FEN – Monuments to Absence
La maggior parte dei nostri lettori conoscerà già la musica degli inglesi Fen. Attivi da più di quindici anni, in luglio hanno pubblicato il loro settimo album Monuments to Absence, traguardo ragguardevole e prestigioso (completano la discografia due EP e due split) che delizia i nostri timpani con l’ennesima prova di classe sopraffina e smisurato talento. Tra i primi a proporre un formato di black metal fortemente interconnesso con il post-rock, talune influenze ambient e nemmeno disdegnando di inserire elementi folk nelle loro partiture, i Fen con il passare del tempo avevano sempre seguito una direzione volta all’ammorbidimento del proprio stile, partendo da quello che è e tuttora resta il loro episodio più violento, The Malediction Fields del 2009, fino al penultimo The Dead Light uscito quattro anni fa, che mostrava il lato più intimista e soffuso della band. Pur rimanendo sempre legati a doppia mandata col black metal, tra questi due capitoli della loro storia c’è un abisso per quanto riguarda impatto e durezza dei brani.
Monuments to Absence è diverso, ritorna decisamente verso strade percorse in passato e, pur non raggiungendo i picchi di cattiveria dell’esordio, è sensibilmente più aggressivo, (olo)caustico e sofferente, anche se non mancano pezzi più meditati come la bellissima e malinconica Thrall, sette minuti e mezzo di fioca luce soffusa che filtra tra nubi foriere di tempesta catastrofica. Tendenzialmente i brani sono tutti assai lunghi: la sola Scourging Ignorance, uno dei pezzi più furenti promosso come vessillo d’apertura per avvisare come questo disco sia molto più rabbioso dei loro più recenti, è al di sotto dei sette minuti; e ben quattro su otto totali oltrepassano i nove minuti con abbondanza.
Nell’edizione deluxe, meravigliosa come sempre col suo formato book cartonato con testi, immagini e quant’altro, i brani diventano 11 grazie a un secondo CD che contiene tre tracce, pur esse assai lunghe. Una è la versione acustica del pezzo conclusivo di questo disco, dall’ottimistico titolo All is Lost, altre due sono nuove versioni di brani datati (As Buried Spirits Stir appare in The Malediction Fields – di nuovo ritorna potentemente il loro passato – mentre Gathering the Stone è l’ultima del quarto disco Carrion Skies, qui ulteriormente dilatata fino ai 14 minuti). Se decidete di acquistare questa versione dovete calcolare circa 1 ora e 40 minuti del vostro tempo per ascoltarla tutta: non sono pochi, ma, trattandosi di un disco che oltrepassa costantemente i limiti dello straordinario, non saranno certo sprecati.
Dopo quattro anni fa piacere ritrovare i Fen così ispirati, incazzati e tempestosi: del resto, nel libretto The Watcher (chitarre, voce e testi) spiega in che modo e perché si è arrivati a tutto questo, in pratica auto-recensendosi il nuovo lavoro o comunque fornendo dettagliate spiegazioni sul perché Monuments to Absence sia così amaro, cupo e più aggressivo del solito. Non so se lo stesso testo appare nelle altre versioni del CD, intanto vi riporto qualche passaggio che reputo maggiormente significativo:
“Ci sono momenti nei quali una persona non può far altro che abbracciare l’oscurità. Arrendersi alla disperazione e alla rabbia che turbinano nei paraggi e lasciare che decollino. Soccombere alla naturale negatività insita nel profondo dell’umanità e affrontarla a muso duro, provando a dargli una forma significativa, almeno una qualche forma d’espressione. La composizione di Monuments to Absence è stata uno di quei momenti.[…]. Detto semplicemente, un disgusto a lungo trattenuto per i continui fallimenti dell’umanità si stava liberando dalle catene, ruggendo per emergere e sbraitando per essere ascoltato. Imponendo di essere ascoltato. In conseguenza di ciò le fondamenta di Monuments to Absence sono state poste in essere. […] Non ci scusiamo per l’intensità di questo disco. In fin dei conti siamo una band di metal estremo e l’atmosfera nel quale eravamo immersi psicologicamente durante il processo compositivo penso sia evidente. Poi continua ancora elencando vari aspetti dell’umanità che lo disgustano, concludendo che il concetto di fondo celato nel disco è che si dovrebbe combattere contro l’apparentemente infinito sentiero in declino che l’umanità sta intenzionalmente percorrendo. C’è tanta amarezza che filtra da questo scritto, del resto come dicono nel brano di chiusura, All is Lost. È tutto perduto.
Monuments to Absence è un disco strabiliante, un altro dei tanti che sono usciti in questo 2023 che credo sia una delle migliori annate di sempre per il black metal (ma non solo). Bisogna ascoltarlo con attenzione, per apprezzarne tutte le sfumature che lentamente emergono dalle profondità più buie. Poi perdercisi dentro. (Griffar)



Uno dei migliori dischi dell’anno in assoluto.
Impressionante per qualità, attitudine, impeto e quella sensazione di amara, cruda malinconia che attraversa ogni brano. Ottima, calda e bilanciata anche la produzione.
Il nuovo batterista è una furia.
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Niente da aggiungere, avete detto tutto.
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