L’ultimo disco dei MEGADETH
Un album che funziona a sprazzi, perde il confronto con l’eccellente predecessore ma regge in modo dignitoso l’enorme responsabilità di chiudere una carriera quarantennale.
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Un album che funziona a sprazzi, perde il confronto con l’eccellente predecessore ma regge in modo dignitoso l’enorme responsabilità di chiudere una carriera quarantennale.
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Le aspettative verso Mille Petrozza sono da tempo bassissime, ma nonostante tutto lui riesce comunque a fare peggio. Ormai si è ridotto persino a fare il verso al power metal, pur di raccattare il più alto numero possibile di ascoltatori.
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L’implacabile Carrozzi dice la sua sull’ennesimo filmone di Guillermo Del Toro, la discreta pellicola politica di Kathryn Bigelow e il tentativo grottesco di far diventare Predator un eroe per cui empatizzare.
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Un suono tremendo, un chitarrista inadeguato, pezzi tendenzialmente brutti e pure la voce di Peavy che non regge più. Carrozzi è impietoso: c’è poco o nulla da salvare qui dentro.
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La rimpatriata con Hansen e Kiske prosegue e il risultato è un disco gradevole ma disomogeneo, che a tratti sembra scritto da più gruppi differenti (inclusi i… Gamma Ray). Pretendere di più sarebbe però eccessivo anche per l’inflessibile Carrozzi.
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