Il solito, grazie: BLOOD RED THRONE – Siltskin
C’è qualcosa che mi ha sempre suscitato simpatia nei Blood Red Throne. Sarà quel loro essere degli eterni gregari, vincolati alla condanna di aver sempre prodotto, in ormai quasi trent’anni di carriera, lavori più che accettabili senza aver mai veramente scalfito l’anima dell’ascoltatore che, almeno per quanto mi riguarda, finisce con il dimenticarseli salvo liquidare la band con un “Ah sì, loro son forti” quando saltano fuori in qualche discussione.
Eppure questa loro capacità di galleggiare a prescindere da tutto fa sì che, tutte le volte che pubblicano qualcosa, bene o male me lo ascolto e lo apprezzo sommessamente. Siltskin esce ad appena un anno di distanza dal precedente Nonagon e, semmai avessi scritto due righe a proposito di quel disco, potrei serenamente fare copia/incolla qui. La formula è sempre la stessa: death metal quadrato, moderno ma non nel modo vergognoso in cui spesso viene composto ultimamente.
Non mancano momenti che alzano l’asticella (Beneath the Means, Husk in the Grain), ma rimane un problema di fondo, che è poi il motivo per cui i norvegesi non sono mai riusciti a brillare: mentre scrivo sono ormai al quarto ascolto e vi posso garantire che, se dovessi stoppare il disco in questo momento faticherei a ricordare un singolo riff.
Quello che mi rimane, dopo aver ascoltato i Blood Red Throne, è la frustrazione: manca sempre qualcosa, chiamatela scintilla o come vi pare, per farmeli amare in toto. Vorrei evitare di usare il termine mestieranti, dal momento che lo trovo ingiusto nei confronti di gente che comunque di esperienza e attitudine ne ha a chili, ma non saprei davvero come altro definire una band che, in tre decenni, non è riuscita a centrare mai davvero il bersaglio pur essendoci sempre andata vicino. Forse sono io a pretendere troppo. (Luca Bonetta)


Condivido. Gran gruppo di sottofondo, potrebbero spiccare, sono lì lì per farlo sempre ma niente
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