Doomgaze e orsetti del cuore: BLACKWATER HOLYLIGHT – Not Here Not Gone

Spiace essermela un po’ presa con le Faetooth, qualche settimana fa. A me stanno simpatiche e la formula che suonano mi interessa. Con tutte le riserve e i distinguo del caso, l’idea stessa che esista una musica chiamata doomgaze a me non dispiace mica. Anzi, mi garba, pure perché non sono di quelli che deve per forza controllare il passaporto di fede metallara a tutti (pure io ho begli scheletri nell’armadio, poi). Mi dispiaceva, anzi, ero indispettito dal fatto che le Faetooth per me il salto non lo stessero facendo. E potevano, possono ancora, altro che. Chi lo sta facendo già ora sono le Blackwater Holylight, praticamente il gruppo cugino, un po’ più dolciotto, ma con le canzoni. E pure canzoni belle. Più dolciotto sicuro, dove le Faetooth puntano su immagine goth e suono ruvido (tanto growl), le Blackwater Holylight sorridono in foto come chi al bar ordinerebbe un succo alla pesca. Non son proprio delle ragazzine, ma hanno quell’aria serena, spensierata, amichevole e rassicurante. ‘Sti cazzi, direte voi. Ma infatti… Comunque ora che sono rimaste in tre pure loro pare più evidente la leadership di Allison “Sunny” Faris, voce e basso. Lei sorride meno, ma il gruppo resta morbido. Solo che, dalle origini più heavy psych (morbido), ora le nostre tre suonano più heavy, più complete, più evocative. E pure più ammalianti. Un bene, se vi garba la materia. L’anno scorso c’era stato un antipasto che era tutto un programma, un Ep di quattro pezzi, If You Only Knew, che conteneva almeno un pezzone doom sognante coi riffoni, un svirgolata alla My Bloody Valentine e una cover di All I Need dei Radiohead. Coordinate piuttosto chiare e quell’infinito scambio di convenevoli tra le due superpotenze affacciate alle coste dell’Atlantico, che speriamo non smetta mai.

Lecito aspettarsi che poi il disco, questo Not Here Not Gone qui, avrebbe perseguito quella strada. E infatti. E infatti è un bel disco anche questo qui. Dolciotto, ma mica tanto. Morbido ma cupo, forse è vero che si sorride meno. Innanzi tutto “Sunny” Faris canta solo di voce pulita e sognante/strascicata. Sogni non proprio sereni, forse. Mestizia il giusto. Un po’ di misticismo al neon che guasta poco o nulla. Musica ammaliante, femminea. Il canto strascicato non rompe le scatole come pensereste, perché le melodie sono comunque melodie, hanno una loro ampiezza armonica e non sono emissione di voce mo-no-to-no tipo “ahaaa, eheeee”. Non soltanto, almeno, non prevalentemente. Ci sono le due/tre anime dell’Ep precedente, ma più sbilanciate verso il riffone, quindi un po’, leggermente, più doom che gaze. Non so se come minutaggio, ma come impressione sì. Innanzi tutto perché ci sono tre/quattro pezzoni. Uno in partenza, serena psichedelia west-coast che si increspa con chitarre grunge smashingpumpkinsiane. Più ancora l’andamento marziale nell’attacco e nel riff che ritorna di Bodies. Più ancora, per davvero, il singolo, Heavy, Why?, bello davvero, chitarre pesanti affogate in una bambagia di synth cupi, quel mezzo misticismo che dicevo prima, davvero gagliarda, davvero ammaliante. Più di tutte (oh, noialtri vogliamo i riff) la tosta, ma tosta per davvero, Spades, condotta implacabilmente da un riffone post-hardcore bello turgido. Questo il mio brano preferito, immaginerete il perché, di un album che ha in realtà anche tutta quell’altra anima là, quella gaze, quella figlia del pop sofisticato dei Radiohead. O delle Warpaint, non so se avete presente ma credo di no. Un profilo su Metal Archives le Warpaint mica potrebbero avercelo, le Blackwater Holylight invece sì, ce l’hanno.

Oh, non vi spaventate, non c’è nulla da temere ad ascoltare una musica più soffice, ogni tanto. Un suono che può essere fatto di peluche. Che se lo abbracciate sensa togliervi prima i bracciali con le borchie e le spine war metal non succede niente, le spine affondano nel pelo di poliestere e nessuno si fa male. Ma un abbraccio è un abbraccio, dai, chi può rifiutarne uno dal proprio orsetto del cuore. In realtà Not Here Not Gone ha un sacco di momenti teneri, anche se poi a una certa si increspano (Fade). Bello il gioco di parole di Mourning After, la più chiara discendente, nel lotto, dall’idea di suono forgiata nell’elettricità (ma non nel metallo), da Kevin Shields. A proposito di suoni spessi così, colorati ed immaginifici, il disco se lo sono prodotte da sole, le Blackwater Holylight, ma con l’aiutino di David Sitek, il genio dietro al suono dei Tv On The Radio. Pure questi mi sa che non li avete sentiti, anche loro su un media metal normalmente non troverebbero mai posto. Ma Sitek la materia gaze la maneggia benissimo. Appesantisse un po’ di più le chitarre sarebbe una manna. Tipo: l’ultima Poppyfields avrebbe beneficiato davvero di un suono più peso, dato che siamo ad un passo dal blackgaze, invece. C’è pure un cenno di blast beat. Non si nega a nessuno un blast beat. Manco al vostro orsetto del cuore. (Lorenzo Centini)

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