Frattaglie in saldo #29: cuscus e falafel
Per inaugurare il mio 2017 da scribacchino vi proporrò un po’ di frattaglie scontate uscite dai peggiori suk mediorientali durante l’anno passato e mai trattate su questo blog – forse giustamente.
Ad esempio, un album del 2016 per il quale personalmente nutrivo molte aspettative era Legacy dei Myrath. Spesso presentati come il primo gruppo tunisino ad aver firmato un contratto con un’etichetta discografica, a inizio carriera avevano pubblicato due album progressive metal estremamente derivativi. Gli ennesimi epigoni dei Dream Theater per fortuna hanno cambiato strada facendo uscire Tales of the Sands. L’album del 2011 è sì molto tamarro e accattivante, ma il cantato in arabo e un po’ di folklore davano comunque un’identità alla formazione magrebina e alla sua musica. La delusione di Legacy sta invece nel fatto che è più scialbo rispetto al precedente, e che i tunisini (o la loro etichetta, o entrambi) sembrano aver mangiato la foglia. Oltre a risultare persino più tamarro di Tales of the Sands, punta ancora maggiormente sui classici stereotipi che noi metallari, principalmente occidentali, potremmo avere. Il videoclip di Believer, per esempio, sembra un Progenies of the Great Apocalypse girato nel deserto. Tralasciando la mano di Fatima che appare dovunque, lo scenario da Prince of Persia o Assassin’s Creed, inutile dirlo, non ha nulla a che fare con la Tunisia. È un peccato solo che le danzatrici del ventre non fossero “vestite” come le loro colleghe assunte dai Dimmu Borgir.
A proposito di Prince of Persia, spostandoci al confine tra Medio oriente e Asia centrale, nella città di Mashhad in Iran, troviamo gli Azooma. The Act of Eye è il loro primo full-length e propone un death metal abbastanza tecnico mutuato in parte dai Morbid Angel di Formulas Fatal to the Flesh e Gateways to Annihilation. Sebbene ciò impedisca loro di vivere hardcore & radikult, per fortuna il loro stile non si è involuto come quello del famoso gruppo americano. Anzi, rispetto al loro primo EP A Hymn of the Vicious Monster si può assistere a maggiore maturità e ad una ricercatezza quasi progressive. Sempre dalla stessa città vengono anche i Master of Persia, un gruppo dalle sonorità simili alle quali vengono aggiunti elementi folkloristici. Questi ultimi sono stati però costretti a spostarsi in Georgia: forse l’Ayatollah non apprezza le ragazze che cantano in growl, si rasano i lati della testa e ci tatuano sopra simboli zoroastriani.
Nonostante siano francesi, inserisco in questa sequela anche gli Arkan. Li scoprii grazie alla compilation Oriental Metal (2012, Century Media) sulla quale si può trovare qualche chicca interessante – oltre agli ovvi contributi di Orphaned Land, Nile e Melechesh. La loro presenza è giustificata anche dal fatto che tre quinti dei componenti dell’attuale formazione sono magrebini. In realtà il cantato in arabo e l’utilizzo di strumenti tradizionali quali liuto e darbouka sono progressivamente scemati nel corso della loro carriera. L’ultimo album, Kelem, si caratterizza anche per una maggiore leggerezza del melodic death metal canonico che li ha sempre accompagnati. La quasi scomparsa del growl lo rende praticamente un genere da femminucce, ma forse potrebbe aiutarvi almeno a conquistare le danzatrici del ventre di cui sopra.
Infine, sebbene un po’ in sordina, è uscito anche Kna’an, collaborazione tra Orphaned Land e Amaseffer (anche loro presenti su Oriental Metal). In linea con il “siamo tutti fratelli” vagamente hippie del gruppo di Kobi Farhi, il titolo scritto in arabo (sopra) si intreccia con quello scritto in ebraico (sotto). Ciò non mi avrebbe sorpreso più di tanto, se non fosse che Amaseffer in ebraico vuol dire “popolo del libro”, che il loro primo album è un concept sull’Esodo e che la sua copertina era cosparsa di stelle di David con una lettera “A” all’interno. Ma a quanto pare questo è stato un lavoro pressoché commissionato da Walter Wayers per fare da colonna sonora alla sua pièce sulla saga famigliare di Abramo. La solita storia in cui Abramo è padre di tutti perché dai suoi figli Isacco e Ismaele discendono rispettivamente gli ebrei e gli arabi – peccato che Ismaele fosse figlio di una schiava egiziana e verrà scacciato nel deserto insieme alla madre. Con la differenza che, mentre in precedenza era bastata un singolo abbastanza radiofonico a convogliare questo messaggio, questa volta avevamo bisogno di un noioso concept album progressive.
Nel dubbio godetevi i video di Omar Souleyman:

Seguo da tempo gli Azooma, e devo ammettere che il nuovo disco è da paura. Personalmente, io li accosto più ai Death, che ai Morbid Angel
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In ogni caso hanno fatto un salto di qualità eccezionale.
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Perla di blasfemia libanese con quasi dieci anni sulle spalle:
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Sempre in Libano puoi trovare tale Osman Arabi, personaggio (forse un po’ meno blasfemo) che ha creato vari progetti dai nomi più diversi: 20.SV, Kafan, Seeker e uno anche omonimo. Te lo consiglio se ti piacciono dark ambient, noise, industrial e derivati.
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Oddio, non proprio il mio pane quotidiano, ma proverò, grazie. Bazzichi l’area mediorientale?
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Rispetto per questi aster of Persia che scelgono di suonare death metal in Iran. Troppo facile bruciare chiese in Norvegia, questi sfidano la Ayatollah. Living Hardcore Radikult per sul serio
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L’unico difetto della cantante è che ha cantato su una traccia dell’ultimo album dei Soulfly…
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Ma Omar Souleyman è un Iron Sheik che ce l’ha fatta?
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