Avere vent’anni: KEEP OF KALESSIN – Armada
Una delle più grandi ingiustizie nel mondo della musica metal, qualsivoglia il sottogenere, è che troppo spesso alcuni gruppi vengono bollati come scarsi, scadenti, inutili o peggio, spesso per dei preconcetti che si rivelano essere delle puttanate sesquipedali. Esempi ce ne sarebbero a iosa, anzi decisamente troppi, ma per evitare di scrivere lunghe e noiose liste circoscrivo il tutto e mi riferisco solo ai Keep of Kalessin, gruppo nato nel 1995 per volere di Obsidian Claw (al secolo Arnt Obsidian Grønbech), chitarrista e tastierista il quale ha sempre portato avanti la sua creazione con caparbietà, ostinazione ed una convinzione che ha del commovente. Sì, perché, a quanto sembra, non basta pubblicare dischi di tale livello da risultare fuori portata per una quantità tale di gruppi da perderci il conto, se salta fuori il Kanwulf di turno a dire che tu suoni “happy metal” e ci sono legioni di imbecilli pronti a credere a ogni stronzata che viene detta. Cosa assai spiacevole, per non dire avvilente.
Armada è il terzo album dei Keep of Kalessin, il primo dalla ripresa dell’attività dopo il temporaneo scioglimento avvenuto nel 2000. Già l’EP Reclaim del 2003 anticipava il cambio stilistico, dal black metal classico oscuro e complicato dei due album pre-messa in pausa al fast symphonic black sontuoso e deflagrante caratteristico di tutta la loro carriera da vent’anni a questa parte. Armada però è un’altra cosa, è un disco talmente perfetto che davvero non si comprende come sia possibile che non sia mai stato considerato neanche la metà di quanto meriterebbe. È veramente un capolavoro, non bisogna temere di utilizzare questo termine (benché spesso abusato) in questo caso, uno di quei dischi che escono una volta ogni dieci anni se va bene e che spesso la band stessa non è in grado di eguagliare, perché, anche se i lavori successivi sono comunque di eccellente livello, vanno a scontrarsi con qualcosa che è oltre, in un empireo al quale hanno accesso solo pochi selezionati e fondamentali dischi.
Dopo l’intro strumentale si viene proiettati in un campo di battaglia dove infuriano due eserciti determinati a scannarsi all’arma bianca fino all’ultimissimo uomo; il problema è che noi ci troviamo esattamente nel mezzo, e prima di distruggersi a vicenda i contendenti nemici si coalizzano contro di noi, per farci a pezzi e poi eventualmente sacrificare i nostri resti ai loro Dei in caso di vittoria. Noi siamo inermi, indifesi, vittime designate e disarmate incapaci di evitare un triste destino. Questo è Armada, un assalto frontale, uno scontro epico ed epocale di eserciti invitti, la colonna sonora di una carneficina musicata in stile symphonic black furioso, velocissimo, senza respiro, che non ha un solo secondo di pausa, di cedimento, di pace. Riff turbinosi si susseguono senza sosta, stacchi improvvisi e cambi di tempo precisissimi adornano brani semplicemente meravigliosi, caratterizzati da una grinta infinita e, a dispetto dell’enorme presenza di ammalianti melodie, da una violenza parossistica terrificante.
Eccellenti, cinematografiche le voci di Thebon, che spaziano dal growl allo screaming sia basso che acuto, enorme la prova di Vyl alla batteria (dal 2014 è il batterista dei Whoredom Rife) e di Wizziac al basso, ben in evidenza nella produzione assolutamente perfetta così come il mixaggio. Il trittico The Black Uncharted / Vengeance Rising / Many Are We ha pochi termini di paragone in TUTTO il black sinfonico da che si ha cognizione della sua esistenza, definirlo esaltante non rende nemmeno lontanamente l’idea e, se pensiamo che tutte le altre tracce non sono affatto da meno, prendiamo atto che i Keep of Kalessin hanno scritto una delle pietre militari del genere; sono davvero pochissimi i dischi che sono stati in grado di rivaleggiare con Witchcraft degli Obtained Enslavement nel suo stesso campo, uno di essi è Armada. Gettate via i paraocchi, dimenticate assurdi preconcetti, se cercate il massimo nel black sinfonico non vi serve procedere oltre. (Griffar)
