La finestra sul porcile: DARK HARVEST

L’altro giorno, nella chat di redazione, il buon Belardi (già leader dei Belardiak) ha chiesto suggerimenti per un horror da vedere. Gli ho consigliato Dark Harvest, con la premessa che sarebbe stato un filmettino gradevole e senza troppe pretese. In effetti quello è, anzi, se non fosse stato per il nome di David Slade alla regia molto probabilmente non lo avrei nemmeno visto. Perché in fondo stiamo sempre parlando di uno che ha esordito con Hard Candy e ha proseguito con 30 giorni di buio, salvo poi decidere di vestire i panni di un lemming della Disney e accettare di girare il terzo film della saga di Twilight.

Dicevamo, Dark Harvest è uno di quei film che vedi una volta e probabilmente non rivedi più nemmeno per sbaglio nella vita. Certo, a livello di regia si vede che c’è una mano competente e non uno che fino al giorno prima faceva lo youtuber dentro casa, ma la storia (tratta da un romanzo di Norman Partridge) ha un paio di snodi che sarebbe eufemistico definire frettolosi e, per ambientazione e sviluppo non brilla per originalità, a meno di far finta che né Stephen King John Carpenter siano mai esistiti sulla faccia della terra.  Per farla breve: siamo negli anni ’60, in una cittadina del Midwest sperduta in mezzo ai campi di grano e apparentemente distante da qualsiasi altro avamposto di civiltà. Ogni anno, ad Halloween, il mostruoso Sawtooth Jack emerge dai campi e i ragazzi del posto sono obbligati a partecipare alla caccia, per ucciderlo prima che riesca ad entrare nella chiesa del paese. Al vincitore onore, gloria e una Chevrolet per lasciare la città e girare il mondo, alla famiglia del vincitore un sacco di soldi. Ovviamente nulla sarà come sembra e il solutore più abile arriverà alla soluzione intorno al minuto 22.

Non serve essere Sherlock Holmes per leggere, già dalla trama, più o meno tutti i tópos kinghiani: il male che non si annida nella città, ma è la città stessa, la provincia americana, i ragazzi come protagonisti, il tema della fuga. Però la messa in scena è più che dignitosa (soprattutto per un prodotto uscito direttamente su Prime Video, a parte la proiezione di un solo giorno negli States), la fotografia decisamente azzeccata e Sawtooth Jack è sufficientemente inquietante. E allora dove sta il problema? Ce lo siamo posti proprio col suddetto Belardi, commentando quegli snodi risolti un po’ a cazzo di cane, quei fossi saltati a piè pari senza perdere troppo tempo a spiegare perché e percome: venticinque o trent’anni fa ci saremmo messi a contare i peli del culo di un horror? La risposta, ovviamente, è no e non solo per una questione meramente generazionale.

Chi è cresciuto negli anni ’80 e ’90 si è assuppato tonnellate di horroretti ai limiti dell’amatoriale, saghe portate al parossismo (alla faccia degli attuali reboot, requel, prequel e quant’altro) e prodotti da cestone dell’autogrill senza battere ciglio. Anzi, divorandoli in massa con incrollabile fede. Poi, ad un tratto, si è deciso che l’horror doveva diventare maturo, non limitarsi a fare paura ma diventare metafora di un discorso sui massimi sistemi. Al di là del politicamente corretto o delle censure woke, qualcuno oggi girerebbe cose tipo Killer Klowns From Outer Space o The Return of the Living Dead? Oppure, per rimanere in ambito nazionale, un qualsiasi film del filone cannibal? Si dirà che oggi il pubblico è cambiato – ma è lo stesso pubblico a cui si può rifilare allegramente Talk to Me o il centoventiseiesimo Non aprite quella porta –  ed è per questo che anche i prodotti usa e getta non possono prescindere dal conformarsi a degli standard più alti. Ecco, a me questo voler necessariamente trasformare l’horror in qualcosa di alto o di altro, senza avere il talento dell’autore o trattando la materia con la spocchia di chi non si vuole sporcare troppo le mani, sta profondamente sulle palle. Per questo, se mi chiedete un consiglio su cosa guardare, vi suggerirò una robetta onesta, divertente e senza nessuna pretesa di dire altro, come questo Dark Harvest, ad un Midsommar qualsiasi. Con l’approvazione di Belardi. (Matteo Ferri)

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