TurkRockSampler, prologo. Ovvero: perché dovreste tutti innamorarvi del rock turco anni ’70
(in copertina, il bardo Aşık Veysel in qualche villaggio sperduto dell’Anatolia)
Ho appena finito di rileggere questo libro, The Turkish Psychedelic Music Explosion: Anadolu Psych 1965-1980, di Daniel Spider (ReadHowYouWant, 2021), e non riesco a smettere di ascoltare psichedelia stralunata, tra scale microtonali, ritmiche dispari e assassine e cantanti che i neri baffoni ottomani glieli senti pure nella voce. È metal? No, ma mica ci spaventiamo, anche perché le ragioni per cui ci dovremmo tutti innamorare, all’istante, dell’Anadolu Pop (ovvero il nome turco della psichedelia anatolica, tra metà Sessanta e fine Settanta) ci sono eccome.
Innanzi tutto, però, ammetto che è una questione un po’ mia, che io il fascino esotico per Oriente e Turchia lo subisco da parecchio, parecchio assai. Quando parte Pelù con Istanbul e Oro Nero non mi reggo, da sempre. E manco con Ferretti su Islam Punk. Ho persino cercato lavoro sulle rive del Bosforo e per poco non ci sono riuscito. Musicalmente parlando, avevo già incontrato il bel documentario intitolato Crossing the Bridge, del bassista degli Einsturzende Neubauten, ma ancora di più tutta una serie di compilation a tema piene di leccornie, tipo Turkish Freakout (Psych-Folk Singles 1969-1980), Turkish Freakout 2 (Psych-Folk 1970-1978), Anatolia Rocks (A Musical Trip Through Turkey 1968-83), Anatolia Rocks 2: A Second Musical Trip Through Turkey 1971-80, Turkish Delights, Hava Narghile: Turkish Rock Music 1966 to 1975. Sono tante e ci trovate dentro davvero una marea di roba per cominciare. E parlo solo di compilation “ufficiali”, all’antica, cioè selezionate e pubblicate su supporto fisico (ma trovate più o meno tutto anche su YouTube). Ora trovate anche dozzine di playlist e ho l’impressione che la faccenda si stia pure “sporcando” con l’intelligenza artificiale. Comunque, su tutte queste compilation, quella che mi fulminò fu la prima che ascoltai, il volume numero nove della collana di compilation psych Love, Peace & Poetry. Magnifica introduzione all’argomento pure quella. Conteneva una melodia che mi avrebbe irretito, prima tra tutte. Una soffice psichedelia evocativa del 1978, ad opera dell’orchestra del musicista Özdemir Erdoğan (successivamente eletto artista di Stato nel suo Paese nel 1998).
Si trattava, poi ho scoperto, di una colonna sonora e soprattutto di una rilettura di un poema musicale di Aşık Veysel, poeta e musicista folk dell’Anatolia profonda, nato nel 1894 e cieco da poco dopo la nascita. “Aşık” (o, traslitterato, ashik) più che un nome è una specie di titolo. La parola sta a designare un bardo, un cantante di poemi epici tradizionali (“dastan”). La parola viene dall’arabo “ashiq” (عاشق) e vuol dire qualcosa come “dedito”, “appassionato”. Sta a designare quindi una persona che ha dedicato tutta la sua vita alla sua arte. Per caso il nome di Aşık Veysel per a qualcuno suona familiare? Potrebbe darsi, Joe Satriani ha chiamato così, col nome del bardo cieco anatolico, un suo brano nell’album Professor Satchafunkilus and the Musterion of Rock. L’ho scoperto e ve lo riporto, eh, a me di Satriani non importa proprio nulla. Torno semmai al bardo cieco, e già qui la suggestione si spreca. Il brano, quello ripreso dall’orchestra di Özdemir Erdoğan, si intitola Uzun Ince Bir Yoldayim (sono su una strada lunga e stretta). Un blues, insomma, un blues anatolico. Questa cosa qua.
Sono su una strada lunga e stretta
Giorno e notte, vago
In che stato mi trovo, non lo so
Giorno e notte, vago
Da quando sono venuto in questo mondo
Ho iniziato a camminare lo stesso
Ma questa locanda ha due porte, per vergogna
Giorno e notte, vago
Addormentato o no, sono in cammino
Cerco un posto dove stare
Mentre guardo gli altri andarsene
Giorno e notte, vago
Quarantanove anni su questa strada
Valli, picchi e deserti scorrevano
In terre straniere cerco dimora
Giorno e notte, vago
Se ti prendi il tempo di pensare
Sembra così lontano che il tuo cuore potrebbe sprofondare
Ma arriverai prima di battere ciglio
Giorno e notte, vago
Veysel si meraviglia di questo stato
Dopo le risate, le lacrime attendono
Il mio unico obiettivo, incontrare il mio destino
Giorno e notte, vago
Un blues anatolico, folk, a opera di un bardo cieco. Miglior inizio, forse, per cominciare oggi a familiarizzare col rock turco di pochissimi decenni fa. Visto che anche da qui, dal folk anatolico, parte la storia di una delle musiche più originali di tutti gli anni ’70. Ma siccome poi ci concentreremo sul rock (più o meno), le prossime volte, non ci saremmo dovuti soffermare troppo sulla figura di Aşık Veysel. Non avremmo dovuto e corriamo il rischio di perderci di già, dopo nemmeno avere iniziato per davvero questo percorso. Ma sarebbe stato un peccato lanciarvi lì solo una suggestione vaga, quella dell’esistenza di un blues antico tra Asia (soprattutto) ed Europa che avrebbe poi animato una generazione di musicisti rock semisconosciuti (almeno fuori da casa loro). Siamo solo all’inizio del nostro percorso, ma tanto vale prendersela comoda e fermarci ancora a sentirne un altro, di blues, del bardo Veysel. Intitolato questo Kara Toprak (Terra Nera). Anche questo lo ascoltiamo ripreso da una troupe della tv di Stato turca.
Credendoli amici, abbracciai tutti coloro che vennero
La mia fedele amata è la sola terra nera
Ho vagato finché non mi stancai invano
La mia fedele amata è la sola terra nera(…)
Ho arato il suo ventre con piccone e vanga
Ho lacerato il suo viso con le unghie come una lama
Eppure mi ha accolto con rose, impassibile
La mia fedele amata è la sola terra neraMi ha sorriso anche mentre la facevo sanguinare
Non ti dico bugie, questo tutti devono riconoscerlo
Mi ha dato quattro raccolti quando le ho dato un seme
La mia fedele amata è la sola terra nera(…)
Chiunque decifri questa runa
Lascerà a questo mondo un dono perpetuo
Un giorno, presto, attirerà il vecchio Veysel al suo petto
La mia fedele amata è solo la terra nera
Siamo solo all’inizio e ci stiamo già perdendo. Una voce dolente, una melodia sinuosa, il suono secco di corde antiche. Pare di essere ai tempi della rovina di Troia, a piangere per il destino di tanta gente. Oppure tra gli Appalachi lontani e il delta del Mississippi, a cantare la propria distanza dal resto del mondo. Più probabilmente, in tempi relativamente recenti e al centro di una penisola che di nomadi ed eserciti ne ha visti passare sin troppi. Un corto circuito e forse un buon modo per iniziare questo nuovo viaggio esotico, con un prologo dal sapore arcaico, per poi affrontare la storia di una musica che è moderna ed arcaica al tempo stesso. Vedrete, le prossime volte. Comunque, forse, non si tratta solo di fare lavoro di archivisti. Forse si riesce a capirci qualcosa dello spirito di un popolo vicino che in realtà conosciamo poco (e storicamente temiamo, anche con delle ragioni). Resteremo relativamente lontani nel tempo, le volte prossime, ma non pensiate che sia un’avventura anacronistica. E se non mi credete, allora spiegatemi perché una delle band metal più popolari di Turchia, i Pentagram (ovvio, non quei Pentagram) avrebbe fatto proprio di un poema di Aşık Veysel uno dei suoi cavalli di battaglia.
Ma la nostra storia, quella che cercheremo di seguire, si estenderà prevalentemente nel corso degli anni dalla fine degli anni ’60 a tutti i ’70. Sarà una storia particolare e forse non è stato del tutto un caso che la stiamo cominciando partendo proprio da Uzun Ince Bir Yoldayim, se è vero che Fikret Kızılok, uno dei musicisti più influenti di quei tempi in Turchia, dopo un inizio di carriera all’insegna del rock’n’roll e del tentativo di “fare i Beatles” come molti altri, nel 1969 esordì solista proprio rifacendo il poema di Aşık Veysel. Lo conobbe, Aşık Veysel, durante un viaggio nel cuore dell’Anatolia, ai tempi del suo ultimo anno di odontoiatria. Cambiò del tutto la sua prospettiva di giovane della Istanbul bene, quel viaggio in Anatolia, così come la conoscenza diretta e la collaborazione con Veysel. Quando quest’ultimo morì nel 1973, Fikret Kızılok partecipò al funerale e al ritorno ruppe il suo saz, quello strumento a corde tipico a forma di pera, come se suonare ancora non avesse più senso. In realtà poi, dopo qualche tempo, riprese la sua carriera musicale. E in realtà nel 1973 l’Anadolu Pop, il rock psichedelico turco degli anni ’70, era ancora al suo apice e di cose da dire ne aveva ancora parecchie. Bene, noi le prossime volte cercheremo di raccontarne la storia. Se vi va, ovviamente. (Lorenzo Centini)
