Patagonia Rebelde: INTERVISTA AI KRÉEN
Dopo l’ascolto di Ecos de Olas, Céfiros y Llamaradas, ultimo disco dei cileni Kréen, del quale trovate qui la recensione, incuriositi dalla remotissima scena musicale della Patagonia, abbiamo intervistato il cantante e bassista H., principale compositore, autore dei testi e del progetto artistico.
Sembra che Ecos de Olas, Céfiros y Llamaradas sia stato accolto molto bene in queste prime settimane dall’uscita.
Si, fino ad ora abbiamo ricevuto delle buone recensioni e non solo, anche dei commenti molto positivi su YouTube, su Bandcamp, sui social in generale, però sinceramente mi resta un dubbio: non ho ancora capito se questi bei commenti provengano dal pubblico in generale o soltanto da gente che parla e capisce lo spagnolo, perché credo che trattiamo di temi molto specifici. Mi spiego: il testo delle nostre canzoni è in spagnolo e il linguaggio che utilizziamo non è immediato da comprendere: è poetico, utilizziamo molte metafore, facciamo riferimento a fatti storici, che sono presi da fonti reali, per cui quello di cui parliamo può non essere molto accessibile o facile da capire al primo ascolto, per chi non capisce lo spagnolo. Comunque sia, l’album sta andando molto bene.
Rispetto al precedente Cenizas, com’è andato?
Cenizas fu pubblicato nel 2021 da una piccola etichetta cilena ed è sempre rimasto confinato nell’underground. Per i Kréen è stato importante, in quanto è stato il primo lavoro vero e proprio come gruppo, ovvero una prima ricerca. In quel caso, sia come suono che come concetto generale, siamo riusciti ad arrivare ad un traguardo che volevamo raggiungere e l’album è stato recepito per lo più nella scena locale. Poi siamo riusciti a fare un salto grande quando abbiamo realizzato il videoclip di Mar de Animas con la Black Metal Promotion. Da lì il cambiamento è stato davvero gigantesco: subito dopo la pubblicazione del video abbiamo ricevuto tantissimi commenti positivi, recensioni, 46.000 visite… davvero inaspettato per noi e questa cosa ci è servita molto per farci conoscere all’estero, anche dalla nostra etichetta attuale, la This Hands Melt, in Italia, che poi ha pubblicato il nuovo album.
A proposito dello stile musicale dei Kréen, sempre rispetto a quanto si sentiva in Cenizas, avverto che in Ecos c’è una maggiore voglia di raccontare, una maggiore apertura sia musicale che tematica.
In Cenizas abbiamo cercato di trovare il nostro suono e di realizzare un progetto completo, che comprendesse la musica, i testi, la grafica… tutto quanto. Siamo riusciti a realizzare questa cosa e la composizione musicale ci ha permesso di esplorare questa possibilità, ma le canzoni sono rimaste come separate fra di loro, senza un legame vero. Comunque sia, grazie a questo lavoro che abbiamo fatto insieme, ha preso forma la volontà di parlare del popolo originario della Tierra del Fuego e del genocidio che si attuò nei suoi confronti da parte dei coloni, ma questa cosa è emersa strada facendo. Quello che è successo di molto diverso in Ecos è che abbiamo fatto tesoro dell’esperienza precedente e abbiamo deciso fin dall’inizio di parlare dell’immigrazione dall’isola di Chiloé e della “Patagonia Rebelde”. Per chi non lo sa, nel 1920 molti ciloti (così erano chiamati gli immigrati dall’isola di Ciloé) viaggiarono dalla loro isola fino alla Patagonia per trovare lavoro. Oltre a raccontare questo viaggio, abbiamo descritto le emozioni, le sensazioni, la paura di questa gente. Tutti questi elementi sono entrati a far parte delle canzoni. La principale differenza rispetto a Cenizas sta nel fatto che il concetto dietro a Ecos è stato elaborato e sviluppato in ogni aspetto della realizzazione del disco: la copertina, i testi, la musica, i recitativi, i samples, tutto fa parte di un unico progetto unitario, deciso fin dall’inizio.
Si, è molto chiaro: c’è una prima parte, Olas, dove si narra di questo cilote che affronta il viaggio e vive molte situazione difficili. Poi arriva Céfiros, dove la storia diventa un racconto collettivo, perché si parla della “Patagonia Rebelde” e di quello che accadde a livello politico e sociale negli anni Venti. Alla fine, in Llamaradas, il pensiero si rivolge al futuro, soprattutto sull’importanza della memoria e della resistenza. Quindi si passa da una prospettiva personale e singola, per arrivare a parlare di una parte di storia del vostro paese. È un tema complesso e questo tipo di riflessioni non sono molto frequenti nel nostro mondo.
Esatto, hai capito molto bene il concetto del disco. Racconta proprio il viaggio di un cilote che prende la barca, arriva a Punta Arenas e da qui, come molti altri, deve partire per un altro viaggio: entra in Patagonia, ma non ha idea di quello che lo aspetterà. Lui, come gli altri immigrati, cerca una opportunità di lavoro, perché a Chiloé la vita era diventata molto difficile. Era un’isola dove in un breve periodo di tempo erano diminuite le possibilità di lavoro, perché gli allevamenti di bestiame e l’attività agricola erano progressivamente scomparsi. Gli abitanti di Chiloé avevano saputo che all’estremo sud del Cile e dell’Argentina si poteva guadagnare bene. In particolare, al tempo l’allevamento di ovini portava ottimi guadagni ai proprietari terrieri, i quali erano stranieri. Dunque questo cilote viaggia e si addentra in Patagonia, però quando arriva e trova un lavoro, si trova anche davanti a imprenditori senza scrupoli, che sfruttano il lavoro degli immigrati. Quando questa situazione diventò chiara a tutti, molti dei lavoratori vollero organizzarsi per protestare contro queste condizioni ingiuste e così cominciarono a protestare, soprattutto attraverso scioperi e manifestazioni. Queste idee di protesta provenivano dal pensiero socialista e anarchico che si era sviluppato in Europa, per esempio in Italia e in Spagna. Per venire alla domanda, si, questo è un racconto chiaramente politico, per esempio in Vendaval e Cellisca, che sono le due canzoni centrali, parlano proprio di politica, di un’ingiustizia da affrontare. Cellisca parla del proletariato e della necessità dei lavoratori di mantenersi uniti. Noi abbiamo pensato di parlare di cose differenti rispetto ad altri gruppi black metal, parliamo del nostro territorio, della sua storia e della sue origini. Non volevamo parlare, che ne so, di satanismo, anche se non abbiamo nulla in contrario. Ognuno può parlare di quello che vuole, il mondo è libero per parlare di tutto… ecco, io magari non sono d’accordo con il nazionalsocialismo…
Si, mi sembra molto evidente…
(Ride)… per noi un disco deve parlare di un argomento unitario. Le canzoni non devono restare separate, ciascuna con un argomento diverso. Per noi il disco è un concetto.
Quindi le vostre canzoni si sviluppano a partire da un concetto iniziale che le precede, ovvero, prima decidete il tema, poi la musica viene composta di conseguenza?
Si, c’è un tema generale che è quello dell’album e ogni canzone diventa un capitolo di questo tema. Per esempio, decidiamo quale dev’essere la canzone che apre il tema e, in questo caso, anche il viaggio che raccontiamo. Poi pensiamo a quella che deve proseguire la storia e raccontare quello che il protagonista affronta. Fra parentesi, io sono comunicatore visuale e antropologo, ho questa preparazione, mi occupo di analizzare i film, per individuare i temi sociali e antropologici. Ecco, per me il disco è come un film: Ecos è un viaggio che è suddiviso in capitoli, che sono anche identificati: il primo è Olas, il secondo è Céphiros e l’ultimo è Llamaradas.
A proposito del brano Cellisca, so che il titolo si riferisce a un fenomeno metereologico tipico del vostro clima, ma mi puoi spiegare che metafora è?
“Cellisca” è un fenomeno metereologico che si ha in alcune zone, è una nebbia ghiacciata, che si forma quando si mescolano in aria acqua, pioggia e neve a bassa temperatura. Può avere molte forme diverse. È una cosa che si consce perché la si vede e la si vive personalmente, però d’altra parte la parola “cellisca” è per lo più sconosciuta. Per una persona che vive in Patagonia è anche un modo di dire. Quando si dice: “sono in una cellisca”, vuol dire che si sta vivendo qualcosa di cui si ha esperienza, ma che non si conosce, o per lo meno non se ne conosce l’esito. Si sa che esiste, ma non lo si conosce. Cellisca parla anche anche della paura dell’ignoto. Per esempio, nel film Patagonia rebelde (1974, diretto da Héctor Olivera) c’è una scena dove i lavoratori si trovano in un campo e a un certo punto incontrano dei militari, ma non sanno cosa succederà: se parleranno con loro, oppure se andranno incontro alla morte. Questo è un esempio di “essere in una cellisca”.
Poi sempre in Cellisca si parla anche dell’importanza dell’istruzione per i lavoratori, che era una delle idee divulgate dai pensatori socialisti e anarchici di inizio secolo.
Questo è un altro tema della canzone, ovvero l’importanza della conoscenza, di andare a scuola, che serve per rimanere lucidi e per avere la forza di affrontare le situazioni impreviste. La cosa che univa i lavoratori era proprio la condizione di essere lavoratori: vivere in condizioni difficili, fare sacrifici, guadagnare una miseria. Quello che li univa era la loro semplice volontà di ottenere migliori condizioni di vita. Succede spesso che nei testi parlo di folclore argentino, cileno, di poesia, poi siamo aperti a tutte le interpretazioni possibili. Sono stato anche molto influenzato dalla lettura dei giornali e dei quotidiani dell’epoca sulle condizioni dei lavoratori, gli ideali anarchici e socialisti che si stavano diffondendo. Per scrivere questi testi si sono accumulati e sovrapposti vari materiali, è stata un’esperienza molto intensa.
Che relazione c’è fra il vostro materiale musicale, ovvero le vostre composizioni, e la musica tradizionale del vostro territorio?
Buona domanda. Noi cerchiamo di essere un gruppo metal, abbiamo le nostre radici sia nel black metal che nel doom metal, però abbiamo anche una nostra identità. Ascoltiamo anche quei gruppi che perseguono lo stesso obiettivo, per esempio i Drudk dall’Ucraina, che mescolano molto il black con i suoni del folclore ucraino. Poi i Panopticon che hanno fatto un disco che s’intitola Kentucky, dove uniscono il black al folclore statunitense. Il motivo di fondazione del nostro gruppo è proprio questo: arrivare a una propria identità, udibile non soltanto attraverso i testi, ma anche e sopratutto con la musica della Patagonia. Con questo abbiamo in parte un problema, perché a parte la regione di Magellano, il resto del Cile non ha molto legame con il folklore patagonico, il paese che ce l’ha di più è l’Argentina. Se guardi la mappa, vedi che siamo vicini, ma circondiamo l’Argentina solo da un lato. Nonostante questo, noi vogliamo avere molta relazione fra entrambi i paesi, fra Punta Arenas, dove io vivo, e Rio Gallegos, che è in Argentina. In questa parte del territorio c’è invece molta relazione e si mescola molto il folclore dei due paesi. Per esempio c’è un genere tradizionale chiamato Chamamé, che è un genere di musica popolare del nord-est argentino, però lo si balla anche in Patagonia, nella regione di Aysén, in Cile. Per cui il folclore, più che un elemento chiuso dentro a un confine definito, lo vedo come un’entità territoriale e il nostro territorio è la Patagonia, non il Cile o l’Argentina.
Usate anche strumenti tradizionali come il bombo legüero, per esempio.
Si, usiamo il bombo legüero, che è un tamburo tradizionale, il charango, la chitarra acustica, la fisarmonica e il flauto.
E chi è che se ne occupa?
Invitiamo artisti che ci possano aiutare con questi strumenti, per esempio in Céfiros abbiamo invitato altri musicisti da fuori. Ci sono strumenti che usiamo anche noi, come il bombo e il flauto. La fisarmonica viene suonata da un musicista di Punta Arenas, Miguel Quinchamán, poi abbiamo invitato anche una cantante chiamata Ventisquera Austral, che ha partecipato ai cori su alcune tracce. Cerchiamo di aggiungere dei musicisti della nostra regione.
Parliamo del vostro nome, Kréen. So che significa “luna” in lingua selknam. Perché la luna e perché in selknam?
Una cosa che è abbastanza comune nell’antropologia selknam è che il termine “luna” lo si può trovare scritto in forme diverse. Nel trasferire la parola dalla forma parlata allo scritto, Kréen è la più comune, ma ci sono testi che riportano altre forme, per esempio Kraa, Kraan, oppure in certe fonti il significato del termine non è univoco: a volte indica la luna, altre volte il sole. Quindi c’è molta ambiguità, sia nella scrittura del nome, che nel significato della parola. Questa incertezza, questa ambiguità, è una caratteristica che si ritrova spesso nella cultura selknam. All’inizio del Novecento ci fu un genocidio dei Selknam da parte dei coloni, un evento che toccò a tutti i nativi americani e che nel nostro territorio confluì in parte nelle vicende che andranno a costituire la cosiddetta Patagonia Rebelde. I coloni fecero una pulizia etnica del territorio patagonico, per poter iniziare le loro attività, i loro commerci e i loro allevamenti. Questo portò a un eccidio indiscriminato di persone del popolo originario. Non erano soltanto Selknam, ma anche Aónikenk, Tehuelche, Yahganes, Kaweshkar, … non tutti furono assassinati, alcuni vennero deportati in Europa come fenomeni da circo o anche indottrinati al cristianesimo per convertirli alla cultura occidentale. Quindi, se prendiamo l’idea di prima, che l’entità della Patagonia fa riferimento al popolo originario, noi abbiamo preso Kréen, la luna, come un simbolo per parlare di questa cultura che esiste, ma che resta occultata, sconosciuta. La cultura selknam ora è estinta, ma c’è gente che dichiara di avere parenti o discendenti selknam, è qualcosa che procede come un flusso continuo, senza soluzione di continuità. Poi c’è un altro aspetto della luna, ovvero che fa già parte della cultura black metal o doom, ma attraverso il nostro nome Kréen le diamo un connotato più originale e più locale.
Com’è secondo te la scena musicale del sudamerica? In particolare quella del Cile?
Se guardi la mappa del Cile, ti accorgi che è un paese lunghissimo e stretto. Qui a Punta Arenas, che è nella regione di Magellano, all’estremo sud del Cile, abbiamo un problema di comunicazione con il resto del paese. Non è facile comunicare con la capitale. Se vuoi andare da qui al resto del paese, devi attraversare il grande campo di ghiaccio Patagonico Sud, che in Cile si chiama Campo de Hielo Sur, ovvero un enorme ghiacciaio che divide la Patagonia, poi arrivi a Puerto Montt e alle Chiloé, che sono la regione più direttamente collegata al “continente”, ovvero al resto del paese. Noi ci troviamo all’estremità australe del Cile e ne siamo isolati. Questa cosa si ripercuote anche a livello musicale, perché la nostra scena locale è molto ristretta. La maggior parte delle relazioni che abbiamo sono con gruppi argentini, perché con il resto del Cile è più complicato. Andare a Rio Gallego, che è in Argentina, è facile, mentre per andare a Santiago devo prendere un aereo. Se voglio fare un concerto a Santiago è molto costoso, perché devo pagare il trasporto degli strumenti, dei bagagli, etc.
Potresti farci qualche esempio di gruppi locali che secondo te sono interessanti da ascoltare?
Attorno al 2000 Punta Arenas aveva una buona scena musicale, c’erano molti gruppi diversi: death, heavy, doom, tribute band, ma in questo preciso momento sta un po’ decadendo insieme alla realtà complessiva di Punta Arenas. Comunque ci sono ancora dei gruppi, per esempio c’è un gruppo thrash che si chiama Bukon, cantano in spagnolo e parlano molto di attualità. Ci suona il nostro chitarrista E. Ci sono altri gruppi thrash, come gli Skarbrand, poi i Dursmilodon, sono tutti gruppi noti qui nella scena locale. A livello nazionale del Cile posso menzionare i Yajaira che fanno stoner – doom, Weight of Emptiness, che sono di Buim e sono un po’ simili a noi, ovvero fanno un death – doom misto a folk, per esempio usano il ritmo tradizionale della cueca cilena, che è in 3/4.
Interessante, comunque sembra una scena abbastanza viva.
Si, il Cile ha molti gruppi. Poi ci sono i Thanathos, che fanno thrash – hardcore e sono nostri amici, i Soga, che fanno black. C’è una buona scena black metal nella capitale, ma non qua.
Capisco che il discorso della scena musicale segua il tema generale della Patagonia, che spiegavi prima: è un territorio con una propria realtà, che è condiviso fra Cile e Argentina, ma che comunica poco con il resto dei due paesi. Si può dire che esista una scena esclusivamente patagonica?
Si, in effetti una cosa che volevo proprio sottolineare è che cerchiamo di proporre una sorta di Patagonian Black Metal perché la nostra cultura e il nostro stile li vediamo come “patagonici” e non “cileno”. Per noi non esiste il Chilean black metal.
I Kréen si definiscono black metal?
Si, facciamo parte di questo mondo, però anche del doom. Vedi, a me personalmente piace la non definizione, l’indeterminazione. Non sappiamo esattamente quale sia il nostro genere, dove ci collochiamo nella scena. Ci piace essere parte di più mondi: black metal, doom metal, siamo i Kréen…
Questo è molto patagonico. Bene, H., siamo giunti alla fine, vuoi aggiungere qualcosa?
Ti ringrazio molto per averci dato questa occasione di parlare, è una buona cosa quando si riescono a rompere le frontiere e a farsi conoscere lontano. Noi facciamo musica in spagnolo e parliamo di storie nostre, molto locali, ed è difficile arrivare lontano da qui. Quindi è molto bello quando qualcuno da altri paesi ci trova, ci recensisce e addirittura ci intervista.
Grazie a voi e a te per il tuo tempo. Speriamo di risentirvi molto presto. (Stefano Mazza)




