C’è vita oltre i Batushka? PATRIARKH – Prorok Ilja
Per chi non avesse seguito fin dall’inizio la vicenda Batushka, il gruppo polacco che unisce i canti liturgici ortodossi al black metal, la riassumo: nel 2015 uscirono dal nulla questi tizi incappucciati con un album dal titolo Litourgiya, che fece immediatamente il botto. La mente dietro questo progetto era tale Krzysztof Drabikowski, polistrumentista. Negli anni che seguirono, il proprietario dell’etichetta che aveva prodotto il disco, nonché cantante sullo stesso, tale Bartłomiej Krysiuk, tentò di appropriarsi del nome Batushka ed estromettere Krzysztof, secondo quanto affermato da quest’ultimo sui social in quel periodo. Si crearono così, a partire dal 2018, due versioni della band che portavano lo stesso nome, Batushka appunto, e ne seguì una bega legale che culminò qualche mese fa, con Bartłomiej che perse e fu costretto a cambiare. Quindi ora il suo gruppo si chiama Patriarkh. Gli altri Batushka, quelli di Krzysztof, si chiamano ancora Batushka, ma in alfabeto cirillico, ovvero Батюшка. La mia speranza è vedere un giorno questa storia, interpretata da due attori, a Forum. Sarebbe epico.
Abbiamo quindi tra le mani Пророк Илия / Prorok Ilja, nuovo disco dei Patriarkh, che è uscito il 3 gennaio, data quantomeno singolare, perché se fai uscire un disco prima dell’Epifania o sei un genio del marketing, o ti vuoi male, o punti al mercato cinese, vai a sapere. Ad ogni modo il disco precedente, Hospodi del 2019, poi ristampato nel 2024 col nome nuovo, suonava come se fosse stato scritto abbastanza in fretta, e dava l’impressione di essere stato buttato lì per stare in scia all’avversario Krzysztof, che qualche mese prima era uscito con l’ottimo Panihida. Bartłomiej questa volta se ne esce con un disco per lo meno più ragionato, gli arrangiamenti sono già più sofisticati e qualche spunto qua e là c’è.
Nonostante ci si impegni molto, però, Bartłomiej non è Krzysztof. Alcune canzoni sono anche carine e orecchiabili, Wierszalin IV su tutte, ma all’atmosfera dell’album mancano quell’oscurità, quella malvagità e quel piglio che caratterizzano invece le composizioni dell’ex socio polistrumentista. Non bastano qualche scream, qualche tremolo o qualche blast beat ogni tanto per tirar fuori un disco come era nelle intenzioni del progetto originale, e manco per costituirne l’evoluzione. Le melodie sono il più delle volte dimenticabili, e gli arrangiamenti, per quanto come detto sopra migliori rispetto al precedente, rimangono comunque veramente semplici. L’album si assesta per lo più su tempi lenti, alla spasmodica ricerca di momenti solenni che però non arrivano mai alla potenza evocativa desiderata. Troppi cori, troppe parti strumentali e declamazioni dal pulpito tra una canzone e l’altra spezzano continuamente il ritmo. Il metal in tutto questo passa in secondo piano. Inoltre non si capisce perchè l’ultima traccia, e solo quella, prende in alcune parti un suono plasticoso postmoderno tipico del djent. Mah. I Patriarkh avranno anche il supporto economico della Napalm Records, ma hanno le idee un po’ confuse. Sembra un disco costruito a tavolino, e più che odore di incenso qui si percepisce odore di soldi. (Luca Venturini)



finalmente questa baracconata prende la piega prevista. “Cio che deve accadere accade” diceva Ferretti, o per citare un vero intellettuale ” E tutto va come deve andare” (883).
Riassunto della soap opera in salsa prussiana: prima avevamo un gruppo di mangiapatate che per tirare su due spicci e coprire la propria povertà culturale scopiazzava a piene mani i riferimenti culturali e religiosi del popolo vicino. Oggi che le beghe legali li costringono a dividersi non trovano altro di meglio da fare che passare al cirillico, intitolare il disco al profeta Elia, e soprattutto passare da “parroco” (батюшка) a “patriarca” per far vedere che ce l’hai più grosso, roba che nemmeno i bambini delle medie. Come se i Queen si sciogliessero per formare i King, o i membri passati dei “Kiss” fondassero i “BlowJob”.
Alla prossima bega legale consiglio ai Patriarkh di scindersi e formare i “Protodiacono” e gli “Archimandrita”….che pena…
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E ovviamente Pasquale Africano che arriva con il quad e dice “Usucaprone” invece di “usucapione”
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Usucaprone. Hai 2 birre pagate.
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O “usocopione” (se sei alle medie/elementari)
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