Avere vent’anni: POSSESSED – Agony in Paradise e qualche riflessione sui dischi dal vivo

Agony in Paradise è un live dei Possessed uscito nel 2004 contenente la registrazione di un concerto dell’ 87 effettuato a Parma, in Ohio (che ridere fanno sempre queste città americane col nome delle città europee). Il disco è più un bootleg che un live ufficiale, quindi dovete prenderlo così com’è: registrazione da scantinato e sì, insomma, un po’ demmerda. Poi per carità, i riff si sentono discretamente, la batteria pure, la voce anche. Però, ecco, come si dice dalle mie parti: l’è anca steso, ovvero se ne può fare anche a meno. Dei Possessed c’è altro da ascoltare.

Vorrei però sfruttare lo spazio concessomi dall’editore di questo giornale per parlare di qualcosa che in agonia lo è veramente: i dischi dal vivo. Fino a vent’ anni fa circa, ogni gruppo, metal e rock, prima o poi avrebbe fatto uscire una registrazione presa da un loro concerto, poi mixata e prodotta con tutti i crismi e venduta principalmente per tirar su un po’ di soldi tra un disco in studio e l’altro, per raccogliere nuovo pubblico e perchè poteva diventare effettivamente qualcosa di rilievante nella propria discografia. I live permettevano di sentire le canzoni sotto un’altra forma: alle volte più grezza, alle volte più acustica, alle volte più veloce. Insomma, il disco dal vivo era un’uscita obbligatoria per una band che mirava al successo. Spesso erano pure registrati su VHS, e più tardi su DVD. Ci sono decine di dischi di questo genere che hanno fatto storia. I primi che mi vengono in mente, così a caso: Kick Out the Jams degli MC5, vari MTV Unplugged tra cui il più famoso è rimasto quello dei Nirvana, The Song Remains the Same dei Led Zeppelin, Made in Japan dei Deep Purple, At Fillmore East dei fratelli Allman, Live after Death degli Iron Maiden. Proprio quest’ultimo è stato il mio primo disco metal in assoluto, piaciutomi talmente tanto che poi comprai un altro loro live, quello a Donington, a distanza di due settimane.

Come si spiega quindi questa morìa? Leggendo qua e là alcuni articoli di chi ne sa più di me sull’industria discografica, la prima cosa su cui concordando tutti è la perdita d’importanza del rock per il cosiddetto music business. Salvo qualche eccezione, i dischi live che hanno venduto di più nella storia della musica sono di gruppi rock. Per cui, se già le vendite dei dischi in studio di chi fa il suddetto genere oggi sono meno rilevanti, figuriamoci quelli dal vivo. Secondo fattore, ci sarete già arrivati, è lo streaming, che mal si accompagna a quel tipo di registrazioni, i cui algoritmi raramente propongono l’ascolto di tracce live. Anzi, direi che non lo fanno mai. Terzo fattore, conseguenza del secondo, è che l’album live è fatto per essere ascoltato per intero e oggigiorno gli album difficilmente li si ascolta per intero. Certo, qualche romantico potrebbe dire “io lo faccio ancora!“, ma la verità è che sono una razza in via d’estinzione.

Fermi un attimo. Cerchiamo di essere razionali e non lasciarci prendere dal si-stava-meglio-quando-si-stava-peggismo. Questa non è l’apocalisse: è solo l’evoluzione della fruizione della musica. Rispetto alla sua storia le registrazioni non esistono da molto, se ci pensate. I primi esperimenti sono stati fatti a metà dell’800 ma, prima che la gente potesse ascoltarsi i dischi comodamente e privatamente nel proprio salotto, è passato un po’, anzi, un bel po’. E sono sicuro che quando le prime persone hanno cominciato ad ascoltarsi la musica per i fatti propri ci sia stato qualcuno che avrà alzato il sopracciglio e ricordato che la musica, “ai suoi tempi”,  era un esperienza da godere tutti insieme nei bar, all’opera, nelle sale concerto o dovunque fosse, ballando, bevendo, scopando ma non di certo sul proprio divano e da soli. Lo streaming, insomma, non è un nemico da combattere. Può essere migliorato? Certo. Gli artisti dovrebbero essere pagati di più? Sicuro. Se oggi è il metodo principalmente usato per ascoltare la musica (da tutti, non solo dai giovani, siamo onesti), secondo me dovremmo guardare indietro di qualche anno e chiederci se la pratica del download dai siti peer-to-peer non abbia dato un’idea a chi poi lo streaming lo ha inventato. “Toh “, avrà detto qualcuno, “alla gente sta bene pure ascoltarsi la musica in MP3 anziché spendere 10/15 euro per singolo CD. E se mettessimo gli MP3 su un sito e gli facessimo pagare un’abbonamento mensile, al costo di un singolo cd, per fruirne rispettando pure la legge?”. Poi ci si era messo pure Lars Ulrich a ingigantire la cosa ed ecco pronta la frittata. Per come va il mondo tra vent’anni lo streaming lo rimpiangeremo, state a vedere. Forse però, per allora, sarà tornato di moda riascoltare i dischi dal vivo. Chi lo sa. (Luca Venturini)

2 commenti

  • Avatar di walterb2010

    Bèh, direi che io vado controcorrente allora. Ho sempre preferito i live ai dischi ufficiali, da quando, negli anni 80 iniziai ad ascoltare hard rock e metal. Mi piace di più la dimensione live dei gruppi, e già da allora ho iniziato la mia collezione di bootleg su vinile più un migliaio di registrazioni ottenute col tape trading.
    Anche ad oggi, con internet, ho scaricato un altro migliaio di concerti dai vari siti che offrono bootleg, e continuo ad ascoltare prevalentemente dei live. Sentire i gruppi dal vivo mi appaga di più, anche con le imperfezioni e la bassa qualità di registrazioni del genere. Io stesso ho registrato quasi tutti i concerti a cui sono stato tra gli anni 80 e 90, e riascoltarli ogni tanto è bellissimo.

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  • Avatar di Fabryz74

    Non e’ male ascoltare qualche live ogni tanto, ammetto pero’ che mi interessavano piu’ negli anni 80/90 quando uscivano album meravigliosi tipo decade of aggression degli Slayer (forse il mio live preferito) piuttosto che Live after death degli Iron e gli unplugged di Alice in chains e Nirvana o No holds barred dei Biohazard, oltre a qualche bootleg trovato in giro registrato su cassetta.

    Adesso mi piacciono molto quegli album che sembra abbiano una sorta di registrazione live in studio, potente ma non rifinitissima, calda, con gli strumenti ben in evidenza senza essere straprocessati (tipo nuclear blast?)…insomma gente come kurt ballou o piu’ di recente Taylor young, giusto x citarne 2, sono fantastici secondo me in questo senso.

    Poi, ovviamente, se un disco mi piace, mi piace aldila’ della produzione, pero’ i suoni finti di certi gruppi, che pure seguo, mi urtano abbastanza.

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