Iggor Cavalera //Mai Mai Mai @ Chiesa Valdese – Roma, 12/2/2026
Ho una predilezione per quei concerti oltreconfine, quelle esibizioni in cui i musicisti salpano verso lidi lontani da ciò che li ha resi famosi. Inseguiti da una audience che somma spettatori realmente appassionati a chi non ci ha capito un cazzo ed è lì solo con la speranza di farsi autografare dal proprio beniamino di sempre la copertina del disco che gli ha cambiato la vita.
Igor Graziano Cavalera è, di fatto, l’anima più curiosa dei Sepultura. Nella celebre diatriba artistica tra i reduci e la band, lui ha militato su entrambi i fronti in momenti diversi, ma soprattutto ha sempre avuto una fame di ossigeno che lo portava distante dai perimetri che conosceva. Dalla colonna sonora No Coração dos Deuses, passando per il progetto elettrohouse Mixhell, lo sludge dei belgi Absent in Body, l’industrial noise dei Petbrick, fino al ruolo di mancato batterista dei funambolici Fantômas di Mike Patton; senza contare le incursioni ambient noise dell’ultima decade, con accanto gente del calibro di Merzbow, Eraldo Bernocchi e Shane Embury.
La Chiesa Valdese in via Quattro Novembre a Roma non è nuova a questi eventi di intima sperimentazione, avendo già accolto un centinaio di spettatori tra le note eteree dei Durutti Column. Il palco, illuminato da un solo faro imponente, ospita due banchi (tra sintetizzatori, sequencer, mixer, controller, moduli patch ed effetti) e una batteria. Il primo a salire è Mai Mai Mai: celato dalle sue vesti, indirizza gli ascoltatori verso una dark ambient lustmordiana con un uso massiccio del field recording. Mezz’ora di suoni agghiaccianti mentre due misteriose creature si ergono sullo sfondo della chiesa, interagendo tra di loro come in un cortometraggio.
Dopodiché è il turno di Cavalera, che sale sul palco con una maglietta dei Throbbing Gristle, dando il via a un’ora che spazia tra suoni drone, ambient e noise. Fonde campionamenti industrial a citazioni di Patti Smith e dei Crass (Asylum) e messaggi contro la guerra. L’amalgama sonora è spartana ma genuina, e non mancano i riferimenti alla tanto amata musica sudamericana. Solo gli ultimi dieci minuti del set sono dedicati al suo strumento principale: Iggor parte con tribalismi ripetuti per poi creare un crescendo thrash metal sempre più martellante che, improvvisamente, tronca il set tra gli applausi dei presenti.
Iggor sorride, si ferma con gli ammiratori, scambia alcune strette di mano e selfie, e si accinge ad autografare gli immancabili booklet di Beneath the Remains e non fa una piega nemmeno quando un fan gli chiede di firmare quasi l’intera discografia. Accettando con un enorme sorriso il paradosso del cercare il futuro nel silenzio e nel drone, per poi essere ringraziato per il baccano imbastito trent’anni fa. (Federico Francesco Falco)

