E alla fine delusero anche i WINTERFYLLETH: The Imperious Horizon

È uscito a settembre, pure ben preannunciato, l’ottavo album di inediti dei Winterfylleth. Tralasciando i singoli siamo a 11 episodi discografici in 17 anni di carriera, direi neanche una cifra esorbitante, nevvero? Quindi non si può dire che gli inglesi alluvionino le nostre collezioni o possano venire a noia per “eccesso di creatività” – cosa che poi si leggerebbe: pubblicano ogni cazzo di riff che gli viene in testa – perché faremmo la figura dei prevenuti. Noi non lo siamo, e abbiamo letto con compiacimento le opinioni di illustrissimi colleghi italiani ed esteri che, con occhi acquosi e sbrodolanti calde lacrime di commozione, elargivano votazioni iperboliche a The Imperious Horizon, gratificandolo come assoluto vincitore del titolo di disco dell’anno, senza se e senza ma (quanto fa fico scriverlo, vero?).

Dal momento che io considero i Winterfylleth degli antesignani della rinascita black metal in terra d’Albione, ci avrò messo dieci secondi a precipitarmi in negozio a comprarne una copia. Li ho citati più volte negli articoli che parlano di black metal atmosferico come indubbia influenza, perché sono stati loro, insieme ai Fen, ai Wolves in the Throne Room (non inglesi, ma il genere è quello) e successivamente agli Arx Atrata, a dare vita a un movimento, che non esito a definire mondiale, che unisce un certo approccio pagano/bucolico/agreste/silvestre del black metal al symphonic/post tutto-il-resto che funziona e ha sempre funzionato: i Fen non hanno mai sbagliato un disco, gli Arx Atrata hanno scritto un’altra pietra miliare quest’anno, che ho già celebrato e mai smetterò di farlo, i WITTR qualche passaggio a vuoto l’hanno avuto, ma nel complesso se si compra un loro disco non si sprecano i soldi, e un nugolo di altri gruppi sparsi in giro per il Globo hanno composto opere più che apprezzabili ad essere cauti nel giudicarle.

Cosa che pensavo anche di The Imperious Horizon, naturalmente. Dei Winterfylleth ho praticamente l’intera discografia e non posso giammai asserire che alcuno dei loro lavori mi abbia deluso; i presupposti perché questa tradizione continuasse c’erano tutti, anche perché The Reckoning Dawn è uscito quattro anni fa, quindi di tempo per comporre materiale con i controcazzi ce n’è stato ben più che a sufficienza. Dai, mettiamo nel lettore ‘sto disco e prepariamoci a qualche mistico viaggio nelle brughiere nebbiose delle zone rurali inglesi, ché qui fa freddo e c’è nebbia, quindi siamo dell’umore giusto.

Il disco parte bene, poca intro (First Light, un paio di minuti, nulla di pesantissimo); un riff in blast bello aggressivo apre Like Brimming Fire (7 minuti), gradevole, ci sta, magari il pezzo è un po’ lungo ma glielo possiamo accordare. Poi inizia Dishonour Enthroned (7’14”) ed è la stessa minestra, cambiano solo i riff pure in modo neanche così evidente e vabbè, è il classico suono Winterfylleth, loro pezzi punk da un minuto e mezzo non li hanno mai scritti. Quando finisce Upon this Shore (7’46”) – che inizia esattamente come i due precedenti – cominci a farti qualche domanda; sul finire di The Imperious Horizon (8’40”) ti accorgi che le sezioni epico-maestose le sanno ancora scrivere, ma che le portano avanti talmente tanto a lungo che oltre un certo punto diventano stucchevoli. Siamo a metà disco, è già passata più di mezz’ora e fino ad adesso è sembrato di ascoltare sempre lo stesso pezzo. La mappazza più totale è In Silent Grace (11 minuti) che fa il verso ai Primordial in modo smaccato, tranne che Chris Naughton non è Nemtheanga e ciò incide non poco, ma questa è una cosa sulla quale ritorno più avanti. Un pezzo che sembra non finire mai. A questo punto si comincia a perdere l’interesse e magari ci si mette a riordinare i dischi mentre l’album procede verso la sospirata conclusione, un’ora e 15 minuti dopo il suo inizio.

Allora magari ti convinci che non gli hai dedicato la giusta concentrazione e ricominci l’ascolto da capo, solo che stavolta inizi a riordinare i dischi alla fine del terzo pezzo, e di quanto succede di lì in poi t’interessa quanto a Moana Pozzi quando girava le sue scene. No, direi che così non va bene. Tenti allora un approccio diverso: il track-by-track, così magari ci salta fuori una sontuosa recensione nel formato tanto caro ai nostri due Capi Supremi, solo che noi collaboratori stronzi non gliene provvediamo mai una, che canaglie che siamo, loro che invece ci terrebbero tanto…

Salta fuori che, presi singolarmente, i pezzi sono tutti validi e formalmente inappuntabili, ma che appena provi a riprodurne due o tre consecutivamente ti vengono i formaggi alle ginocchia, inevitabile. Persino la (incredibilmente) breve To the Edge of Tyranny, meno di 4 minuti, impostata su un riff iniziale death/black a-la Tsjuder e che poi evolve in un crescendo fast black, non smuove più di tanto l’interesse a meno che non venga ascoltata in solitaria, e allora non si può negare che per grazia della sua sintesi sia il pezzo più riuscito dell’album, nonché quello che meno si rifà allo stile classico della band inglese. Così come non ci riesce la cover degli Emperor The Majesty of the Nightsky e non risolleva le sorti di In Silent Grace la versione con Nemtheanga alla voce in conclusione dell’album, quando oramai è troppo tardi e lo scarso valore del disco nella sua interezza è palese.

Immagino l’obiezione: “Sì, ma le ultime due sono bonus track, in realtà durerebbe di meno”. Neanche per sogno, sono presenti in tutte le versioni del disco digitale compreso, quindi l’opera è stata concepita in questo modo e così è stata fatta uscire, con due versioni dello stesso brano – il più lungo tra tutti, per di più – cantate in due modi differenti, più una cover che non sposta di un millimetro il valore dell’insieme e che non fa altro che allungare l’agonia. Per carità, tutt’altro che contrario se vuoi farti fare un featuring da Nemtheanga, ma a questo punto riserva una delle due versioni del pezzo ad un’effettiva versione limitata dell’album, magari in wooden box fatto con legno delle botti in disuso che le distillerie manderebbero in segheria, più muschi, licheni, un mignon di whisky e una pergamena numerata con il nome dell’acquirente scritto a mano da un calligrafo esperto di Old Eglish. Che contenga anche una versione di The Majesty of the Nightsky, se tanto ti preme rendere omaggio ad un’entità il cui valore assoluto è comunque lontanamente diverso da quanto hai proposto te in tutta la tua vita. Va tutto bene. Stra-bene. I dischi sono fatti per essere venduti, anche le versioni die-hard con i gadget più assurdi. Ma non è stato così, quindi se ci si concentra solo sulla musica, che è l’unica cosa che davvero conta, The Imperious Horizon è, a bocce ferme e dopo numerosi ascolti, una colossale rottura di palle. Altro che disco dell’anno, di tutta la loro discografia questo è l’unico che vi consiglio di ignorare. (Griffar)

3 commenti

  • Avatar di Fanta

    In effetti pensavo di essere l’unico stronzo cui questo disco non fosse piaciuto. Ma proprio zero. E a dirla tutta manco quello precedente. Anzi, direi che Hallowing of heirdom a parte (che fa cosa a sé), l’ultima cosa splendida che hanno fatto resta The Divination of Antiquity.

    "Mi piace"

  • Avatar di Schnell

    Pienamente d’accordo, non ho finito il secondo ascolto e mi viene l’orticaria al solo pensiero di far ripartire l’album. Un vero peccato.

    "Mi piace"

  • Avatar di Bonzo79

    Boh. Non concordo neanche vagamente tranne sulla lunghezza eccessiva. A me è piaciuto

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Bonzo79 Cancella risposta