L’atto di nascita del post-black metal: SOLSTAFIR – Masterpiece of Bitterness
Davvero, non potrei credere che qualcuno tra voi non abbia mai sentito nominare i Solstafir, né che sia possibile che ignori l’esistenza di un disco fondamentale come Masterpiece of Bitterness. In effetti fino all’album di debutto Í blóði og anda del 2002 l’unica prova della loro esistenza era L’EP Til Valhallar, discreto dischetto uscito nel 1996 di viking black metal più celebre per essere il primo – o comunque uno tra i primissimi – episodio partorito dalla remota terra d’Islanda piuttosto che per l’effettiva bontà delle composizioni, senza contare che uscì per la microscopica View Beyond Records e di conseguenza poco reperibile nei negozi di dischi. Si trovava nelle distro da contattare via lettera, alle quali si spedivano i soldi nascosti nei modi più ingegnosi… Altri tempi, l’era di internet e PayPal era di là da venire.
Se, tuttavia, già in Í blóði og anda la musica di Tryggvason e Palmasson mostrava giganteschi passi avanti nella struttura e nella concezione stessa dei pezzi, la vera e propria esplosione della forza creativa del gruppo islandese si manifesta in Masterpiece of Bitterness, secondo full length uscito nel 2005 e non in modo errato definibile come l’episodio che segna la nascita del post-black metal. Prima di esso non si era mai sentito nulla di simile; se i Deathspell Omega rivoluzionarono il black metal al suo interno, nel suo intimo più profondo, i Solstafir ne destrutturarono ogni caratteristica, distillandone l’essenza e applicandola a schemi che dal black sono del tutto avulsi.
Già lo stesso incredibile brano di apertura I Myself the Visionary Head, venti minuti di musica ipnotica, psichedelica, lisergica, ripetitiva come un loop che torna, e torna, e torna sempre su se stesso prima della fragorosa esplosione finale, è un unicum, qualcosa che all’epoca in molti ebbero serie difficoltà a descrivere. Come se Burzum avesse trovato qualche droga sintetica potentissima e sotto l’effetto di essa avesse cominciato a comporre progressive siderale anni ’70 filtrato da sonorità che hanno ancora qualche parvenza di black metal ma di fatto con esso hanno poco da condividere. La voce di Tryggvason è uno strazio lamentoso urlato, abbaiato con rancore verso l’ignoto. Il brano non è l’unico del disco di dimensioni mastodontiche, anche la conclusiva Ritual of Fire si avvicina al quarto d’ora e suona in modo del tutto differente rispetto agli altri, caratteristica che ricorre praticamente in ogni episodio dell’album: se la conclusiva strumentale Náttfari è considerabile come una coda, breve ma comunque anch’essa ipnotica e onirica, l’unico brano distante dai 9 minuti di lunghezza è Bloodsoaked Velvet, che nonostante il titolo settantiano è invece quello il più vicino ad una parvenza di black metal.
Il fatto è che i Solstafir, da questo album in poi e almeno fino ad Otta, hanno osato l’inosabile: hanno puntato tutto sull’atmosfera e sulle melodie scomponendole nei loro elementi costitutivi primari, basilari, per poi applicarle a strutture dinamiche delle canzoni che prevedono al loro interno tutto e il contrario di tutto, senza alcuna preclusione e seguendo una coerenza tutta loro, particolare, personale. Sono stati loro ad ispirare migliaia di seguaci, protagonisti in seguito del post-black metal, perché prima degli islandesi semplicemente non ne esisteva il concetto; non è anomalo che un simile stravolgimento stilistico arrivi da una band ubicata in una terra ostile, desolata e definitivamente lontana dal resto del mondo. Vivere isolati anche artisticamente porta risultati che altri, per quanto geniali, in altri contesti non riescono ad ottenere.
Oggi i Solstafir sono una band famosa, anche al di fuori del mondo metal. Come tanti gruppi famosi hanno cominciato a scazzare tra loro (celebre il litigio derivato dall’allontanamento del fenomenale batterista originario Palmasson, un virtuoso dello strumento) rompendo un’alchimia che era stata perfetta. La qualità dei loro dischi è in fase calante, ma sia Masterpiece of Bitterness che il successivo Köld (volendo possiamo spingerci oltre, direi Berdreyminn del 2017) sono picchi di massima espressione del neonato post-black, e di questo non possiamo che esser loro grati. (Griffar)



Non li conoscevo. Sembrano la versione black metal dei Motorpsycho. Non so cosa pensare.
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Tempo fa ci avevo provato con Otta ma paradossalmente mi aveva stufato proprio lo stile acrobatico delle composizioni.
Però il commento qui sopra mi ha incuriosito, ci riproverò.
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