Naufragar m’è dolce in questo mare: COLTAINE – Brandung
Attivissimi dal 2022, e prima ancora temibili col vecchio nome di Witchfucker, i Coltaine li abbiamo conosciuti (o per lo meno li ho conosciuti io) solo l’altr’anno, col precedente Forgotten Ways. E ci erano garbati. In quella specie di calderone che è il post-doom, tra post-rock, sventagliate black e scie –gaze, questi tedeschi sono sicuro tra i migliori nomi da appuntarsi e di cui non perdere le uscite. Specie se si è rimasti irretiti dalla deriva (magnifica) presa dai Messa fuori dal territorio metal, ormai. Pure senza addentrarsi in quello della darkwave, nel caso dei Coltaine. Affinità elettive più d’una, personalità nettamente differenti.
I veneti, in quanto eredi della Serenissima, sono attenti al ricamo, al dettaglio, al contrasto nel chiaroscuro. Asciutti, invece, e gelosi di un contatto diretto col mondo naturale, i tedeschi del Baden-Württemberg. Regione di cui non so nulla, a parte che c’è la Foresta Nera, più o meno, e quindi è gioco facile immaginarmeli, i Coltaine, guidati da Julia Frasch tra paesaggi silvani, cime, o più probabilmente umidi fondovalle e rigogliosi. Paiono preferire ora paesaggi marini, non certo la spiaggia di Gallipoli ad agosto, semmai distese nordiche, sferzate dal vento, ferite dagli scogli e senza apparenti forme di vita umana. Animali, certo. Fantasmi, forse. Non è molto diverso dal profondo della foresta, se amate una delle due condizioni è probabile che amiate anche l’altra. Io, per dire, le anelo entrambe. Comunque è in quest’ottica, nel voler perdersi e smaterializzarsi come umano in un paesaggio totalizzante che di uomini sa fare a meno, che si apprezzano appieno i sei minuti di Above the Burning Sand. Paiono molti meno, ma perché in certi momenti, o in certi luoghi, il tempo semplicemente viene meno.

E questo è forse il passaggio migliore di Brandung, il disco nuovo dei Coltaine. Parola, quella scelta per titolo, che vuol dire frangente, risacca, ondeggiamento. Un luogo, forse, e una condizione. Un naufragio volontario, dolce e malinconico, anche se la dolce e malinconica psichedelia non è l’unica condizione atmosferica del disco. Nella mutevolezza del clima a Nord si può incappare in tempeste gelanti (le sfuriate della stessa Brandung o della quasi iniziale Memories of Ice, una versione meno compiaciuta dei Sólstafir). In Keep Me Down in Deep, che sarebbe pure il singolo, su una ritmica motorik si stende una modalità melodica presa di peso dall’indie americano scoglionato degli anni ’90 (ed è una bella cosa). Le canzoni, pure nella loro forma post, le abbiamo menzionate credo tutte. Il resto sono spazi, silenzi, assenze, paesaggi spettrali. In coda un raggio di sole, fugace. Una nuvola s’è distratta e per un attimo ha lasciato squarciare il mare di malinconia in cui ci eravamo persi. (Lorenzo Centini)

