STORM – Nordavind: trent’anni fa Fenriz e Satyr fecero impazzire tutti

La leggenda vuole che il progetto Storm fu creato da Satyr e Fenriz (qui sotto i nomi di S. Wongraven e Herr Nagell) durante una delle loro frequenti passeggiate nelle boscaglie nei dintorni di Oslo, quando, rifugiatisi per una pausa in una baita isolata (che pare sia proprio quella che vedete nella copertina di Høstmørke degli Isengard e la stessa all’interno del booklet del disco), cominciarono a parlare della possibilità di dare vita ad un qualcosa di totalmente diverso rispetto a quanto composto con i loro rispettivi gruppi. L’idea era quella di un progetto folk metal che facesse da colonna sonora al loro smisurato amore per la Norvegia, cantato interamente in norvegese e con liriche permeate da un nazionalismo piuttosto spinto, che ovviamente provocarono polemiche infinite a cui arriveremo tra poco. Parlare di Nordavind è sempre stato un argomento un po’ spinoso e complicato: è innanzitutto sbagliato parlare di gruppo, perché nella fattispecie la band già non esisteva più una volta uscito il disco: ancora oggi Satyr evita l’argomento se gli si fanno delle domande specifiche, Fenriz non perde occasione per dichiarare di quanto non sopporti il folk metal e Kari Rueslåtten credo ti mandi gli avvocati a casa se solo pronunci la parola Storm in sua presenza.

A tal proposito i più attempati tra noi ricorderanno bene le furiose polemiche scatenatisi appena pochi giorni dopo l’uscita di Nordavind, innescate da una rivista norvegese che accusava il suddetto disco di liriche pesantemente anticristiane ma soprattutto ultranazionaliste. Tanto che fu la stessa Kari a prendere subito le distanze, accusando gli altri due di aver inserito testi estremi solo in un secondo momento e senza averla avvisata, ripudiando di fatto il disco per paura che la sua carriera di cantante potesse venirne compromessa. Sotto questo aspetto in realtà ci sarebbe da fare un po’ di chiarezza e un paio di considerazioni: molti blackster all’epoca diedero pesantemente contro Kari, giudicando la sua reazione eccessiva ed asserendo che tematiche come l’anticristianesimo e l’amore per la propria terra erano le principali argomentazioni dei dischi black di quel periodo. Il problema è che Nordavind, pur uscendo per una label black metal, pur essendo recensito nei minuscoli spazi che le riviste ai tempi davano al black metal, e pur composto da due personaggi eminenti della scena, di black metal non aveva nulla. Parliamo probabilmente di uno dei primi dischi folk metal di questo tipo mai composti, sul quale si era creato un certo hype per l’idea di Satyr di riproporre in chiave metal antichi canti della tradizione foklorica norvegese, dei quali è composta la quasi totalità del lavoro. Fu proprio questo il motivo della reazione furibonda di Kari, la paura che il disco esplodesse in madre patria e l’essere associata ad un pezzo come la famigerata Oppj Fjellet, che oltre a ripetere come un mantra le suddette due parole (35 volte, le ho contate) recita frasi tipo prendi una ascia e abbatti quel bastardo cristiano o siamo disgustati dagli uomini blu (quest’ultima credo di non dovervela spiegare), rendendo sotto certi punti di vista comprensibile la sua reazione.

Sul piano musicale, come dicevo, Nordavind è classificato come folk metal, ma lontano anni luce da quello caratterizzato da motivetti allegri e cori da osteria a cui di solito associamo questo tipo di musica. Parliamo da un folk primordiale, stilisticamente ultraminimalista (non credo ci sia un brano con più di tre-quattro riff al suo interno) e soprattutto reso malefico dall’incredibile prestazione vocale di Satyr, che si alterna alle solite cantilene ultrasgraziate ma efficacissime di Fenriz e alla voce angelica di Kari, ispiratissima sia quando canta da sola (Lokk) che quando è accompagnata dagli altri strumenti (Lang Borti Lia, per me la migliore). Discorso a parte riguarda Noregsgard, altro pezzo clamoroso che non è altro di una versione più atmosferica di Quintessence, il pezzo finale di Panzerfaust. Sinceramente non ho ancora ben capito quale delle due sia stata composta prima e non m’interessa neanche più di tanto, ma non si offendano i fan dei Darkthrone se trovo questa versione molto meglio riuscita, soprattutto per le tastiere in sottofondo e per il magnifico duetto in pulito tra Fenriz e Satyr, che trovo molto più adatto rispetto allo screaming di Nocturno Culto.

Un disco riguardo il quale ai tempi si parlò anche troppo per questioni non legate alla musica, e sicuramente non quel capolavoro che molti forzatamente hanno voluto far passare, ma di certo (e qui c’è poco da discutere) uno dei lavori più sinceri e realmente vissuti dai suoi protagonisti che mi sia mai capitato di ascoltare. The future looks Norse. (Michele Romani)

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