SPRINTS – Letter to Self
Ci sono dischi che ti colpiscono sin da subito e che non richiedono particolari chiavi di lettura, nella loro assoluta trasparenza. Il che non è per nulla un demerito, perché, soprattutto in alcuni generi, la semplicità è semmai una qualità, come nell’esordio sulla lunga distanza degli irlandesi Sprints, i quali, dopo due EP che avevano destato grande interesse, sono pronti a diventare la next big thing in ambito alternativo con il loro Letter to Self.
Questa non sarà una recensione lunga perché davvero non c’è molto da dire: prendete un certo rock alternativo di prima metà ’90 e metteteci forti influenze punk (Fugazi su tutti), una versione molto più tirata della prima PJ Harvey (periodo Rid Of Me, per intenderci), elementi dei Pixies e aggiungete dei suoni molto più pieni, ma per niente sintetici, e non avrete bisogno di altro per comprendere questo Letter to Self. Che, fin dall’iniziale Ticking e ancor di più con la successiva, programmatica, Heavy, sembra avere un unico obiettivo: quello di spaccare il culo e di far muovere il culo.
Non stiamo parlando di una band di fini esteti, né di gente che si è inventata qualcosa di particolare, ma, al tempo stesso, nemmeno di cloni nostalgici di musica ormai vecchia (perché sì, purtroppo per noi gli anni ’90 sono tanto lontani quanto lo erano i ’60 quando eravamo piccoli: fa schifo, ma è così) e fuori tempo massimo.
Perché, se i riferimenti sono quelli e il sound è immediatamente decifrabile, gli Sprints dimostrano molta personalità, scelgono un approccio garage anche nei suoni, hanno una capacità melodica non indifferente che si esprime in dei ritornelli che ti entrano subito in testa e mettono al centro la voce di Karla Chubb, semplicemente straordinaria: graffiante, aggressiva e perfetta per la proposta della sua band.
Tutti i brani, per la stragrande maggioranza tirati, veloci e di breve durata, sono infatti costruiti sui riff di Colm O’Reilly e sulla voce di Karla Chubb, sempre carica, sempre sul punto di esplodere, nei pochi momenti più placidi (come Shake Their Hands) così come in quelli più “pop”, come nella fantastica Adore Adore Adore, che in un mondo migliore ascolteremmo in heavy rotation su tutte le tv musicali, che non esistono più da decenni.
Al netto delle nostalgie del vostro amichevole difensore di quartiere, in conclusione, non posso che consigliarvi caldamente l’esordio degli Sprints: non sarà un capolavoro, non è tutto sugli stessi livelli e ha alcune pecche tipiche di un esordio, ma il fuoco ce l’ha eccome, così come la voglia di spaccare, una vibrante intensità e un’attitudine estremamente live. E in un inizio d’anno un po’ mesto sotto il profilo delle uscite, un album del genere non può che fare davvero piacere. (L’Azzeccagarbugli)



Se dal vivo hanno la stessa energia, questi spaccano di brutto. Grazie per la segnalazione!
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