Tiriamo le somme: THE SMASHING PUMPKINS – ATUM Act III

Una volta concluso l’ascolto del terzo atto di ATUM verrebbe quasi da dire e quindi uscimmo a riveder le stelle, se non fosse una netta esagerazione. Perché, per quanto l’ultima parte di questa rock (?) opera (?) sia nettamente la migliore, la più coesa e quella con “un’idea di album” che sfuggiva completamente nei precedenti capitoli, stiamo parlando comunque di un lavoro che al massimo raggiunge una sufficienza piena, con alcuni episodi più meritevoli, ma nulla a che vedere con gli Smashing Pumpkins che furono e, per quanto mi riguarda, nemmeno con i primi dischi post-reunion.

Partiamo da un presupposto: ormai ci siamo assuefatti a questi terribili e osceni suoni che caratterizzano ATUM e che rappresentano un’evoluzione da film dell’orrore di un percorso produttivo iniziato con Oceania, proseguito con Monument for an Elegy e sublimato in CYR.

Non so se sia la sindrome di Stoccolma, non so se, come in guerra, ci si abitua a tutto, ma le terribili introduzioni e gli agghiaccianti intermezzi di ATUM hanno smesso di impressionarmi.

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E così non faccio caso ai suoni agghiaccianti dell’intro di Sojourner e mi godo un brano molto particolare, dalle atmosfere dilatate e spaziali e dalla durata estesa che, pur avendo poco a che fare con Corgan e soci, riesce a convincere. Se l’incipit è sorprendente, anche la prosecuzione con That Which Animates the Spirit non è da meno: non per la “novità” della proposta, ma perché è uno dei pochi brani più tipicamente rock riusciti dell’album. Un pezzo cadenzato, classicissimo e cafone (il primo breve assolo à-la Queen avrà fatto impallidire più di un indiboi), un misto tra Zeitgeist e Machina che, pur essendo abbastanza prevedibile, convince; così come, sempre per restare sulle stesse coordinate, la ritmata In Lieu of Failure. Anche sul versante “pop” le cose vanno meglio, perché la delicata The Canary Trainer, ottantiana nei suoni ma con un’anima pumpkinsiana alla base, non è affatto da buttare, così come la lenta Cenotaph.

Nulla di miracoloso, intendiamoci, ma brani assolutamente gradevoli che dopo qualche giorno ti ronzano ancora in testa e che (perché no?) ti va anche di rimettere su.

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Canzoni che, alla fine, compensano anche i passaggi a vuoto di Pacer o Fireflies, il folle singolo Spellbinding (un misto tra un trashissimo pop elettronico e un pop-punk da MTV dei primi 2000 che diventa un vero e proprio guilty pleasure) e i tonfi presenti nella parte finale. In tal senso troviamo la lunga Intergalactic, che non va da nessuna parte, è noiosissima e dura nove minuti, o la finale Of Wings, un brano inspiegabile che, dopo un’intro molto intimista, diventa un tronfio mappazzone di suoni e stili osceni e con un testo che non può essere descritto ma che deve essere riprodotto integralmente: Oh, agnus dei, deus / Oh, agnus dei, oh / Oh, agnus dei, oh / Agnus dei / Agnus dei, deus / Oh, agnus dei, deus / Oh, agnus dei, deus / Oh, oh, oh / Oh, agnus dei, deus / Oh, agnus dei, deus / Oh, oh, oh, deus / Oh, oh, oh, deus / Oh, oh, oh, deus / Oh, oh, oh / Every time these skies turn gray / Every time these skies turn gray / Every time these skies turn gray / Oh, Clementine / Oh, Clementine / Oh, Clementine / Lord, help us shine / Oh, Clementine / Oh, Clementine / Oh, Clementine / Lord, help us shine.

Ma non fa niente, alla fine Corgan ci ha sempre abituato a questi pezzi fuori da ogni logica e dalla grazia di dio da diversi decenni. Il problema, giunti al terzo e ultimo atto di questa assurdità chiamata ATUM, è che davvero non si capisce a chi possa interessare una roba del genere. Al di là del fatto che un TRIPLO album del genere, con un primo atto “indimenticabile”, è inconcepibile, non si riesce a comprendere a chi si rivolge Billy Corgan. Perché, anche se un ideale “best of” dei tre dischi potrebbe anche essere discreto, senz’altro meglio di CYR e di Monument, resterebbe comunque un’ulteriore anomalia senza senso da una band che evidentemente è capace di fare ben altro.

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Detto questo, sono assolutamente convinto che Billy Corgan saprebbe rispondere al mio quesito: questi brani sono per lui, interessano a lui, piacciono a lui. Perché Corgan potrebbe benissimo inserire il pilota automatico, come ha fatto per buona parte di Shiny and oh so Bright, Vol. 1, e riuscirebbe anche ad ottenere risultati più che dignitosi; ma Corgan non è più quello di trent’anni fa, non ha più interesse per quella proposta: gli può fare piacere suonarla dal vivo, può essere contento di vedere la gioia tra i suoi fan quando suona una Mayonaise, ma finisce lì.

E allora, arrivati alla fine di questo triplo CD che, globalmente considerato, è assolutamente insufficiente (e che qualche anno fa sarebbe finito immediatamente nei negozi dell’usato di mezza Roma) e rappresenta il nadir di una carriera ultratrentennale, si resta comunque un minimo ammirati per l’onestà di Corgan. Perché ATUM è un disco che non accontenta nessuno, non ha un potenziale commerciale, non ha assolutamente appeal sui nuovi ascoltatori e che, verosimilmente sarà anche abbastanza snobbato dal vivo. Ciononostante, è il disco che nel 2023, contro qualunque logica, Corgan ha sentito il bisogno di pubblicare. E in un mercato in cui ormai tutto è calcolato, in cui tutto deve essere perfetto, un lavoro così oggettivamente sbagliato, una mossa così masochista fa quasi tenerezza e, in un certo senso, è una boccata di aria fresca. (L’Azzeccagarbugli)

2 commenti

  • Avatar di Paolo

    Di un disco come ATUM è apprezzabile solo la follia di averlo pubblicato… Io ho sempre seguito Billy, perdonandogli quasi tutte le cazzate… E non smetterò mai di sognare quel mancato album hard rock/heavy metal che non ci sarà mai…

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  • Avatar di Roberto

    Scusami ma ti do la risposta che Corgan diede alle critiche ricevute quando fu pubblicato Adore: “se ai fan non piace questo album (Adore) non è un vero fan”.
    Dopo 25 anni ti faccio io una domanda: hai ben compreso la bellezza e la grandezza di quell’album?? Sei mai andato a rivedere tra i crediti quale era team di produttori, ingegneri del suono e turnisti che ci ha lavorato?
    Sinceramente sentire Billy felice e contento di esprimersi come meglio crede è un emozione troppo grande per porre un giudizio così lapidario.
    Considera che quando vuoi sentire dei chitarroni si può cercare quello che vuoi su Spotify..
    Aggiungo che più della metà dei leader di band grunge e alternative rock anni 90, sono impiccati, sparati.. e via discorrendo.. quindi pensare che ci sarà la possibilità di ascoltare ancora dei bellissimi live con i pezzi storici e con quale news.. secondo me è tutto grasso che cola.
    La dimensione di Corgan è difficile da comprendere, ma sei un fan la capisci e sicuramente puoi condividere questa fase così prolifica della sua carriera. In una recente intervista Jimmy ha parlato del fatto che durante la pandemia sono stati scritti ed hanno lavorato a più di 80 pezzi, ai quali si aggiungono gli album solisti. Beh direi che c’è abbastanza musica per trovare dei momenti di talento e classe del pelatone.
    Ovvio, gli album attuali sono pubblicati per consentire ancora alla band di di sentirsi viva, fare tournée ecc.. certamente non sono fatti per stupire. Qualunque progetto avrebbe presentato Billy sinceramente sarebbe stato un insuccesso nell’era della trap e del revival anni 90.
    È palese che il rock ancora lo sa fare.. lo ha preso e lo ha messo da parte, motivato dal wrestling.. dalla famiglia, dai figli e non più assoggettato dai voleri delle case discografiche.

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