Il consuntivo del metallo strano di fine 2025

E così eccoci qui. Dicembre 2025. Dodici mesi fa, tra i buoni propositi di fine anno (scorso) c’era quello di recensire i dischi valevoli di recensione che sarebbero usciti… Poi, come sempre, il tempo per ascoltare in serenità nuova musica è sempre meno, quello per scrivere è quasi inesistente e il numero di pubblicazioni musicali è ogni anno inenarrabile. Di conseguenza, anche il più solerte dei recensori si trova in difficoltà. Ma noi a Metal Skunk siamo abili nel trovare soluzioni brillanti a problemi complessi e quindi ecco qui di seguito un consuntivo del metallo, ovvero: roba bella che non ho avuto tempo di recensire per bene, ma che dovreste ascoltare tutti perché se piace a me significa che è oggettivamente stupenda.

ANNA VON HAUSSWOLFF – Iconoclasts

Svedese, classe ’86, Anna von Hausswolff nel 2025 ci offre il suo sesto disco. Se si ripercorre, brevissimamente, la sua carriera si capisce bene che c’è ancora qualcuno che suona e produce dischi per amore della musica, e non per il grano, per la notorietà, o perché qualche major ha deciso che è utile sfruttare il tuo corpo ipersessualizzato. In questo disco ci sono idee, c’è visione e, soprattutto, c’è la capacità strabiliante di rimescolare in perfetta armonia un ventaglio di soluzioni musicali che comprendono il drone, l’ambient, il cantautorato, il folk maledetto (Swans), il free jazz (quello del Coltrane di Ascension) e il krautrock. Talmente tante cose che sarebbe stato facilissimo sbrodolare, pisciare fuori dal water. E invece no: dritto al cuore. Discone.

BARREN PATH – Grieving

C’era una volta la miglior band grindcore del panorama grindcore, i Gridlink. I Barren Path sono letteralmente i “Gridlink senza John Chang”. Se ti piace il grindcore, ti piacciono i Barren Path. Se non ti piacciono i Barren Path, sei stronzo.

BELL WITCH AND AERIAL RUIN – Stygian Bough: Volume II

Il funeral doom è un genere ostico anche per chi mastica metal. Ostico da ascoltare, ma ostico anche da concepire: come fai a creare qualcosa di “nuovo” se la lenta ripetitività è la tua ragion d’essere? Per questo, sarò sempre riconoscente ai Bell Witch per aver scritto e suonato uno dei più bei dischi di funeral doom della storia, Four Phantoms (2015). Fare meglio era impossibile, ma già con Stygian Bough: Volume I, forti della collaborazione con gli Aereal Ruin, ci erano andati vicini. Il Volume II, pubblicato da pochissimo, è pure meglio, perché è più coeso e compiuto, gli ingranaggi del motore delle due band sono oliati a dovere per suonare all’unisono. Questo disco è la prova di come anche la disperazione, se ben orchestrata, riesca a dar forma a qualcosa di artisticamente sublime.

CHAT PILE & HAYDEN PEDIGO – In the Earth Again

Sono sicuro che molti lettori di MetalSkunk conoscono bene i Chat Pile, dato che i loro primi (e soli) due dischi han fatto man bassa di recensioni positive e sono finiti in innumerevoli top 10 nel 2022 e nel 2024. Tutti sanno che suonano noise metal, costruito con l’affastellamento di riff vischiosi e bassi abrasivi, ottimo catalizzatore del marcio statunitense degli ultimi anni. La novità di questo disco è che la band di Oklahoma City collabora con Hayden Pedigo, e che il talentuoso chitarrista statunitense porta il suo amore per l’american primitivism (John Fahey, Robbie Basho, Leo Kottke, Peter Lang) nella musica della band. Il risultato è davvero sui generis; inoltre In the Earth Again sarebbe comunque entrato nella mia Top 10, anche se l’album avesse contenuto il solo brano (splendido) The Magic of the World.

DER WEG EINER FREIHEIT – Innern

Per quanto mi riguarda, questa band tedesca è una delle realtà black metal più sottovalutate degli ultimi 10 anni. Molto conosciuti dagli “addetti ai lavori”, musicisti e recensori, non mi sembra che abbiano un seguito di pubblico comparabile ad altre band. È un peccato, perché è almeno da Stellar che questi propongono musica serissima. A partire da questo disco (2015), i bavaresi hanno inanellato una serie di platter clamorosi. Black metal con un suono e uno stile peculiare, in cui la scrittura dei pezzi, ricca di melodie e di una dinamica che oscilla tra percussioni martellanti e sospensioni contemplative, raggiunge qui vertici particolarmente alti in brani come Marter, Xibalba ed Eos.

KAUAN – Wayhome

Ad Anton Belov, leader dei Kauan, vanno solo dati tempo e fiducia. Perché ogni 2-3 anni lui in modo molto sereno se ne esce con un disco nuovo, e quando pensi che non possa raggiungere le vette del disco precedente, perché erano piuttosto altine, lui ti fa tranquillissimamente vedere che a quelle quote ci ha proprio piantato la tenda, piantato i fiori e vive senza pressioni e senza urgenze. Non so nemmeno che diavolo di genere sia. Progressive rock? Post rock? Fate voi. Wayhome è un disco emozionante, una montagna russa (ahah) di emozioni, in effetti, e, nonostante il mood decisamente invernale della musica, è un disco per tutte le stagioni.

OROMET – The Sinking Island

Questo è il loro secondo disco. Il primo non l’ho ascoltato. A parte l’immagine di copertina, che non solo è bellissima ma anche azzeccata, la musica è parecchio interessante. È quasi incredibile: un altro pregevole lavoro di funeral doom che viene pubblicato quest’anno. La cosa che più si è fatta notare in questo disco è il contrasto tra la batteria, decisamente dinamica per gli standard di questo tipo di musica, e il resto della strumentazione, che rispetta invece la lentezza canonica del genere. È una musica che riesce a trasformare la desolazione in bellezza. E tanto basta.

PANOPTICON – Laurentian Blue

Gli Ulver hanno fatto Kveldssanger. I Drudkh, Songs of Grief and Solitude. Panopticon, invece ha fatto Laurentian Blue. Quindi, a scanso di equivoci, cominciamo col dire che di black metal qui non c’è niente. Ma Austin Lunn è un gringo, e quindi il disco, invece di accostarsi alla tradizione “black metal acustico” (avete capito cosa intendo, dai) è un disco di blues/ballad americana. E, per dio, Lunn dimostra ancora una volta di essere un artista veramente poliedrico, perché sa come si scrive musica di qualità, indipendentemente dal genere. La strumentazione ridotta all’osso – chitarra, voce e qualche violino – e ogni pezzo riesce a mettere in primo piano una scrittura lirica spietatamente diretta. Ora, venendo all’esecuzione, io ho notato delle stonature nel cantato e vi accorgerete che, tendenzialmente, in molti pezzi la voce è decisamente calante. Eppure, le sbavature non tolgono niente a questo disco che, in alcuni frangenti, mi ha ricordato veramente il miglior Johnny Cash e, comunque, è la testimonianza di un artista veramente autentico.

YELLOW EYES – Confusion Gate

Qualche anno fa gli Yellow Eyes pubblicarono un disco, Sick with Bloom (2015), che era parecchio strano ma che era tuttavia ancorato alle loro origini black metal. Poi ne sono succeduti altri due molto più inclinati verso la sperimentazione. Questo nuovo disco invece riprende molto di più il sound delle origini, ma riesce ad inserire in modo organico quanto appreso in quasi dieci anni di esperienze musicali. I riff si susseguono in miasmi dissonanti, accelerazioni feroci e ritmiche martellanti, ma sono ingenti anche le parti di strumenti acustici, fiati, e (se non erro) anche un theremin. La proposta riesce a coniugare bene la musica cameristica, le suggestioni orchestrali e il folk con la matrice black metal, e il risultato finale è coerente ma al tempo stesso imprevedibile. In qualche modo, mi sembra un disco adeguato a “descrivere” le atmosfere ottocentesche di città in via di industrializzazione come Londra o Parigi. Un disco da considerare per i vostri regali di natale. (Bartolo da Sassoferrato)

2 commenti

Lascia un commento