Ci siamo quasi: CRYPTOSIS – Celestial Death

Attendevo con curiosità il nuovo disco dei Cryptosis. Il loro primo split, quello coi Vektor, non me lo ricordo minimamente. Del primo disco, invece, sì, ho letto la recensione di Belardi ma, nonostante le sue notevoli capacità retoriche, non è riuscito a convincermi. Ovviamente intendo il disco; Belardi è sempre convincente, e infatti l’ho ascoltato solo perché ne ha scritto lui. Mi sembrava, tuttavia, ancora un po’ troppo acerbo. Il disco, non Belardi, s’intende. Però avevano attirato la mia attenzione, ecco.

Arriviamo quindi alla seconda prova in studio per questa band, che, per chi non lo sapesse, suona techno-thrash, stavolta con qualche aggiunta in più di tastiera (anzi, mellotron e sintetizzatore), ma senza esagerare. L’inizio è gagliardo, ma con riserva, ed è rappresentativo di tutto quello che verrà dopo. Faceless Matter parte infatti alla grandissima, con un bello skank beat di batteria tirato e un bel giro di chitarra, di quelli che trasudano techno-thrash, appunto, e che fanno godere moltissimo le orecchie di chi, come me, sente la mancanza dei Vektor più di ogni altra cosa al mondo. Però si ha come la sensazione che, alla fine, la canzone non vada da nessuna parte. Belle idee, ma arrangiate così così.

I Cryptosis ce la mettono comunque tutta nei 42 minuti di musica in oggetto: il disco ha molti spunti melodici interessanti, al limite, talvolta, con certo death melodico di Goteborg, vedi Ascending, e singoli discretamente degni di nota, tipo Reign of Infinite, In Between Realities e Cryptosphere. Tutto il resto è passabile. Per me, che per il genere ho un orecchio di riguardo, è anche sufficiente, ma non so quanto questo possa bastare a conquistare fette di pubblico nuovo. Ad ogni modo la band ha tutte le capacità tecniche per poter far bene in futuro, perciò non sono da dare per persi. Anzi, vi dirò, sono sicuro che i Cryptosis la strada giusta la troveranno, solo dovrebbero un po’ smarcarsi dagli stilemi del genere, magari evitando di assomigliare a una versione 2.0 di Burzum, come nella prima metà di Absent Presence (eh, gente, quella tastiera su quel ritmo tutto hi-hat di batteria, purtroppo, o per fortuna, è troppo caratteristica del norvegese bruciacattedrali). Vabbè, comunque a casa mia in rotazione qualche giorno ce lo faccio stare, poco ma sicuro, e se capitano dal vivo vado a (ri)vederli molto volentieri. (Luca Venturini)

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