Sacrificare vergini a Satana coi BLACK SPELL – Into Darkness

L’ultima uscita degli Electric Wizard, Wizard Bloody Wizard, è ormai del 2017. Per inciso, pure io come Enrico lo ritengo un discone, anche se forse non è opinione proprio comunissima. I Black Spell si sono formati invece nel 2020 e ad oggi hanno pubblicato quattro album e svariati singoli. Di loro si sa poco e nulla, nessuna foto, nessun nome e cognome. Si sa che sono italiani. Metal Archives riporta “Northern Italy”, ma questo non ci aiuta moltissimo a risolvere il mistero. Quello che possiamo fare è concentrarci sui solchi (anche virtuali) della musica che diffondono con cadenza periodica (e sulle splendide copertine a tema). A noi era già piaciuto nel 2022 Season of the Damned, uscito a distanza di un anno dal predecessore, così come questo dall’esordio. Ora esce, solo in digitale per ora, il quarto volume, Into Darkness. Due anni non passati mica con le mani in mano, con due singoli ed uno split Ep con gli sloveni Chains usciti solo negli ultimi mesi. Però il quarto disco intero andava fatto macerare per bene prima di darlo in pasto agli adepti che si stanno facendo anche fuori confini. Nell’attesa, i Black Spell si sono pure divertiti a stuzzicare quanti li seguono con anticipazioni dungeon synth e illustrazioni narcosataniste pixelate tipo 8 bit. E noi ad abboccare, pensando che il Rituale stavolta sarebbe stato magari diverso, magari eprsino con squarci di elettronica retrò. E invece no, manco per niente, Into Darkness è cinquantacinque minuti di narcosatanismo in purezza, doom marcissimo, fuzz mefitici, riff depravati, aberrazioni, sacrifici umani e un suono da catacomba.

Ricondurre i Black Spell alla lezione di Jus Oborn pare scontato. In questo sarebbero in compagnia di decine di band da ogni dove, ma proprio ogni. Però se avete dimestichezza (e spero ce l’abbiate) con quel suono, i Black Spell cogli Electric Wizard mica li confondereste, manco un secondo. Perché gli italiani, oltre a migliorare ancora una volta, hanno ormai raggiunto una cifra propria e non sono una cover band. Affatto. E hanno affinato il loro timbro, la loro espressione specifica. E se gli ingredienti sono pochi e poche le variazioni sul tema (quello del riff sabbathiano più catacombale e drogato), questo a chi li segue interessa poco. Perché quel riff sabbathiano diventa più marcio, più depravato, più sconvolgente col susseguirsi dei pezzi. Perché parte benissimo, Into Darkness, già con la traccia omonima, ma i sintomi da mania omicida (rituale) e da sbandate chimiche prese a male peggiorano subito e continuano a peggiorare coi minuti. Omen, Black Witchery, A Sinner’s Hell, Saturn’s Death, Winds of Doom sono una continua progressione, o per meglio dire discesa, fino al sotterraneo della morte (Dungeons of Death), dove si conlude per questa volta il viaggio, per lo meno quello dalle fattezze doom, e dove ha luogo il sacrificio finale per far contento chi-sapete-voi. Spenti gli ampli, c’è davvero ancora il tempo per un ultimo brano ambientale inquietante e macabro (Enter the Shrine of the Black Gods), che pare proprio la risposta blasfema e compiaciuta dello o degli oscuri Beneficiari di quanto portato loro in sacrificio dai Black Spell. Ovvero qualche vergine immolata sull’altare, forse, ma sicuro le anime di noialtri semplici ascoltatori intrappolati dal rituale dei tre italiani. (Lorenzo Centini)

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