Cinquantenni ancora piacenti: NEIL YOUNG – On The Beach
“[Heart of Gold] put me in the middle of the road (…) Traveling there soon became a bore, so I headed for the ditch.”.
Con queste linear notes, di inequivocabile significato, Neil Young ha spiegato il senso dei suoi dischi pubblicati a cavallo tra il 1973 e il 1975, la cosiddetta “ditch trilogy”, composta da Time Fades Away, Tonight’s the Night e dal festeggiato di turno che ha compiuto cinquant’anni, On the Beach.
Dopo il successo di Harvest, un po’ come lo Springsteen di Nebraska, Neil Young, lontano dalla sua terra natale, in California, non aveva voglia di godersi il successo e ha scelto la strada opposta, registrando i dischi più cupi e pessimisti della sua carriera, che all’epoca rappresentarono anche un baratro a livello commerciale, tanto che per anni sono stati quasi introvabili, fino alla loro ristampa nei primi 2000. Se, in assoluto, il più depressivo è senz’altro Tonight’s the Night, On the Beach è senz’altro quello più malinconico, ricco di rimpianti e antitetico rispetto all’atmosfera californiana in cui è stato composto.
Del resto, un album che ha per tre volte la parola blues nei titoli delle sue canzoni dice già molto del suo contenuto, a volte caustico (Walk On), altre rabbioso (Ambulance Blues), altre ancora semplicemente straziante (Motion Picture – For Carrie). Un album a dir poco perfetto che, per quanto mi riguarda, rappresenta il fulcro della poetica youngiana e che ha ispirato e conquistato ascoltatori di tutte le estrazioni.
Perché, se Young è sempre stato considerato il padrino del grunge – ed è difficile non cogliere l’enorme influenza che ha avuto su tutta la scena di quegli anni – allo stesso modo ha plasmato le menti di tantissime band indie anni ’80/’90 (dai Dinosaur Jr. ai Built to Spill), arrivando anche a conquistare tantissimi musicisti metal che, molto spesso, citano i dischi del canadese tra i loro preferiti in assoluto (pensiamo, giusto per fare un esempio, alla splendida cover di Cinnamon Girl dei Type O Negative).
E se questa influenza è manifesta soprattutto per i dischi più movimentati di Neil Young – per esempio un Live Rust – per quanto mi riguarda, se si vuole trovare il minimo comun denominatore che lega artisti tanto diversi tra loro, si deve cercare proprio tra gli abissi della “ditch trilogy” e, in particolare, in On The Beach.
“Though my problems are meaningless, That don’t make them go away”.
Quasi un manifesto programmatico contenuto, non a caso, nel brano omonimo, che, insieme ad un’altra manciata di brani, fissa il tono dell’album. E di problemi, e di ragioni per elaborare pensieri depressivi, Young ne aveva a iosa, a partire da Danny Whitten dei Crazy Horse, che resta una delle più evidenti cause della direzione intrapresa da Young. Forse il musicista con cui è entrato più in sintonia, con il quale ha condiviso alcune delle armonie vocali più belle della sua carriera (Cowgirl in the Sand e Tell me Why tra le tante), un suo punto di riferimento che, però, era anche schiavo dell’eroina (e uno dei brani più noti di Young, The Needle and the Damage Done, parla proprio del potere distruttivo delle dipendenze).
Young prova a continuare a coinvolgerlo nei sui progetti, ma Whitten ormai è del tutto inaffidabile, fino a quando, il 18 novembre 1972, lo convoca a San Francisco per licenziarlo, tentativo ultimo di farlo uscire dal torpore, consegnandogli un biglietto di sola andata per Los Angeles. La mattina seguente Whitten viene trovato morto per overdose.
Stessa sorte che tocca ad uno dei roadie storici di Neil Young, Bruce Berry (cui è dedicato Tonight’s the Night), iniziato all’eroina proprio da Whitten. Giusto per non farsi mancare niente, il suo matrimonio con Carrie Snodgress cade a pezzi, contestualmente ad una diagnosi di una paralisi cerebrale del figlio Zeke. La reazione a questi momenti è contenuta in quei tre dischi, dove Time Fades Away rappresenta l’urgenza, la rabbia, Tonight’s the Night la disperazione più pura e On the Beach l’elaborazione, il disco in cui le emozioni sono più canalizzate e mediate.
Per On the Beach Young chiama a raccolta gli amici e colleghi di sempre, dai membri dei Crazy Horse a Levon Helm e Rick Danko della Band, a David Crosby e Gram Nash a Rusty Kershaw, quest’ultimo estremamente importante non tanto per il suo apporto alle session, ma per le honey slides, uno strano intruglio della peggior erba possibile e immaginabile e di miele, che Young ha consumato a iosa durante le session. In questo contesto nascono gli otto brani che compongono On the Beach e dopo l’iniziale Walk On, che quasi inganna l’ascoltatore con il brano più “allegro” dell’album con la sua esplicita replica all’accoglienza riservata a Tonight’s the Night (I hear some people been talking me down / Bring up my name, pass it ‘round / They don’t mention the happy times), si lascia subito spazio ad uno dei brani più malinconici e iconici della produzione youngiana, quel gioiello chiamato See the Sky About to Rain.
Il mood del primo lato dell’album si interrompe bruscamente con uno dei tre blues presenti, inquietante e spaventosa cronaca dei delitti della “family” di Charles Manson, che Young aveva incontrato tramite Dennis Wilson dei Beach Boys mesi prima degli omicidi Tate-La Bianca, quando Manson cercava disperatamente qualcuno che pubblicasse le sue – a dir poco mediocri – canzoni. Young rimase molto disturbato da Manson e anni dopo tradusse questo disagio nei versi “in soggettiva” della rabbiosa ed elettrica Revolution Blues, che si conclude con il raggelante “Well, I hear that Laurel Canyon is full of famous stars / But I hate them worse than lepers and I’ll kill them in their cars”.
Se il primo lato dell’album si conclude con le più canoniche – ed eccellenti – For the Turnstiles e Vampire Blues, quest’ultima una critica all’industria del petrolio, è nel lato B che si riversa la più profonda cupezza che stava vivendo Young. Se del brano omonimo basta citare il verso poc’anzi menzionato, bisogna spendere qualche parola in più per quelli che sono i due brani migliori del lotto, in cui il canadese si mette davvero a nudo.
Motion Pictures (For Carrie) è stata scritta come recita il primo verso del brano: davanti alla Tv in una stanza di albergo, con gli altri membri della band che hanno visto Young canticchiare dei versi che nel giro di un’ora sono diventati quel capolavoro che tutti conosciamo. Una canzone struggente, dedicata alla moglie Carrie Snodgress, che Young suonerà solo una volta dal vivo. Comprensibilmente. Un abisso di malinconia che fa da ponte ad Ambulance Blues, una di quelle composizioni che si fa fatica a descrivere.
Una delle migliori canzoni folk a tinte blues di tutti i tempi, in cui Young riversa tutti i pensieri che aveva nella testa in quel periodo: dal ricordo magico degli old folky days alla malinconia per quella Isabella, strada in cui viveva a Toronto, ormai irriconoscibile, dagli anni di Nixon (I never knew a man could tell so many lies / He had a different story for every set of eyes) alla tempesta emotiva che stava vivendo in quel momento e che lo porta a dubitare anche dello stesso “significato” della canzone e a comprendere come il ricordo del passato non possa sempre essere salvifico (“It’s hard to say the meaning of this song / An ambulance can only go so fast / It’s easy to get buried in the past / When you try to make a good thing last”).
Un capolavoro che chiude un album tanto doloroso quanto influente, e che ha contribuito a far uscire Young da quel baratro in cui era piombato. Tuttavia, già con Zuma ricominciò a vedere la luce. (L’Azzeccagarbugli)
Perché, se Young è sempre stato considerato il padrino del grunge – ed è difficile non cogliere l’enorme influenza che ha avuto su tutta la scena di quegli anni – allo stesso modo ha plasmato le menti di tantissime band indie anni ’80/’90 (dai Dinosaur Jr. ai Built to Spill), arrivando anche a conquistare tantissimi musicisti metal che, molto spesso, citano i dischi del canadese tra i loro preferiti in assoluto (pensiamo, giusto per fare un esempio, alla splendida cover di Cinnamon Girl dei Type O Negative).
E se questa influenza è manifesta soprattutto per i dischi più movimentati di Neil Young – per esempio un Live Rust – per quanto mi riguarda, se si vuole trovare il minimo comun denominatore che lega artisti tanto diversi tra loro, si deve cercare proprio tra gli abissi della “ditch trilogy” e, in particolare, in On The Beach.
“Though my problems are meaningless, That don’t make them go away”.
Quasi un manifesto programmatico contenuto, non a caso, nel brano omonimo, che, insieme ad un’altra manciata di brani, fissa il tono dell’album. E di problemi, e di ragioni per elaborare pensieri depressivi, Young ne aveva a iosa, a partire da Danny Whitten dei Crazy Horse, che resta una delle più evidenti cause della direzione intrapresa da Young. Forse il musicista con cui è entrato più in sintonia, con il quale ha condiviso alcune delle armonie vocali più belle della sua carriera (Cowgirl in the Sand e Tell me Why tra le tante), un suo punto di riferimento che, però, era anche schiavo dell’eroina (e uno dei brani più noti di Young, The Needle and the Damage Done, parla proprio del potere distruttivo delle dipendenze).
Young prova a continuare a coinvolgerlo nei sui progetti, ma Whitten ormai è del tutto inaffidabile, fino a quando, il 18 novembre 1972, lo convoca a San Francisco per licenziarlo, tentativo ultimo di farlo uscire dal torpore, consegnandogli un biglietto di sola andata per Los Angeles. La mattina seguente Whitten viene trovato morto per overdose.
Stessa sorte che tocca ad uno dei roadie storici di Neil Young, Bruce Berry (cui è dedicato Tonight’s the Night), iniziato all’eroina proprio da Whitten. Giusto per non farsi mancare niente, il suo matrimonio con Carrie Snodgress cade a pezzi, contestualmente ad una diagnosi di una paralisi cerebrale del figlio Zeke. La reazione a questi momenti è contenuta in quei tre dischi, dove Time Fades Away rappresenta l’urgenza, la rabbia, Tonight’s the Night la disperazione più pura e On the Beach l’elaborazione, il disco in cui le emozioni sono più canalizzate e mediate.
Per On the Beach Young chiama a raccolta gli amici e colleghi di sempre, dai membri dei Crazy Horse a Levon Helm e Rick Danko della Band, a David Crosby e Gram Nash a Rusty Kershaw, quest’ultimo estremamente importante non tanto per il suo apporto alle session, ma per le honey slides, uno strano intruglio della peggior erba possibile e immaginabile e di miele, che Young ha consumato a iosa durante le session. In questo contesto nascono gli otto brani che compongono On the Beach e dopo l’iniziale Walk On, che quasi inganna l’ascoltatore con il brano più “allegro” dell’album con la sua esplicita replica all’accoglienza riservata a Tonight’s the Night (I hear some people been talking me down / Bring up my name, pass it ‘round / They don’t mention the happy times), si lascia subito spazio ad uno dei brani più malinconici e iconici della produzione youngiana, quel gioiello chiamato See the Sky About to Rain.
Il mood del primo lato dell’album si interrompe bruscamente con uno dei tre blues presenti, inquietante e spaventosa cronaca dei delitti della “family” di Charles Manson, che Young aveva incontrato tramite Dennis Wilson dei Beach Boys mesi prima degli omicidi Tate-La Bianca, quando Manson cercava disperatamente qualcuno che pubblicasse le sue – a dir poco mediocri – canzoni. Young rimase molto disturbato da Manson e anni dopo tradusse questo disagio nei versi “in soggettiva” della rabbiosa ed elettrica Revolution Blues, che si conclude con il raggelante “Well, I hear that Laurel Canyon is full of famous stars / But I hate them worse than lepers and I’ll kill them in their cars”.
Se il primo lato dell’album si conclude con le più canoniche – ed eccellenti – For the Turnstiles e Vampire Blues, quest’ultima una critica all’industria del petrolio, è nel lato B che si riversa la più profonda cupezza che stava vivendo Young. Se del brano omonimo basta citare il verso poc’anzi menzionato, bisogna spendere qualche parola in più per quelli che sono i due brani migliori del lotto, in cui il canadese si mette davvero a nudo.
Motion Pictures (For Carrie) è stata scritta come recita il primo verso del brano: davanti alla Tv in una stanza di albergo, con gli altri membri della band che hanno visto Young canticchiare dei versi che nel giro di un’ora sono diventati quel capolavoro che tutti conosciamo. Una canzone struggente, dedicata alla moglie Carrie Snodgress, che Young suonerà solo una volta dal vivo. Comprensibilmente. Un abisso di malinconia che fa da ponte ad Ambulance Blues, una di quelle composizioni che si fa fatica a descrivere.
Una delle migliori canzoni folk a tinte blues di tutti i tempi, in cui Young riversa tutti i pensieri che aveva nella testa in quel periodo: dal ricordo magico degli old folky days alla malinconia per quella Isabella, strada in cui viveva a Toronto, ormai irriconoscibile, dagli anni di Nixon (I never knew a man could tell so many lies / He had a different story for every set of eyes) alla tempesta emotiva che stava vivendo in quel momento e che lo porta a dubitare anche dello stesso “significato” della canzone e a comprendere come il ricordo del passato non possa sempre essere salvifico (“It’s hard to say the meaning of this song / An ambulance can only go so fast / It’s easy to get buried in the past / When you try to make a good thing last”).
Un capolavoro che chiude un album tanto doloroso quanto influente, e che ha contribuito a far uscire Young da quel baratro in cui era piombato. Tuttavia, già con Zuma ricominciò a vedere la luce. (L’Azzeccagarbugli)

“I’m sorry, I don’t listen to country music.” (cit.)
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bell’articolo, in assoluto l’album cui sono piu legato di NY, per non parlare della copertina, fino al 2004 era introvabile in cd
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