Nonno Felice oggi sarebbe il male assoluto. Un tributo a Gino Bramieri nell’era della cancel culture

I giovani molto probabilmente non sanno chi fosse, ma tutti gli attempati, ne sono certo, conoscono benissimo la mastodontica figura di Gino Bramieri. Nato nel 1928 da una famiglia modesta a Carugate, in provincia di Milano, il comico lombardo ha allietato le serate di diverse generazioni di italiani. Esordisce in teatro durante la guerra, ancora adolescente, recitando in degli spettacoli di beneficenza in favore degli sfollati. Da quel momento in poi non si ferma più. Il suo periodo d’oro si può collocare negli anni Sessanta: in quella decade Bramieri diventa notissimo, un vero e proprio personaggio nazionalpopolare, e tramuta in oro ciò che tocca: programmi televisivi di gran successo, spettacoli teatrali da tutto esaurito e film insieme al top della comicità del periodo (Totò, Franco e Ciccio, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Peppino De Filippo ed Aldo Fabrizi, tra gli altri). La sua fama ai tempi è talmente “globale” che viene persino scelto dalla Fiat per lo spot della famosa 850, una della auto più vendute della storica della Casa torinese.

Nei decenni successivi la notorietà di Gino subisce un fisiologico calo, quindi il Nostro si ricicla come barzellettiere, sia in Tv che in teatro, scrivendo anche dei libri. Per anni in casa mia ha girato un suo volume di barzellette, sulla cui copertina campeggiava una enorme foto in cui Bramieri era vestito da donna (uno dei suoi cavalli di battaglia teatrali).  Non so chi l’avesse comprato. Nessuno in famiglia lo sapeva. Era il classico oggetto che si trovava nelle case degli italiani senza un perché: c’era e basta. Questo mio piccolo aneddoto personale penso sia utile a far comprendere a chi non conosca il personaggio quanto fosse gigantesco il suo status nel nostro Paese.

Negli anni Ottanta Gino limita le sue uscite pubbliche, anche e soprattutto per via di una brutta malattia, dalla quale riesce però ad uscire indenne. La sua carriera sembra ormai terminata, ma nei primi Novanta un lampo cambia nuovamente le carte in tavola: Umberto Simonetta ed Italo Terzoli ideano una sitcom, Nonno Felice, e Bramieri viene scelto come protagonista. Inaspettatamente la serie, trasmessa dal 1992 al 1995 e suddivisa in 77 puntate da circa venti minuti, ha un successo pazzesco, tanto da far vivere al quasi dimenticato Gino una sorta di seconda giovinezza artistica. Il clamore genera addirittura uno spin-off, Norma e Felice, che vede come protagonista il noto nonno milanese insieme ad un’altra figura di primo livello del mondo dello spettacolo italiano di una volta:  la recentemente scomparsa Franca Valeri. La fama ritrovata, purtroppo, dura ben poco: ad un tratto la malattia ritorna a fargli visita. Nel giugno del 1996 Gino muore stroncato da un tumore al pancreas. Per i più anziani Bramieri è stato un attore comico, per la generazione subito successiva era un barzellettiere, mentre per la mia è stato Nonno Felice.

Soffrendo di insonnia da anni, mi ingegno spesso per cercare qualcosa da guardare durante la notte che mi faccia addormentare. La scelta ricade chiaramente sempre e comunque su roba poco impegnativa. Di recente ho trovato casualmente diverse puntate della summenzionata sitcom ed ho quindi deciso di provare con quelle, sperando che riuscissero a conciliarmi il sonno. Da piccolo guardavo spesso Nonno Felice la domenica pomeriggio su Canale 5 e la ricordavo per ciò in effetti era (e continua ad essere): una serie comica senza impegno (per usare un eufemismo), leggerissima ed adatta praticamente a chiunque. Un programma per famiglie, insomma. La cosa più easy che possa esistere sulla faccia della Terra. La comicità vecchia scuola di Bramieri, molto semplice e priva di volgarità e/o di eccessi di sorta, rendeva ogni trasmissione che lo vedeva coinvolto fruibile da un pubblico di ogni età, etica ed estrazione sociale.

La trama di Nonno Felice

Felice Malinverni, un pensionato ultrasessantenne ex alpino durante la seconda guerra mondiale, dopo essere rimasto vedovo decide di andare a vivere con la famiglia di suo figlio Franco (Franco Oppini), della quale fanno parte anche sua nuora Ginevra (Paola Onofri) e tre nipotini:  Federico (Federico Rizzo) e le gemelle, Eva e Morena (Eva e Morena Prantera).

I 77 episodi, quasi tutti non connessi tra loro, vedono Felice, il simpatico nonno mattacchione, alle prese con le vicissitudini della vita quotidiana, sia sua che degli altri membri della famiglia. Ovviamente abbondano le situazioni paradossali da teatro/commedia. Il vecchio Malinverni, giocherellone ed un tantino naif, si prodiga sempre e comunque per risolvere ogni problema.  E’ questa la caratterizzazione del personaggio: semplice, allegro, perennemente scherzoso, altruista e generoso. Spesso alla fine degli episodi aleggia anche una certa morale, presente ma mai troppo invasiva. Nonno Felice è tutto qui.

Cos’è successo nel mondo dopo Nonno Felice?

Dalla fine di Nonno Felice è passato relativamente poco, meno di trent’anni, ma in questo lasso di tempo il mondo è cambiato totalmente. Rispetto ad allora,  oltre che dalla massificazione di internet, le nostre vite sono state trasformate radicalmente dall’avvento degli smartphone, una vera e propria appendice del nostro corpo in grado di connettersi ad internet ed anche di fare foto e video di buona qualità, e dalla nascita dei social network, dei luoghi virtuali in cui far notare al globo che esistiamo tramite la condivisione di foto, opinioni, notizie e quant’altro. Tutto questo ha fatto in modo che, con il passare del tempo, chiunque si sentisse in diritto di esprimere il proprio pensiero sull’intero scibile umano, per poi condividerlo  con il mondo. Non solo: il meccanismo di cui sopra ha anche permesso a tutti gli sbarellati di ritrovarsi, dando ulteriore forza, seppur solo apparente, alle loro puttanate strampalate da scemi del paese. Cito due esempi pratici molto recenti, tanto per chiarire il concetto.

Will Thomas nasce in Pennsylvania, Stati Uniti, alla fine degli anni Novanta. Ama il nuoto, sport al quale si dedica sin dalla tenera età. Nel 2017 entra a far parte della squadra universitaria ed è un atleta nella media. Nel 2019 comincia il percorso di transizionevuole diventare una donna e comincia a farsi chiamare Lia. Sembra una storia come tante, ma non lo è, perché finisce nella squadra femminile, dando vita a polemiche su polemiche. Molti affermano che non sia giusto che una persona con una muscolatura maschile competa con le donne biologiche, mentre altri sostengono sostanzialmente che sia un obbligo essere inclusivi con la nuotatrice transgender. Lia gareggia nelle categorie femminili dei campionati universitari e, oltre a stracciare ogni record precedente, vince il titolo delle 500 yard stile libero, staccando nettamente anche la seconda classificata, Emma Weyant, argento olimpico nei 400 misti a Tokyo 2020. Questa vittoria ovviamente scatena altre polemiche, tra le quali spicca quella di Ron DeSantis, governatore della Florida, che dichiara pubblicamente di non accettare il risultato della gara, ritenendo Weyant la vera vincitrice. E’ quasi superfluo specificare che il noto politico sia stato definito – nel più blando dei casi – “transfobico” e “fascista” dalle democratiche persone inclusive già citate.

Quello di Lia Thomas è forse il più famoso, ma non è assolutamente un caso isolato: negli Stati Uniti questa è ormai da qualche anno una discussione accesa, perché a quelle latitudini a tantissime persone transgender male to female (uomini che scelgono di seguire il percorso medico/chirurgico per diventare donne) viene permesso di competere con le atlete donne biologiche, inquinando di fatto tantissimi sport. Chiunque faccia notare che le differenze muscolari tra chi nasce uomo e chi nasce donna rendano impari il confronto sportivo viene apostrofato in tutti i peggiori modi possibili, perché secondo certa genteinclusività” significa distruggere lo sport femminile e non permettere di esprimersi a chiunque abbia un’opinione differente dalla loro. I soggetti in questione non capiscono che ci sia un’estrema differenza tra sentirsi qualcuno/qualcosa a 360 gradi ed esserlo all’atto pratico. Non sempre ciò che percepiamo/pensiamo trova poi un effettivo riscontro nella realtà effettiva.

Il secondo esempio, come ho già anticipato, si riferisce ad un episodio molto recente: lo schiaffo dato da Will Smith a Chris Rock durante la notte degli Oscar. La storia è questa: Rock fa una battuta sull’alopecia della moglie di Smith. Will non la prende bene, si alza e colpisce al volto il comico, intimandogli di non parlare mai più di sua moglie.

Fino ad un quindicina di anni fa le (poche) discussioni sulla vicenda (reale o recitata che sia: questo non ci interessa) avrebbero generato due fazioni:  alcuni avrebbero condannato il gesto di Smith, etichettandolo come violento e quindi sbagliato in quanto tale, mentre altri avrebbero considerato giusta la sua reazione di fronte all’offesa ricevuta da sua moglie. Due opinioni antitetiche, ma entrambe legittime. Stop. Siamo però nell’epoca più squinternata della storia recente e quindi anche questa volta sono saltate fuori orde di soggetti da manicomio che hanno condannato il gesto di Will Smith in quanto esempio di mascolinità tossica, patriarcato e chissà quali altre stupidaggini che non stanno né in cielo né in terra.

A queste dinamiche va aggiunto un altro aspetto fondamentale dell’epoca odierna:  la cristallizzazione. Ormai da anni qualunque scena/frase/opinione viene ripresa/resa oggetto di screenshot/registrata e messa online a disposizione dell’intera umanità. Per sempre. Queste operazioni spesso non spiegano il contesto del frangente immortalato, ma sono in molti casi il prodotto di un’estrapolazione arbitraria che viene messa in atto appositamente per distruggere una persona/un personaggio e la sua opinione, reale o presunta che sia. I disagiati fautori di questa tipologia di gogna pubblica quasi sempre pretendono, di conseguenza, che il qualcosa/qualcuno oggetto delle loro attenzioni deviate venga cancellato dalla faccia della Terra, solo ed esclusivamente perché non va bene a loro. Si tratta della tendenza nazistoide più terrificante e rivoltante degli ultimissimi anni: la cancel culture. Le vittime di questa usanza ributtante, come se tutto il resto già non bastasse, sovente non hanno nulla a che fare con il pensiero attribuito loro dai fuori di testa sopracitati.

Com’è Nonno Felice guardato adesso?

La sitcom per me è invecchiata discretamente, ma solo se si considerano alcuni fattori. Nonno Felice è un prodotto concepito nella prima metà degli anni Novanta, per giunta pensato per riempire il tempo morto della domenica pomeriggio. Gli ideatori della serie erano nati entrambi negli anni Venti, mentre il regista a metà anni Quaranta. Tutto era costruito sulla figura di Gino Bramieri, intorno alla quale ruotavano gli altri personaggi e le situazioni raccontate. Nonno Felice è lontanissimo dall’essere un capolavoro, né pretende di esserlo. Era un telefilm italiano senza impegno atto a colmare un vuoto nel palinsesto di quegli anni e nel contempo sfruttare un personaggio enorme ma in fase discendente, con tutti gli annessi ed i connessi del caso. Insomma: la serie era stata studiata per far passare il tempo a chiunque non avesse altro da fare domenica intorno alle 18.00. Riguardando la sitcom oggi, però, ho notato una cosa che a tratti mi ha addirittura turbato: non solo molto probabilmente nella nostra epoca Nonno Felice non avrebbe l’enorme successo riscosso negli anni Novanta (e questo, visto il tempo trascorso, se vogliamo ci può anche stare), ma quasi certamente nel 2022 non potrebbe andare in onda. Vediamo perché.

Felice Malinverni ha una grande passione, ostentata e sottolineata più e più volte negli episodi della serie: la grappa (parliamo, del resto, di un ex alpino che aveva anche fatto la guerra). In diverse occasioni, sia in casa che al bar, il caro nonno milanese si spara un cicchetto (anche più di uno). Talvolta esagera al punto da ubriacarsi e viene redarguito, sia seriamente che scherzosamente, dagli altri membri della sua famiglia. Immaginate cosa accadrebbe oggi. Gruppi di genitori inetti col q.i. di una zappa accuserebbero su Facebook Gino Bramieri di incitare i bambini all’alcolismo, perché, si sa, se i tuoi figli si comportano male, la colpa non è la tua, ma della Tv, dei videogiochi, di internet e dei modelli mediatici.

Un’altra passione ostentata a più riprese da Felice sono le donne. In svariati momenti il nonno fa il marpione, seppur in maniera innocente e composta, esattamente come un uomo medio della sua generazione. Una gag di questo tipo, ad esempio, si ripete spesso quando l’arzillo Malinverni va al bar per concedersi il solito grappino. In alcune puntate la cassiera del locale viene interpretata dalla prosperosa Sonia Grey, alla quale Felice fa sempre e comunque i complimenti. Immaginate delle scene simili ai giorni nostri, in cui si parla di molestie e microaggressioni, anche per uno sguardo, o di oggettificazione sessuale della donna. In un altro episodio, la solita cassiera del bar (qui interpretata da un’altra attrice della quale onestamente non conosco il nome) racconta a Felice, visibilmente scossa, di essere stata palpeggiata da un maniaco. Il nonno fa lo gnorri e chiede alla signorina quale sia il punto esatto su cui il tizio abbia messo le mani e poi comincia, come accade praticamente in tutte le situazioni, a fare delle battute per sdrammatizzare. Del resto, come ben sappiamo, stiamo parlando di un programma comico che ha, appunto, come unico intento intrattenere facendo ridere/sorridere. All’epoca, nonostante il grande successo della serie, non accadde nulla. Chiunque in quegli anni si sarebbe sentito imbecille a prendere sul serio Nonno Felice, magari scatenando addirittura un animato dibattito pubblico. Vi lascio immaginare cosa provocherebbe oggi una scena di questo tipo.

Il tema moderno che – ne sono convinto – nella nostra era darebbe il maggior numero di grane a Nonno Felice è il razzismo. Cito due episodi. Il primo si intitola Faccetta Nera. Racconto la trama. Suona il campanello di casa Malinverni. Felice apre la porta e si ritrova davanti un ragazzo africano, con tanto di abito tradizionale, che parla un italiano stentato. Dopo mille incomprensioni linguistiche,  viene fuori questa storia: il giovane, che si chiama Mbotolo (o qualcosa del genere), sostiene di essere il nipote di Felice, perché suo padre, tale Dumbo, sarebbe il figlio del vecchio Malinverni( ex sergente degli alpini, come già detto), nato da una relazione fugace tra l’anziano milanese e sua nonna durante la guerra d’Eritrea. Felice nega fermamente la storia d’amore in terra d’Africa, ma Mbotolo insiste e tenta di provare quanto afferma. Da qui in poi arrivano delle scene che oggi probabilmente porterebbero all’interrogazione parlamentare. Ne descrivo solo alcune. Le nipotine di Felice, Eva e Morena, tentano di pulire Mbotolo con un tovagliolo, perché credono che sia sporco di vernice nera. Il giovane africano mostra a Felice una foto di sua nonna, sul retro della quale però campeggia l’immagine di Benito Mussolini. La gag prosegue con Mbotolo che declama motti fascisti, mentre fa il saluto romano in più occasioni, e viene puntualmente rimproverato dal nonno, che gli spiega quanto le cose siano cambiate dal Ventennio sino a quel momento. Nonostante l’equivoco, Felice decide di ospitare il presunto nipote e, durante una discussione, viene finalmente fuori un dettaglio che gli fa capire la verità dei fatti: il vero nonno biologico di Mbotolo è un ex commilitone di Malinverni, tale Bruni, che ai tempi della guerra d’Eritrea aveva l’abitudine di sedurre le donne locali promettendo loro mari e monti. Mentiva: per non assumersi le proprie responsabilità, Bruni dava alle sue amanti le generalità di altri militari ed in quell’occasione specifica aveva fornito quelle di Malinverni. A quel punto Felice tenta di contattare telefonicamente l’ex collega bugiardo, ma scopre che è morto da anni. Ometto il finale un po’ smielato e passo ad un’altra puntata sul tema.

Le gemelle si ammalano, ma il loro pediatra non c’è, quindi la famiglia Malinverni è costretta a rivolgersi ad un sostituto. Poco dopo suona il campanello e davanti a Felice spunta un ragazzo nero. Il nonno, preoccupato ed ansioso per la salute di Eva e Morena, cerca di mandarlo via in fretta, pensando che sia un venditore di accendini. Avrete già capito: quell’uomo non è un vucumprà, ma il dottore. A questo punto nascono delle gag dovute all’atteggiamento di Felice, il quale, per ovvi motivi culturali-generazionali, non si capacita del fatto che un africano possa essere un medico, per giunta deputato a curare le sue amate nipotine. Gli altri membri della famiglia sono parte integrante dello sketch, perché redarguiscono l’anziano retrogrado praticamente per tutto il tempo. Alla fine, mentre il pediatra visita Eva e Morena, per puro caso Felice guarda in Tv una trasmissione registrata di cui il dottore africano era stato ospite qualche giorno prima e nella quale era stato presentato come una sorta di luminare. Solo allora il vecchio testardo prende coscienza riguardo i titoli e le capacità del professionista che è in casa sua in quel momento e cambia totalmente atteggiamento.

Cosa manca? La questione gender/LGBTQ+ e correlati. C’è spazio anche per questo argomento attualissimo.  Uno dei cavalli di battaglia di Gino Bramieri, come già accennato all’inizio, erano i personaggi femminili. In Nonno Felice ne interpreta diversi, ma ce n’è uno ricorrente: zia Felicita. L’ex alpino milanese, all’occorrenza, si traveste da donna quando le circostanze volutamente assurde lo richiedono. Zia Felicita, in sostanza, è una sorta di alter ego di Nonno Felice. Quali sarebbero, nell’epoca in cui il dibattito sull’identità di genere è quasi asfissiante, le reazioni generali di fronte al trasformismo di Bramieri? C’è da scommettere che qualcuno parlerebbe di “banalizzazione di un problema serissimo” o forse anche peggio. Gli omosessuali, poi, nella serie vengono rappresentati con i soliti stereotipi di quei periodi, molto vicini – per intenderci – ai personaggi di Culo e Camicia, film dei primi anni Ottanta con Renato Pozzetto e Leopoldo Mastelloni (quest’ultimo, tra l’altro, gay anche nella vita reale).

Concludo l’elenco con una serie di comportamenti ricorrenti in Nonno Felice, ai tempi considerati innocui e/o normali, ma che oggi farebbero guadagnare a chiunque epiteti mostruosi di varia natura: in molte puntate il vecchio Malinverni prende in giro suo figlio Franco, sia perché fa “quattro disegnini” (è un architetto) per vivere, sia perché guadagna meno di sua moglie Ginevra (commercialista). In diverse occasioni lo stesso Franco viene definito “capofamiglia”. In più episodi Felice gioca a carte con i suoi tre nipotini, puntando soldi (cifre bassissime) e perde regolarmente. In più di un episodio il nonno consiglia a Federico di reagire con fermezza alle prepotenze di alcuni compagni di scuola e di essere meno timido con le ragazzine. Nel contempo stigmatizza spesso il futuro fidanzamento di Eva e Morena. Oggi tutto questo per alcuni si tradurrebbe in maschilismo, patriarcato, bullismo, stereotipi di genere, discriminazioni varie, istigazione al gioco d’azzardo e chi più ne ha più ne metta.

Cosa ha trasformato Nonno Felice in una bomba atomica?

Gli ultimi vent’anni hanno avuto un denominatore comune nel mondo occidentale: il caos. Barriere, regole sociali, costumi, usi e convenzioni normali da tempo immemore in circa quattro lustri si sono sgretolati, lasciando il posto al marasma totale. Era prevedibile: che piaccia o no, è oggettivamente impossibile sostituire efficacemente delle fondamenta erette gradualmente in centinaia di anni in così poco tempo. Questa rapidità ha reso velocissimo e confusionario l’intero sistema, soprattutto a causa della massificazione di internet prima e della conseguente nascita del social network subito dopo. Siamo stati ficcati a forza in una enorme lavatrice che gira vorticosamente e veniamo continuamente sballottati gli uni contro gli altri, mentre vomitiamo e schizziamo diarrea senza soluzione di continuità. L’unico modo per sfuggire a tutto questo è crearsi dei piccoli universi alternativi, soprattutto grazie alla rete, una dimensione parallela in cui possiamo potenzialmente essere (o meglio: fingere di essere) ciò che vogliamo. Quest’ultimo processo ha creato ancora più confusione, perché il desiderio di fuga è diventato talmente impellente che moltissimi hanno cominciato inconsciamente a perdere la percezione del mondo e di loro stessi, mischiando la realtà delle cose con la finzione del microcosmo che si sono creati per cercare di vivere più lentamente. Questo trip distopico, in sostanza, ha generato dei veri e propri mostri incapaci di discernere la dimensione onirica da quella concreta, aumentando esponenzialmente il marasma che ci circonda. La possibilità di condividere  con la galassia qualunque “nostra cosa” ha fatto il resto, trasformando quelli che un tempo erano semplicemente “menti deboli” in dissociati patologici che pretendono di imporre i loro deliri a chiunque, perché passo dopo passo hanno sviluppato la bislacca convinzione che il loro posto sicuro virtuale sia in realtà l’unico modo possibile di concepire l’esistenza, invisibile agli occhi del provinciale/limitato/stupido prossimo. Un ribaltamento di fronte da film di fantascienza degli anni Settanta. Questa centrifuga tossica ha dato vita a diverse categorie di personaggi fumettistici: i social justice warriors già ampiamenti sviscerati qui sopra da qualche parte, i boomers cinquantenni con la terza elementare che scoprono i complotti mondiali tramite Facebook tra un saluto di zia Peppina ed un mare di puntini si sospensione, i super -isti di qualcosa (e tutte le loro nemesi), quelli che si lamentano di tutto cercando continuamente il responsabile della loro vita miserabile, quelli in cerca di approvazione sempre e comunque, eccetera. Il cerchio si allarga ulteriormente perché tutti i disturbati sopracitati sono chiaramente in perenne conflitto tra loro. Ultimamente vengono anche alimentati, in quanto diventati dei veri e propri target a cui proporre film, siti, documentari, gadget e qualunque tipo di prodotto.

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma un poveraccio che non rompe i coglioni a nessuno e che, di conseguenza, pretende che nessuno glieli rompa ha un posto in un contesto del genere? Teoricamente no, perché se non ti schieri con una delle fazioni subumane sopracitate vieni accusato di far parte di qualcos’altro. Oggi funziona così: tutto va inquadrato e se non ti posizioni da solo, qualcun altro lo farà per te. Una mezza frase, un capo d’abbigliamento,  un gusto personale su qualsiasi cosa o persino il modo in cui respiri ti rende automaticamente parte di un gruppo amato da alcuni e, soprattutto, odiato ferocemente da altri. Internet, un’idea rivoluzionaria inizialmente foriera di informazioni e rapidissimi metodi di comunicazione globale, ha subito una terrificante mutazione sino alla forma attuale: una fogna immensa edificata su misura per tutti i fastidiosissimi mentecatti di cui sopra. Qualunque cosa ormai deve essere obbligatoriamente serissima e portatrice di un messaggio. Il cazzeggio fine a se stesso è stato abolito, perché anche se scherzi in un determinato modo sei automaticamente da una parte o dall’altra.

Adesso sarò io ad esprimere pubblicamente la mia opinione tramite la rete: mi avete stracciato le palle. Io voglio guardare Nonno Felice per prendere sonno. Voglio sorridere quando Gino Bramieri fa una battuta, quando sbaglia il nome del ragazzo africano, quando perde dei soldi giocando a carte con i bambini, quando prende per culo il figlio mezzo scemo, quando comincia ad innervosirsi e dice “bene, bene, bene!”, quando fa il figo con le donne, eccetera. Prima di chiudere gli occhi voglio immergermi in un mondo che non c’è più, anche e soprattutto per colpa vostra, in cui le cose serie erano appunto tali, mentre tutto il resto non lo era, ricordando un periodo durante il quale avevi un’opinione solo se possedevi le competenze di base atte ad averne una e non pensavi niente sugli argomenti che semplicemente non conoscevi. Un mondo in cui  c’era spazio per i sogni, ma soprattutto per la realtà della vita alla quale dovevi comunque rimanere ancorato, anche se dura, ed immaginare che della gente potesse scontrarsi per l’opinione di un comico o per la scena di un film di settant’anni fa era giustamente una follia letteralmente inconcepibile. Rivendico il mio cazzo di diritto di dire, amare, guardare, leggere ciò che mi piace e che mi interessa, ripudiando tutte le vostre merdate da sbiellati. Pretendo di avere anche io, esattamente come voi, il mio microcosmo sicuro, almeno alla fine della giornata, ma senza avere la pretesa di imporlo anche soltanto ad un altro individuo e pretendo inoltre di non essere etichettato in alcun modo per questo, perché ciò che sono e ciò che mi piace è il frutto della mia esperienza pratica e non di una categorizzazione forzata concepita da altri.  Se la pensi come me, hai solo un’arma per difenderti da tutto questo. Alla prima occasione utile urla queste parole in faccia a chiunque abbia qualcosa da ridire: “Io prima di addormentarmi mi sparo Nonno Felice e rido. Non rompetemi il cazzo e andate a fare in culo prima di subito! (Il Messicano)

25 commenti

  • ….un ora e un quarto di applausi. Non che posso concordare su tutta la linea. Avendo anch’io una certa età (anzi un età certa…) ricordo Nonno Felice , e lo ricordo in maniera affettuosa come un personaggio bonario e reale …insomma di nonni del genere in Italia credo c’è ne fossero a pacchi e che che avessero gli stessi vizietti di Nonno Felice ….per cui si fotta il politically correct e la cancel culture….concludo dicendo che Gino Bramieri era un mito….e Paola Onofri una gran gnocca !

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  • Per un certo periodo ho pensato che prima o poi la moda dei social sarebbe passata e che il mondo avrebbe ripreso il suo corretto senso di rotazione. Che sarebbe ritornato il senso della misura tipico delle generazioni passate, che davano il giusto peso ai fatti della vita, che custodivano gelosamente le esperienze dei loro stessi avi facendone tesoro e mettendole in pratica evitando di perdersi in discussioni sul niente e buone a niente.
    Oggi penso solo che se il mondo cambierà sarà per farlo in peggio. Temo che il fondo ancora non l’abbiamo raggiunto. Messi male, eh?

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  • Il titolo mi ha attirato, avendo giu di li la tua età e mi sono letto tutto il malloppone di un fiato: ottimo pezzo, sarebbe bello vederlo pubblicato su siti/giornali più “mainstream” (altra parolaccia di adesso)per mostrare che esiste un altro mondo…penso di essere d’accordo veramente su tutto!

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  • D’accordo su tutta la linea. Io non so se stiamo vivendo il reale tramonto della civiltà occidentale, sempre annunciato e mai in realtà avvenuto, ma sicuramente ci troviamo nel periodo di maggiore imbecillità della nostra storia. Quando sei costretto a vivere in una società dove c’è gente che si definisce bioeticista o dove Scanzi e la Murgia sono considerati degli intellettuali capisci di non avere più scampo. Immaginate anche un film come 7 chili in 7 giorni ai nostri tempi a quali strali e ululati sarebbe condannato, tanto per fare un esempio ma è così praticamente con tutto. In tutto ciò non c’entra nulla ma ieri è morto Valerio Evangelisti e per me il mondo è un posto ancora più detestabile

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  • Io sottoscrivo anche i grassetti di tutto ciò che hai scritto; però sta’ pronto che arriveranno i soloni della mascolinità tossica a rompere il cazzo pure qui, ci scommetti?

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  • standing ovation – pienamente d’accordo su tutta la linea

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  • Italia di merda

    Dato che sembrate tutti impegnati a spompinarvi a vicenda: affanculo nonno felice, le fiction di merda pomeridiane, canale cinque ezio greggio drive in e la nostalgia canaglia. Ma soprattutto affanculo gli italiani brava gente, bastardi che in affrica hanno stuprato negre a pacchi per poi farsi passare da romantici latin lover. Porco dio. E mo’tutti a sfodarci il cazzo con l’Ucraina…. eh porcoddio! https://www.rainews.it/articoli/ultimora/-Istituita-la-Giornata-Nazionale-Alpini–f46033a3-f7a9-4f92-968f-18e107696cec.html

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    • mi sfugge il nesso con l’articolo su Bramieri……di sicuro è interessante il riferimento a Nikolaevka nel tuo link, soprattutto perchè dimostra due cose: 1) il nostro popolo preferisce celebrare a capo chino le sconfitte (seconda guerra mondiale) e si vergogna molto a celebrare le vittorie (1915-18 ad esempio) per non dispiacere i propri padroni d’oltralpe; 2) il nostro popolo non impara una fava dalla storia, ad esempio che non deve mettere il becco in territori che non lo riguardano, soprattutto a 2500 km dai nostri confini (ieri per compiacere i tedeschi, oggi per compiacere joe bidet e la sua marmaglia di storditi).

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      • Il nesso sta nella gag del figlio bastardo meticcio che cerca il padre e di come siamo bravi noi italiani a convincerci che nella storia recente qualche cazzata s’è fatta ma in buona fede… che sarà mai. Fino a celebrare ogni prossimo 26 gennaio l’eroismo degli alpini
        che ottant’anni fa misero l’Ucraina a ferro e fuoco, magari ci stava in mezzo pure nonno felice a cazzo ritto. Ah già il 27 poi ci fustighiamo x gli ebrei… altro che ordinanze parlamentari e cancel culture, napalm!

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  • Bellissimo articolo, condivido tutto al 100%, d’altronde sono ragionamenti che faccio spesso, e nel mio piccolo ho trovato la mia soluzione: cancellare DEFINITIVAMENTE account Facebook, Instagram,Twitter et simila ed installare un app per i feed rss per rimanere aggiornato con le notizie. So che i social offrono una parte di contenuti molto interessanti (stimiamo un 20%?), ma per usufruirne mi devo beccare il restante 80% di merda. Ergo, ne faccio volentieri a meno.

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  • Il limite, secondo me, è tutto nell’avere ancora quel po’ di buonsenso da riuscire a capire dove finisce la cazzata e inizia il serio, e dove vuole andare a parare di preciso. Non esiste un gusto universalmente decente, e ci sarà sempre (e per fortuna) qualcuno che andrà contro il dettame comune prendendosi la sua bella vagonata di merda.
    Distruggere l’uomo per soffocare il suo atto é inutile e forse anche più pericoloso del contraddittorio.

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  • Sì, Messicà. Bella la boiserie, bello l’armadio, er nonno, eccetera. Però, gesù, esistono da secoli farmaci ipnoidi non benzodiazepinici (e che quindi non danno assuefazione) che farebbero dormire pure un elefante a cazzo dritto che secerne must. Fatte vedè da uno specialista pe’ sta cazzo de insonnia. E non dirmi che ci sei già stato perché non ci credo.

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  • Che facciamo, pure noi a piagnucolare perchè Patatina121 ha scritto qualcosa che non ci piace? Pure noi a star dietro alle minchiate di Salvini e della Murgia? Checazzo. Davvero ci siamo dimenticati perchè si chiama Scream Bloody Gore? Davvero ci siamo dimenticati di quando CE NE SBATTEVAMO I COGLIONI di quelli che ci sputavano addosso? Che facciamo adesso anche noi ci INDINIAMO111??’11???

    Siamo metallari porcatroia. Il prossimo passo qual è? Farsi un selfie all’ospedale perchè quel tizio kattivo ha alzato il gomito mentre pogavamo? Postare la foto della citazione in giudizio perchè ho l’acufene post concerto?

    Io vi voglio bene ragazzi, spesso mi date delle dritte più che interessanti, però quando vi mettete a scrivere ‘sti papiri da “si stava peggio quando si stava meglio” mi fate passare la voglia. E Gino Bramieri e la trans e la KancelKultur come un qualsiasi rompicazzo da bar? Sai cosa sembra? Lo show di una drama-queen in cerca di attenzioni. ‘Sti lamenti da piagnina lasciamoli agli altri per favore.

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    • Luc, rivendicare il diritto di scassarsi dal ridere con un cartone animato Looney Toons senza che salti fuori il rompicoglioni che te lo vuole proibire perché si discriminano i coyote non presume essere dei piangina, significa averne proprio le palle piene (come il sottoscritto). Curiosamente il Metal dovrebbe essere il primo bersaglio di questi sfigati cronici, perché se esiste qualcosa di politicamente scorretto questo è proprio il metal; questo non succede per molteplici motivi, uno dei quali è che i buonisti considerano i metallari delle specie di clown innocui, impossibili da prendere sul serio e assai limitati nel numero, succede anche perché intavolare una discussione con un metallaro può essere pericolosissimo per questi rompicoglioni che hanno un’autostima smisurata e quando incontrano qualcuno che ne sa più di loro vengono drasticamente ridimensionati, cosa che ai loro occhi (e a quelli dei loro accoliti) è riprovevole. Il metallaro medio ha letto mediamente cento volte tanto i libri che hanno letto questi novelli Catone il censore, e questo vonta parecchio.
      Meglio stare lontani dal mondo Metal perché per loro è pericoloso, sfortunatamente (sempre per loro) il Metal ha punti di contatto con centinaia, migliaia di argomenti diversi e quindi anche il metallaro nel suo piccolo s’incazza. Chissá, forse saremo noi, o chi verrà dopo di noi ad ascoltare metallo pesante, a salvare il mondo da tutto questo delirio.

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      • “Curiosamente il Metal dovrebbe essere il primo bersaglio di questi sfigati cronici, perché se esiste qualcosa di politicamente scorretto questo è proprio il metal”.
        Il metal di sicuro, il metallaro no di certo.

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  • ma chi cazzo guardava nonno felice?

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    • Finalmente! Pensavo si essere l’unico a cui stava sul cazzo. Però ho apprezzato molto l’articolo.

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    • Mi pare una buona domanda. A quanto pare più di qualcuno. Io mi sono spinto alle repliche notturne di Don Tonino, parecchi anni fa. E a pensarci bene non è che fossi messo molto meglio.

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  • Metallaro scettico

    Non sarebbe il caso di differenziare? Mi spiego.

    Far gareggiare uomini senza pene con donne mi sembra fuori luogo ed è questione per me di buon senso. E supporto la libertà di prendere attivamente questa posizione senza doversi sentir dire del transfobico.

    Per quel che riguarda la rappresentazione di minoranze nella cultura popolare penso sia giusto svoltare pagina. Spero che nessuno di voi oggigiorno sia pronto a difendere un remake di una commediola anni 70 in cui neri vengono rappresentati come scimmie poco più che parlanti o di omosessuali come checche isteriche pronte a buttartelo in culo alla prima occasione.

    Quindi nonno stocazzo (che fortunatamente non ho mai visto e mai vedrò, ma sembra essere comunque molto edulcorato nel suo not politically correct) guardalo pure ma capisci anche che oggi alcune scene verrebbero giustamente fatte con una sensibilità diversa.

    Il problema che ho con alcuni degli autori di questo blog, è che quando divagano in politica e sociologia sono almeno altrettanto settari e grezzi quanto gli eroi della cancel culture che sostengono di avversare. Parlate di musica che è meglio.

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    • Vabbè oh, damose ‘na calmata. Stiamo discutendo di cagate televisive da nottambuli, non dello strutturalismo di Claude Levi-Strauss.
      Certo che è cambiata la sensibilità per certe tematiche, eccetera. Sono pure passati 30 anni dalla prima edizione di sta cosa che non mi va manco di nominare. Vi ricordo che l’articolo è firmato Messican(e), non Zygmunt Bauman. Tenete conto del contesto e prendetevi meno sul serio, per favore. Almeno qui. Ecchecazzo.

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      • Per una pura forma di sincronicità, ho trovato il tuo articolo proprio mentre pensavo a questo…..Sono ultraquarantenne. Adoro gli anni 90. Tantissimi ricordi , situazioni, modi di fare e dire ormai scomparsi , a favore di questi grebani mentecatti che provano gusto, sorretti dalla misera e becera, ” opinione pubblica ” a rompere i coglioni a che la pensa diversamente . Meritano l estinzione. Complimenti per l articolo. Mi fa sperare bene…..

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  • Bello. Si Messicano bravo io ti do ragione, ho quasi 50 anni diobono e io nonno felice ho incominciato a guardarlo perchè la moglie di Oppini mi arrapava…e cmq sia era un prodotto innocuo anni 90 targato Mediaset. Ora internet viene usato dalla maggioranza delle persone solo per darsi il tormento reciproco nient’altro che questo…ormai ci si scanna pure per la ricetta dei cannelloni di magro, non mi stupirei di leggere una notizia dove per l’appunto un food blogger di Frosinone si è fatto 700 km per depezzare una casalinga di Bolzano che aveva mal commentato la sua ricetta dei suddetti cannelloni. E cmq non ne usciremo andrà sempre peggio persino qua che sembra un porto sicuro ogni tanto salta fuori qualche cagacazzo che fa l’offeso…e Dio°§°§!!!

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  • Elfo Cattivone

    Ormai è palese la volontà di invertire gli archetipi, basti pensare al film Thor della Marvel, dove Heimdall, il dio bianco, è nero, che a me piace Idris Elba come attore, ma che senso ha? Qualcuno si immagina Phill Anselmo che porta in giro le pizze per Harlem al posto di Spike Lee? Invertire il significato dei simboli, delle polarità, trasformare forzatamente il più in meno e viceversa, è tecnicamente satanismo.
    Ma ormai siamo ridotti al punto che i radical chic si bagnano in estasi davanti alle svastiche del battaglione azov, guai a chi metta in dubbio la loro jihad “democratica” ed “inclusiva”, come novelli Torquemada si mobiliteranno per ristabilire l’unica verità.

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