Avere vent’anni: AXIS OF ADVANCE – Obey

Un’esplosione di violenza piroclastica di pompeiana memoria preposta a lasciar dietro di sé solo macerie e vestigia in rovina lasciate come monito ai posteri. Questo è Obey, il terzo e ultimo album dei fenomenali canadesi Axis of Advance, uscito vent’anni fa ma talmente avanti nei tempi che nemmeno al giorno d’oggi qualcuno suona musica neanche lontanamente simile od accostabile. Se in precedenza avevo scritto che gli effettivi inventori del war black metal furono loro, in questa loro prova la loro musica si spinge oltre, portandosi in territori inesplorati nei quali il black metal esiste ancora, come concetto di fondo, ma viene di fatto stravolto con decine di soluzioni diverse. Così si esula completamente dallo stereotipo che prevede il war black come sottogenere nel quale si picchia duro e basta, pura ignoranza musicale necessitante di alcuno stile particolare e men che meno di tecnica strumentale.

Per rendere effettiva giustizia all’unicità di Obey non bisognerebbe fare solamente una recensione track-by-track, ben più opportuno sarebbe sviscerare ogni singolo pezzo e descriverlo approfonditamente, cosa che risulterebbe quantomodo prolissa nonché improbabile. Ma facciamo un’eccezione per il pezzo che apre il disco e che ne costituisce la linea guida: Of One to Conflict It. Parte subito tiratissimo, poi comincia a spezzarsi grazie ad inserti di tempi dispari in marcato staccato sottolineato dai colpi del rullante; seguito questo schema fino ad un primo rallentamento pesantissimo, riprende velocità mentre un’assolo stranissimo e dissonante di chitarra ci porta ad una specie di conclusione all’interno del brano. Avete presente quando gli artisti terminano un concerto particolarmente riuscito e si mettono tutti a fare quanto più bordello possibile agli strumenti per salutare i fan? Una cosa simile, solo che qui porta nuovamente al rallentamento di cui sopra e successivamente allo schema iniziale, dando così al brano una sorta di effetto palindromìa. Un pezzo tesissimo, intriso di violenza quasi incontrollata che pare sempre sul punto di far esplodere lo stereo da tanta cattiveria contiene.

A questo punto mi sembra doveroso elogiare la perizia tecnica agli strumenti di Wör (chitarre e voci), AoA Vermin (basso  – distortissimo e splendidamente in evidenza – e voce) e J. Read alla batteria. Quest’ultimo soprattutto si reinventa uno stile per suonare il black metal veloce: tecnicissimo, sempre in ricerca di trick, arrangiamenti, soluzioni originali che spezzino il ritmo in mille rivoli e propongano qualcosa di nuovo, è un amante delle rullate e dell’utilizzo di ogni pezzo del suo drumkit con il malcelato intento di ridurlo a brandelli. In taluni brani sembra che suoni un assolo perenne, e di certo poter annoverare un simile batterista ha agevolato di molto il processo compositivo di ricerca di soluzioni nuove, si vedano i tempi dispari in ottavi o sedicesimi che non raramente troviamo disseminati nei solchi del vinile. Provate ad ascoltarvi Wrath Pounding per comprendere di cosa sto parlando e rimarrete a bocca aperta pure voi.

Gli Axis of Advance non erano normali: prima si inventano il war black metal, poi lo abbandonano quasi del tutto per dedicarsi ad un black/death tecnico con influenze hardcore violentissime, quando tutto questo non esisteva e nessuno aveva mai neanche provato ad immaginarsi una cosa simile, meno che mai l’intero movimento deathcore che a questo disco paga un pegno grosso come una casa – senza che nessuno di quelli che si vantano di averlo inventato si sia preso la briga di riconoscere loro quanto strameritato nel corso di una breve ma impressionante carriera. Quest’ultima è purtroppo terminata due anni dopo con l’EP epitaffio, Strike vista l’indifferenza del grande pubblico nei confronti della loro proposta, troppo all’avanguardia per essere capita. A tal proposito, non escludo la Osmose productions dall’avere colpe di questa spiacevole compagna che ha infine segnato in negativo l’esistenza del gruppo canadese: poco promossi, non certo una loro priorità, gli Axis of Advance avrebbero meritato ben altra considerazione da parte di una label che nei primi anni duemila aveva perso tutte le galline dalle uova d’oro del primo periodo scandinavo black metal e stava cercando di rifarsi una credibilità tentando di valorizzare talenti di livello discutibile, lontanissimi dall’eccellenza musicale propria di un terzetto di geni per nostra fortuna radunati sotto un unico vessillo. Dio, quanto mi dispiace non avere mai avuto l’occasione di vederli dal vivo, mi immagino il massacro disumano sotto il palco.

Obey è un capolavoro, gente. Spero che almeno oggi si arrivi a comprenderlo. (Griffar)

2 commenti

  • Metallaro scettico
    Avatar di Metallaro scettico

    The List non mi parve un granché all’uscita. Musicalmente questo è notevole… dovevano solo mettere un po’ più a fuoco la proposta. Peccato

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    • Fabrizio Papetti
      Avatar di MorHell

      Un piccolo appunto per chi scrive di musica, non si può dire tempi dispari anche per la batteria ma battere o levare, è come se un panettiere dice quella cosa molle in mezzo al pane. Detto questo il numero di gruppi che si conoscono grazie alle recensioni è elevatissimo 🔥🤟

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