Qualche considerazione su Alone, il nuovo singolo dei CURE

Sedici anni non sono pochi. E sono ancora di più se si considera che, in questo lungo lasso temporale, Robert Smith si è più volte prodigato in dichiarazioni relative all’imminente uscita di un nuovo album dei Cure. Prima si è parlato di un lungo disco che si sarebbe dovuto chiamare The Dark Album, poi addirittura di una nuova “trilogia” di dischi molto diversi tra loro, di cui l’ultimo estremamente sperimentale e interamente composto dal solo Smith, e infine, in seguito ad una campagna pubblicitaria molto anni ‘90, è stato annunciato Songs of a Lost World, in uscita il primo novembre. Il 26 settembre, come anticipato dal canale Whatsapp della band e dal sito creato ad hoc per l’uscita del disco, è stato pubblicato il primo estratto dall’album, Alone, la quale era stata già eseguita in alcune date del tour dello scorso anno insieme ad altri due brani. Alone si sposta molto dai territori che avevano contraddistinto il precedente, a dir poco insoddisfacente, 4:13 The Dream, ma anche da quelli del sottovalutatissimo omonimo del 2004 e, in generale, dell’ultima produzione della band. I sei minuti del nuovo singolo dei Cure, infatti, affondano le proprie radici in partiture vicine a quelle di Disintegration (compresi i due minuti strumentali con cui si apre il pezzo), su cui sì innestano archi sintetici che potrebbero ricordare alla lontana quelli di Faith, il tutto in una atmosfera sognante vicina a certi Cocteau Twins. Una versione più lenta e “austera” rispetto a quella ascoltata dal vivo, e migliore. The-Cure-Songs-of-a-Lost-World-1 This is the end of every song we sing, canta Robert Smith nella prima strofa di un brano che, come racconta lui stesso, ha rappresentato la chiave di volta per tutto il resto dell’album, “venuto fuori” non appena è stata ultimata la sua apertura. Una canzone che parla, come da titolo, di solitudine e di distacco, dovuto anche ai lutti che Smith ha dovuto affrontare negli ultimi anni. Un pezzo di una band che non deve più dimostrare nulla a nessuno, che di certo non “sorprende” ma piuttosto conquista grazie alla sua forza, alla sua intensità e a una produzione a dir poco perfetta (sulla quale, nei simposi di redazione che organizziamo settimanalmente sorseggiando assenzio e fumando le nostre pipe, abbiamo alquanto dibattuto) (io personalmente concordo col Carrozzi: “pare registrata sott’acqua”, ndbarg). Un brano contraddistinto da un testo come sempre emozionante, così come emozionante è la voce di Robert Smith che, per molti di noi, ha sempre rappresentato l’espressione dei sentimenti più intimi e difficili da esprimere in una forma intellegibile. Sono passati 16 anni, ne è valsa la pena. (L’Azzeccagarbugli)

5 commenti

  • Avatar di Bonzo79

    per me bellissima

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  • Avatar di Fanta

    Bella, molto bella anche per me.

    Una delle band della mia vita, avrei detto da giovane. Gente che ha rilasciato alcuni dischi fondanti il mio modo di stare al mondo, dico oggi.

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  • Avatar di nxero

    Direi che assomiglia a qualcosa di “Faith”, che è il loro lavoro che ho proprio nel cuore. Non sarà mai una “Funeral party” o una “All cats are grey”, questo è sicuro, però molto meglio di come mi aspettavo. Adesso vediamo il disco completo, considerando che l’ultimo loro disco che ho apprezzato veramente è “Bloodflowers” (e che è passata un’ eternità) rischia di essere un bel ritorno se non altro.

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  • Avatar di Bonzo79

    album bello intero, ci sento rimandi di wish

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    • Avatar di Fanta

      Album che non sembra affatto composto da gente invecchiata malamente. È un disco che risponde a una propria urgenza di lasciare ancora il segno. E in tempi del genere mi sembra una cosa rilevante, non conforme alle regole del gioco.

      Non ci sento rimandi a Wish, personalmente. Wish è un disco che gioca sui contrasti tra leggerezza e disperazione. Siamo nell’ambito dell’ambiguità. Nel caso in oggetto, piuttosto, la partita è con la consapevolezza del tempo che scorre inesorabile, con il senso del limite. Basti misurare i minuti spesi a cantare. Pochi. E per me senso del limite significa anche dare spazio al silenzio, alle intercapedini musicali che diventano messaggio senza parola. Per atmosfera lo accosterei a Bloodflowers e per esecuzione a Faith. Il basso di Gallup ruba la scena e la resa sonora è eccezionale, al di là del fatto che le chitarre sono poco incisive.

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