Avere vent’anni: BAL-SAGOTH – The Chthonic Chronicles
Nel 2006 i Bal-Sagoth arrivarono al loro sesto album in studio da autentici sopravvissuti di un’estetica tutta loro. Il metal estremo stava cambiando, come sempre: il black e il death si facevano sempre più maturi e consapevoli, disposti a intraprendere strade sempre più definite, e fra queste il gruppo inglese scelse ancora una volta la propria: quella dell’epicità cosmica, dell’immaginario lovecraftiano, del sinfonismo fatto di tastiere imperiali, blast beat, qualche chitarra e, soprattutto, dalla voce di Byron Roberts, impostata e teatrale come quelle di un trailer cinematografico degli anni Cinquanta. The Chthonic Chronicles, uscito nel marzo 2006 per Nuclear Blast, fu l’ultimo album della band e anche il capitolo conclusivo della loro seconda trilogia interna. La formazione era quella già consolidata: Byron Roberts alla voce, Jonny Maudling alle tastiere, Chris Maudling alla chitarra, Mark Greenwell al basso e Dan Mullins alla batteria. Era dunque la formazione dei Bal-Sagoth tardi, che non volevano dimostrare più nulla, anzi armati di uno stile ormai completamente definito. Con The Chthonic Chronicles i Bal-Sagoth non fecero nulla per andare verso l’ascoltatore, perché pretesero che fosse l’ascoltatore a entrare nel loro mondo. Si trattava di un disco pensato per chi già conoscesse il loro immaginario, il loro carattere musicale e fosse disposto a proseguire da queste premesse per ascoltare un lavoro ancora più marcato.
The Chthonic Chronicles è un album forte e personale, con tutto quello che implica una cosa del genere: a tratti è molto bello, specialmente dal lato compositivo e strumentale, perché riesce a dare quel senso di grandiosità barbarica e cosmica, che è sempre stato il marchio di fabbrica della band. Da un lato c’è dunque un forte impatto, ma dall’altro è anche molto barocco, pomposo e prolisso, il che diventa inevitabilmente un grosso limite. Byron Roberts abbandona spesso il suo screaming per declamare parti narrative con voce solenne, impostata e ridondante, che è sempre stata parte integrante dell’identità Bal-Sagoth, ma qui si esagera e diventa un fattore di forte irrigidimento. Più che in altre occasioni, appesantisce, interrompe, toglie molto alla spontaneità e alla scorrevolezza e non è un dettaglio secondario: è il principale motivo per cui The Chthonic Chronicles risulta magnifico per i fan del gruppo, ma repellente per chi non li conosca o che non ami il genere. Questo è il bello e il brutto dei Bal-Sagoth: sono un gruppo di specialisti, che si rivolgono a un pubblico coinvolto e iniziato ai loro manierismi.
Anche la produzione conferma questa identità: registrato tra il 2003 e il 2005, con assemblaggio e mix curati dalla band stessa, ha un suono più massiccio e più compatto di altre occasioni, dà grande spazio all’aspetto sinfonico, per quanto non dimentichi un bel suono estremo e saturo dal lato chitarre e questo è un bene, perché senza questa tenuta sonora il rischio “colonna sonora fantasy con doppia cassa” sarebbe stato ancora più alto. I testi di The Chthonic Chronicles chiudono la lunga esalogia narrativa dei Bal-Sagoth, che si compone di un universo ideato da Byron Roberts nel 1989 e iniziato su disco nel 1995 con A Black Moon Broods over Lemuria. In questo capitolo finale, la band tiene insieme epica barbarica, dark fantasy, occultismo fantascientifico e moltissime suggestioni lovecraftiane.
Vent’anni dopo, The Chthonic Chronicles resta dunque un album da ricordare non perché sia facile o impeccabile, ma perché è uno degli esempi di fedeltà assoluta a una visione. È potente, immaginifico, a tratti esaltante, ma è anche pesante, verboso, poco scorrevole e tutt’altro che accomodante. In altre parole: è un disco profondamente, ostinatamente Bal-Sagoth ed era inevitabile che il loro ultimo capitolo fosse proprio così. (Stefano Mazza)


