Fartwork: PREDATOR – Easy Prey

Buonasera a tutti e benvenuti in un nuovo ed avvincente episodio di Fartwork, la rubrica di Metal Skunk sulle copertine frutto della mente sagace di un gorillone appena scappato dallo zoo.

In uno stabilimento balneare di Redondo Beach, Contea di Los Angeles, erano da poco arrivati i nuovi cabinati con Donkey Kong 3, il gioco che tutti i ragazzini, dalla California al Vermont, stavano aspettando da mesi, forse anni. Dall’alba al tramonto un assedio senza soluzione di continuità: un continuo scalciare e sgomitare di indomiti guerrieri in costume da bagno per accaparrarsi l’agognata postazione, e alla fine giusto una decina di loro, non senza lividi o labbra rotte, riuscivano a farsi una partitella di cinque minuti scarsi (durante la quale dovevano comunque difendersi e stare attenti che qualcuno non li prendesse per i capelli e li rigettasse in fondo alla fila).

Il bagnino di Redondo Beach, quell’anno, era un ragazzotto del posto; alto, robusto e poco incline allo studio che si chiamava Mark. Ma tutti, dai parenti agli amici più stretti, lo chiamavano Videomark, per via della sua insaziabile passione per videogiochi, ai quali giocava in continuazione (dimenticandosi di studiare).

Anche Videomark, potrete intuire, avrebbe tanto voluto giocare a Donkey Kong 3 al bar dello stabilimento, anche a costo di uno zigomo fratturato e un triplo pestone sull’alluce valgo; ma purtroppo, durante il giorno, gli toccava lavorare (anche se il lavoro era poco e niente, visto che i bagnanti erano tutti dentro ai cabinati a sgomitare), e se ne stava mesto mesto sulla sua sediolina rossa a guardare la sporcizia trasportata dal mare, pensando a quando avrebbe potuto mettere le mani anche lui sul videogioco del momento.

Quindi era nell’aria che, durante una notte insonne, il demone del videogiocatore che albergava dentro il suo triste cuore prendesse definitivamente il sopravvento: il tempo di mettersi due straccetti addosso, rubare le chiavi al barista dello stabilimento (facile, era un suo coinquilino), inforcare la moto, raggiungere Redondo Beach e, alle prime luci dell’alba, prima dell’inizio del suo turno da bagnino, avrebbe giocato anche lui a Donkey Kong 3, e per giunta in totale solitudine, senza ragazzini cagacazzi intorno.

Andò proprio così. Cioè, non proprio, QUASI. Videomark era lì, davanti al cabinato acceso, immerso nella totale pace di quando la notte comincia a lasciare posto al giorno, quando si sentì afferrare alle caviglie, e cadde a terra: da sotto al cabinato erano spuntate le ossute e artigliate mani di Mariangela, la strega protettrice dello stabilimento balneare, che abitava quel luogo da oltre 400 anni (prima ancora dell’esistenza delle gare d’appalto) ma non si palesava mai a nessuno.

Mariangela sbucò da sotto il cabinato, ridacchiando diabolica, e cominciò a gattonare sopra il corpo paralizzato dal terrore di Videomark. Era una vecchia mostruosa: la pelle verdastra e raggrinzita, un misto di alghe e sabbia al posto dei capelli, due buchi neri profondi al posto degli occhi, alito d’oltretomba e vestita con un singolare abito fatto di fogli strappati di vecchie licenze scadute.

“Oh ma guarda chi c’è qui… un giornalista del cazzo… ti hanno mandato a fare un’inchiesta del cazzo, per caso?” –  sussurrò la vecchia col suo alito pestilenziale all’orecchio di Videomark.

“B-buongior-no signora Mariangela…” – cercò di farfugliare Videomark, in preda alla paura e al dolore per le ginocchia ossute di Mariangela conficcate nella pancia – “N- non sono un giornalis… ta… sono il bagni-no… ero s-solo venu-to a fare una par-ti-tella a D-Donkey…”

“Bagnino un cazzo, stronzo!” – tuonò la vecchia strega  – “La informo, caro il mio giornalista d’inchiesta con la tessera del cineforum dei democratici nel taschino, che IO LA LICENZA CE L’HO, HO AVUTO LA PROROGA PER ALTRI 250 ANNI, e se vuole vederla deve recarsi qui in orario d’apertura… Questo stabilimento è aperto dalle 7.30 alle 20 di sera… NON SONO NEMMENO LE SEI, ADESSO!”

Mariangela non lasciò al bagnino nemmeno il tempo di replicare che prese una calza di nylon e gliela infilò in testa per soffocarlo. Poi, in un impeto d’ira, tirò fuori le sue unghie artigliate e cominciò a tagliuzzargli i jeans e la maglietta, facendoli a brandelli.

Videomark si sentiva intrappolato in un quadro di Castelvania, ma con un eroico sforzo riuscì a disarcionare con un calcio la vecchia mostruosa a cavalcioni su di lui, e a fuggire per la spiaggia, chiedendo aiuto.

Era appena sorto il sole, la spiaggia era deserta. C’era solo una formosa donna bionda, classica americanona da copertina di magazine di bassa lega, che meditava; immobile, in piedi, con gli occhi chiusi, sul bagnasciuga.  Videomark tese la mano nella sua direzione e implorò di essere aiutato, ma quella nemmeno lo degnò di uno sguardo, tanto era immersa nella contemplazione della sua interiorità.

In quel momento così concitato e drammatico, passava per la spiaggia un certo Jeff Prentice, chitarrista e voce della heavy/speed metal band chiamata Predator, giunto lì di prima mattina per farsi un bagnetto solitario prima di chiudersi dentro lo studio di registrazione. Non prestò soccorso al povero bagnino (che in seguito si gettò in acqua e cominciò a nuotare come un forsennato verso terre lontane senza mai fare più ritorno… Qualcuno dice di averlo visto completamente ubriaco in un bar di Maracaibo, steso sopra delle botti di rum rotte mentre alcuni pirati gli pisciavano in testa, altri dicono che oggi faccia lo schiavo sulle navi mercantili: chissà qual è la verità…), ma quell’immagine, così forte ed evocativa, gli si stampò subito nella mente, e non l’abbandonò mai più. (Gabriele Traversa)

5 commenti

  • Avatar di Cattivone

    Giusto quest’anno, a quasi 40 anni di distanza, è uscito un loro nuovo album, la cui copertina forse è addirittura peggiore

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    • Avatar di Ciccio Russo

      Grazie della segnalazione, potrebbe meritare un articolo ad hoc.

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    • Avatar di Fanta

      C’è un tizio che si sta facendo il bagno, in basso a destra. Ora: voluta o meno la cosa è segno di ritardo mentale.

      Se fosse involontaria, te potrebbe venì in mente:

      -A Sergio, ma che ce fa quello scemo lì fermo impalato?

      -Chiamalo scemo…

      Sì, ma a parte questo, non la rifai la foto a quel punto? Non è che per fare un secondo click te se raddoppia il budget.

      Se fosse volontaria: ma che cazzo me rappresenta? A Sergio…A quel punto mettete a bagnomaria almeno una decina di persone. Per rendere la cosa minimamente scenografica. Quanto ti sarebbe costato nel 1986 o giù di lì? “Cinque dolla” a capoccia? Ma nemmeno, se te porti la comitiva.

      Ma trovo ancora più sconcertante la posa statica della bionda. Sembra il fotogramma di uno di quei video porno taggato con “hypno blowjob” o “dollification”. Cioè questa te sta proprio a dì: sto qua, testa de lattice, viemme a pijà.

      La cover del nuovo album invece è un omaggio all’ottimo Juan Bernabé. Sta ancora barricato a Formello?

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  • Avatar di weareblind

    Veramente inconcepibile. Ma come facevano a non rendersi conto? Certo, poi pensi a Dance of death…

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  • Avatar di mark

    a me la maglia del tipo ricorda un botto quando Fantozzi in bicicletta finisce dentro la clinica veterinaria e ne esce coi vestiti fatti a brandelli dal cane.

    Pure il retrocopertina però…

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