Recuperone black metal 2023 – seconda parte
WITHIN THY WOUNDS – Ringing the Bell of Gleaming Martyrdom
Altro progetto della scuola americana, che a quanto sembra sta godendo di un nuovo rinascimento. Ringing the Bell of Gleaming Martyrdom è il secondo disco dei texani Within Thy Wounds, fast/atmospheric black forsennato e cattivo quanto basta per arrivare a toccare il raw black, melodico e accattivante altrettanto. Un giusto bilanciamento tra i due stili. Non rivoluzioneranno il genere, ma la loro bella figura la fanno alla grande. Il disco poi non è elefantiaco (6 brani più un intermezzo strumentale, 37 minuti) e gli stacchi sono tutti ben studiati e messi strategicamente nei punti giusti. Sano underground, cose che conoscono in pochi ma che regalano soddisfazioni inaspettate: With the Night as My Eternal Adversary è un gran pezzo, nulla da eccepire, è solo da goderne e basta. Uscirà anche in fisico per Flowing Downward, ma bisognerà aspettare il febbraio 2024.
MORDRAN – Anemone // Within and Beyond
Hanno al loro attivo diverso altro materiale gli svedesi Mordran, ma concentriamoci sui loro due lavori più recenti, entrambi EP: Anemone e Within and Beyond. Propongono un raw black metal rallentato, greve, opprimente. Piacciono molto però perché, quando gli salta la mosca al naso, si mettono ad accelerare e pure di brutto; non rivoluzioneranno il black metal, ma s’è già detto più di una volta che l’originalità di per sé non è l’unica cosa che conta. La loro offerta è un equilibrato connubio tra il black rude e asprigno e quello più melodicamente accessibile anche a chi non dedica molto tempo alle sonorità estreme. Nelle loro composizioni non si riscontrano difetti, imprecisioni o dilettantismi, in pratica non c’è nulla per cui criticarli e a me questa musica non stanca mai. Tutti i loro brani sono di ottima fattura, ma il quarto d’ora abbondante di A Call from Beyond si distingue per bontà d’idee e riff vincenti, ed è un passo avanti agli altri pezzi.
FRIISK/HALLIG – Split EP
Che i tedeschi Friisk, nonostante il nome somigliante a quello di una mentina, fossero un gruppo ben al di sopra della media già l’avevo detto e ripetuto in occasione del loro secondo album ...un Torügg Bleev Blot Sand uscito l’anno scorso. Ora ci deliziano con questo split al quale contribuiscono con due lunghi pezzi per un totale di diciassette minuti di black metal atmosferico, bilanciatissimo tra le parti più aggressive e quelle melodiche, soffuse, ovattate, intrise di romanticismo crepuscolare. Un incrocio tra i Nocte Obducta più ispirati e il post-black di Heretoir e ColdWorld rielaborato in modo personale, con praticamente tutti i riff in grado di lasciare a bocca aperta per l’ammirazione. Questi sono dei fenomeni, giocano in un altro campionato. La proposta degli Hallig è meno avanguardistica, più devota a sonorità retrò; anche per loro due brani assai lunghi in questa uscita. Troverete black metal molto anni ’90, con la particolarità di passaggi di tastiere ispirati dall’elettronica d’avanguardia comunemente nota come kraut rock. Fanno bella figura, ma il confronto con i Friisk lo perdono… Onestamente, non sarebbero stati in molti in grado di vincerlo.
HEBEPHRENIQUE – Non Compos Mentis
S’intitola Non Compos Mentis il debutto degli australiani Hebephrenique ed è un EP di cinque brani, piuttosto lungo. Io lo definirei più correttamente mini-LP come si usava fare una volta, rende più l’idea visto che ci aggiriamo sui 29 minuti di durata. Suonano un interessantissimo blackened death metal frenetico, assai nervoso, con passaggi strumentali caratterizzati da tecnicismi non banali. La voce, più che in screaming, è impostata su schemi quasi ai confini del thrash metal molto, molto aggressivo, latrata come quella di orso idrofobo. Poi svaria, si avvicina al growling, diventa sofferente e spasmodica come la musica sulla quale si incastra, che in certi passaggi richiama alla mente il psycho-thrash degli ultimi Coroner o dei comunque svizzeri Bloodstar (loro ancora più acidi e più prossimi al death metal). Il risultato è che in Non Compos Mentis troviamo 5 pezzi tortuosi, non di facile presa (Waking è quasi musica classica di ultima generazione, dissonante e malefica) né immediati come quella con cui i gruppi estremi australiani spesso ci hanno brutalizzato i timpani. The Curse of Biology e la lunga title track che chiude l’opera i momenti più significativi; ma in generale sono comunque tutti brani di alto livello e, se gradite il blackened death metal, questo è un nuovo nome da ricordare con attenzione.
ROBES OF SNOW – Fall’s Resplendence
Nuovo episodio per il prolifico americano Damien Winter, da Pittsbourgh, Pennsylvania. Di quest’anno Fall’s Resplendence è solo il secondo full (c’è anche uno split album con gli Uzlaga), ma tra il 2020 e il 2022 sono usciti a suo nome 12 album, 2 EP e 2 split. Nel 2023 si è dato una calmata, evidentemente. Invero il suo post-black venato di atmosfere agresti e decadenti proprie di certe influenze cascadiche, spruzzato di folk e di musica intimista dolce e ammantata di romanticismo concepita su schemi dungeon synth, è davvero interessante. Non tutti i brani sono fenomenali, ma la maggior parte si erge di sicuro oltre la media. Sono diversi i momenti nei quali predominano chitarre acustiche o comunque non distorte, e inoltre compaiono non marginalmente strumenti inusuali come il mandolino, il banjo e la fisarmonica; altrettanto frequenti sono gli arrangiamenti di tastiere, perfettamente bilanciate e mai troppo invadenti anche nei passaggi più veloci e turbinosi. La voce è il classico screaming acutissimo e penetrante tipico del raw black metal moderno, mentre basso e batteria sono assai penalizzati dal missaggio. Il disco è piuttosto lungo (8 brani, 61 minuti), ma è vario e interessante in ogni sua parte, e non si abbandona mai all’effetto brodo-allungato prolisso e superfluo, nemmeno nei due episodi più imponenti, The Liminal Forest (10 minuti) e The Last Night (oltre 14). Dell’anno in corso Robes of Snow è uno dei progetti che mi ha affascinato di più. Lo trovate in digitale oppure in cassetta, uscito in esigua quantità per la indie americana Fiadh productions; statev’accuorte che i costi di spedizione – qualora preferiste la versione fisica – sono proibitivi.
WEALD AND WOE – For the Good of the Realm
Ritornano a tre anni di distanza dal disco precedente The Fate of Kings and Men gli americani (di Boise, Idaho, terre piuttosto gelide) Weald and Woe. For the Good of the Realm è il loro secondo album, un black metal atmosferico tendenzialmente assai melodico, con qualche eccezione: per esempio il pezzo d’apertura Bless the Stone ha un riff portante minimale e spezzettato che pesca a piene mani nel death/thrash tipico della loro terra, come proposto in passato da gente come Master o Abomination. Anche nei pezzi successivi sono frequenti le incursioni nel metal puro e semplice; spesso si ha l’impressione che velocizzino il classic metal o lo speed, lo arrangino secondo gli stilemi del black atmosferico, ci inseriscano le voci in screaming ed il gioco è fatto. Qualche tastiera riempitiva, molto flanger nelle frasi di chitarra melodica (For Death and Glory, esempio) e atmosfere evocative e grintose rendono accattivante un buon disco che vi rallegrerà per circa una quarantina di minuti. Azzeccata anche la copertina, dategli un’occhiata.
ETERNAL DISSONANCE – Enlightened Passage
Ditemi se lo stacco verso la fine del primo pezzo As it Flows non ricorda i Goblin. Questo per dire che, se il nuovo EP del progetto strumentale spagnolo Eternal Dissonance è inquadrato nel black atmosferico, al suo interno si può rintracciare molto altro. C’è lo shoegaze, c’è tantissima melodia post-rock, di quella che parte in sordina e va in costante crescendo fino all’apoteosi, c’è anche una capacità considerevole di scrivere partiture classicheggianti arrangiate in modo quanto più accurato possibile. Anche loro divagano spesso nel cascadian, i Wolves in the Throne Room aleggiano, ispirano e consigliano, e non ci si rammarica affatto dell’assenza di parti vocali. Va bene così, black metal atmosferico da tenere in sottofondo quando avete voglia di staccare il cervello, fissare il soffitto e lasciare che i vostri pensieri divaghino liberamente. Tutto ciò in un EP di soli 4 brani e questo è un peccato, perché con musica così anche un quadruplo album non sarebbe stato abbastanza. In fisico esiste un CD limitato a sole 33 copie, confezionato in modo spettacolare da Darkwoods productions.
AKOÚΦENOM – Death·Chaos·Void
Esordio sulla lunga distanza per gli spagnoli AkoúΦenom, da La Coruña, Galizia, che hanno già all’attivo un EP e un paio di split usciti in un passato neanche recentissimo, visto che sono già in circolazione da una decina d’anni. Metti il disco sul piatto e vieni aggredito da un black/death metal furioso, forsennato e straordinariamente cattivo. Avvicinabile a tratti alla proposta dei loro conterranei Altarage, sebbene meno caotico, Death·Chaos·Void è un ibrido che non disdegna soluzioni funeral doom (tutta la parte centrale di Devour, per esempio) incastonate in partiture che si collocano in più confortevoli situazioni death/black metal con una evidente predilezione per lo stile compositivo dei vecchi Morbid Angel. L’opera è pervasa di malignità occulta; antichi rituali perpetrati nell’oscurità di spelonche inaccessibili per di essere tenuti in vita nell’attesa del loro avvento e del predominio. Oscure melodie ammorbate da malefìci escono dalle casse dello stereo, portatrici di orrore, sconforto e risentimento. Quasi includibile nel filone religious per via di certe venature che molto ne ricordano le caratteristiche, Death·Chaos·Void è un sorprendente album di eccellente metal estremo. Spero che piaccia a tanti, perché lo merita. Produzione e mixaggio sono equilibrati, la scelta dei suoni ben più che azzeccata, nei riff c’è creatività e capacità di metterla nero su bianco. Un disco di pura malvagità. Io non chiedo di meglio. (Griffar)
