono morti giovani (appunto) e anche quando hanno scazzato negli anni ’80 sono riusciti a ricucire lo strappo, almeno in maniera professionale.

    -Chimicamente parlando parlando: Jagger ha fatto uso di cocaina saltuariamente, ma è sempre stato troppo maniaco del controllo per cadere in una dipendenza. Richards da parte sua ha avuto accesso a cocaina farmaceutica pura (il sistema sanitario inglese anni ’60 e ’70 era qualcosa di fantasmagorico a leggerne oggi) e raramente ha fatto utilizzo di eroina “da strada” (sebbene nella sua autobiografia ammetta di aver, per disperazione, fatto uso ogni tanto di quella che definiva “raschiatura da scarpe messicana”). Inoltre si tagliava lui personalmente le dosi (997 di lattosio, 3 di eroina pura) col bilancino, si iniettava intramuscolo e non in vena, quando ci ricascava dimezzava le dosi… Aggiungiamoci la possibilità di farsi dare la dialisi (il “vado a pulirmi il sangue in Svizzera” di alcune interviste) e il quadro è completo: tossico sì, ma con mezzi (e un controllo) inaccessibili e impensabili ai più.

    Aggiungo al consiglio di Aftermath e Some Girls:

    -il bootleg Live In Bruxelles 1973: il miglior disco dal vivo mai (non) pubblicato. La miglior formazione di sempre degli Stones, il loro miglior repertorio, Keith Richards fatto come una mina che vomita riff meravigliosi con Mick Taylor che sciorina assoli elegantissimi e Mick Jagger che sfotte il pubblico come solo lui sa fare.

    -Il pezzo “Fingerprint file” dall’album It’s Only Rock N Roll: l’atmosfera della notte in un film di Scorsese in musica. Canzone sottovalutatissima.

    -Il pezzo “Thru and Thru” dall’album Voodoo Lounge. Il miglior brano cantato da Keith Richards e un’atmosfera clamorosa.

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