La finestra sul porcile: THE LONG WALK

The Long Walk è un film basato sull’omonimo romanzo di Richard Bachman (lo pseudonimo usato da Stephen King soprattutto negli anni ’70) scritto nel 1966 e pubblicato tredici anni dopo in America. La storia, asciutta e senza particolari spiegazioni circa il contesto, è ambientata in una versione distopica degli Stati Uniti, usciti malconci da una Grande Guerra di cui si ignorano schieramenti ed esiti definitivi, ma possiamo supporre che non sia andata proprio benissimo per i nostri fedeli c̶o̶l̶o̶n̶i̶z̶z̶a̶t̶o̶r̶i̶ alleati. La lunga marcia del titolo prevede la partecipazione di 100 ragazzi, tra i candidati selezionati (nel film diventano 50) ad una camminata infinita, organizzata dal Maggiore, un militare esaltato che, prima della partenza, spiega ai partecipanti l’importanza dell’evento per incentivare la produzione e aumentare il PIL del paese.

Le regole del gioco sono piuttosto semplici: si deve camminare senza mai scendere sotto la media delle tre miglia orarie, calcolata con speciali apparecchiature elettroniche dai militari al seguito della carovana. Ci si può portare dietro, alla partenza, qualunque tipo di indumento, calzatura e cibo, l’organizzazione provvede a rifornire quotidianamente i partecipanti di un cinturone con pasti concentrati in tubetti, mentre i rifornimenti d’acqua sono illimitati. Se si scende sotto la media, si riceve un avvertimento che può essere neutralizzato tornando in media nell’ora successiva. La soglia di avvertimenti è fissata a tre, il quarto è il “congedo”, che consiste nel beccarsi una pallottola in testa in mezzo alla strada. Stessa sorte capita a chi prova a scappare, indipendentemente dal numero di avvertimenti ricevuti. Il traguardo non c’è, l’ultimo che rimane in piedi viene decretato vincitore e ha il diritto di chiedere ciò che vuole per tutta la vita, ad eccezione di cambiamenti politici.

Quando si parla di King e dei suoi romanzi, si sente sempre tirare in ballo il problema dei problemi: è materiale infilmabile. Può darsi che sia vero, ma penso che siamo tutti d’accordo se, negli adattamenti cinematografici kinghiani, possiamo contare almeno una decina di film che oscillano tra l’ottimo film e il capolavoro. Roth o McCarthy, per citarne un paio di contemporanei, non si avvicinano a questi numeri. The Long Walk non è un capolavoro, ma rientra sicuramente tra le buone trasposizioni di un romanzo difficile ma non impossibile da riversare su pellicola. Contrariamente a quanto possa far immaginare la trama che ho descritto sopra, non siamo di fronte a uno Speed senza autobus o a Squid Game senza pupazzoni giganti, ma a cinquanta morti che camminano e che lentamente prendono coscienza del loro status. Non è un caso che sia stato George Romero il primo ad acquistare i diritti per farne un film, finito, dopo millemila peripezie e cambi di regista, nelle mani di Francis Lawrence. Uno che a 34 anni ha esordito con Costantine e poi si è messo a girare Hunger Games.

Se teniamo a mente che il romanzo è stato scritto nel 1966, non è difficile immaginare come King abbia voluto buttare giù una metafora sui giovani convinti dallo Zio Sam che andare a morire come cani randagi in Vietnam fosse una buona idea, da cui dipendevano le sorti della nazione. Non escluderei nemmeno l’ipotesi di Griffar secondo cui The Long Walk rappresenti la società americana in purezza, in cui conta solo arrivare primi, non importa come e a scapito di chi, ma continuo a preferire la prima esegesi.

Il film, così come il libro, segue principalmente la marcia di un gruppetto selezionato di interpreti: il protagonista è l’idolo di casa Ray Garraty (interpretato da Cooper Hoffman, il figlio di Philip Seymour, morto suicida mentre il discendente girava uno dei suddetti Hunger Games) che fa subito amicizia con Peter McVries, uno con una cicatrice misteriosa. C’è il nerd esperto dell’evento Hank Olson (che nel libro ti immagini come un cristone di origini scandinave e nel film diventa un cinese paffutello), il rompicoglioni Gary Barkovitch, l’enigmatico Stebbins, lo scrittore Richard Harkness e pochi altri. Ah, c’è anche l’ex bambino JoJo Rabbit ma non arriva neanche al titolo di testa. Il temibile Maggiore è interpretato da Mark “Luke Skywalker” Hamill e la madre di Ray da Judy Greer. Lawrence si prende qualche concessione nella caratterizzazione fisica dei personaggi (Stebbins è una branda bionda dal fisico asciutto e muscoloso, mentre, dalla descrizione del libro, non gli daresti più di due ore di vita), elimina stranamente tutto il sottotesto gay e cassa completamente sia la fidanzata di Ray che l’ex di Pete, oltre a due personaggi che mi erano rimasti impressi nel libro come Scramm (lo scemo del villaggio sdentato e già sposato in attesa di un figlio, il cui stato di famiglia passa direttamente a Olson) e Percy, che in realtà viene citato solo quando, in più punti del percorso, compare la madre che tenta in tutti i modi di farlo uscire dalla marcia ma che, nel libro, ho sempre immaginato come un bambino disubbidiente che si è andato ad infilare in un gioco per grandi nonostante gli avvertimenti di mamma e papà.

Gli snodi narrativi principali ci sono tutti, ma, dove il film non mi ha convinto, è nella sua incapacità di far percepire il dolore fisico dei personaggi. Nel libro, già al termine della prima notte, King ti fa letteralmente sentire la sofferenza fisica e mentale dei marciatori, il timore per le condizioni metereologiche e per gli strappi in salita che scremano il gruppo più dello Stelvio al Giro d’Italia. Più aumenta il dolore, più i protagonisti si rendono conto dell’inutile follia in cui si sono andati ad infilare con patriottico entusiasmo. Su questo fronte il film pecca un po’, a volte si ha la sensazione che qualcuno muoia semplicemente perché è il suo turno nella timeline della morte, mentre nel libro molti erano ridotti a carcasse ambulanti con la lingua penzolante prima di beccarsi una pallottola in testa. E poi c’è il finale, questo sì abbastanza stravolto rispetto all’originale e che si regge su una falla logica del libro – o, per meglio dire, del regolamento della marcia che, però, nel libro non viene sciorinato per intero. Non so se riceverà il plauso di King, come avvenne per il finale di The Mist riscritto da Darabont, ma personalmente l’ho trovato più nichilista rispetto a quello su carta. Al netto delle critiche, mi pare che Lawrence abbia compreso lo spirito del romanzo, tirando fuori un film che scorre via veloce e coinvolgente nonostante le quasi due ore di durata e il fatto che, per tutto il tempo ad eccezione del breve incipit e di un paio di rapidi flashback, sia in scena un gruppo di ragazzi sudati che cammina e fa discorsi via via sempre più allucinati. Costato 20 milioni di dollari, ne ha già incassati 63. In Italia uscirà a fine aprile, sette mesi dopo il debutto nelle sale americane, e presumibilmente raccoglierà due spicci (a meno che non esca subito sulle piattaforme) perché la maggior parte di chi era interessato a vederlo avrà già trovato il modo per farlo. Peccato. (Matteo Ferri)

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