Fiato alle trombe: OTTONE PESANTE – Scrolls of War

Gli algoritmi delle piattaforme digitali fanno proprio pena, certe volte. Io vorrei capire com’è che, nonostante ascolti da almeno due decenni jazz, fusion e cose affini e, ovviamente, metal, non mi siano mai, dico mai, finiti sotto il naso gli Ottone Pesante. Io stesso, fino a pochi anni fa, ho suonato in una band che faceva uso di ottoni e spesso andavo sull’internet alla ricerca dei migliori suoni di batteria da associarci. Ma niente, gli algoritmi hanno deciso che io dovessi rimanere all’oscuro. Poi arriva il Centini con la lista di dischi in uscita, do un ascolto a questo gruppo a me ancora sconosciuto e ora mi trovo in quella condizione in cui devo ascoltare tutto di loro perché ho scoperto che mi piacciono da morire.

In Scrolls of War il trio propone una musica grandiosa, epica e sanguigna suonata con batteria, tromba e trombone, questi ultimi due spesso estremamente effettati. Prima ho citato jazz, fusion e metal, ma gli Ottone Pesante non si limitano a questo. Sì, possono essere associabili al metal per i richiami che vanno dal doom al grindcore, e possono essere tranquillamente accostati anche alla fusion e al jazz più moderno per quella tipica, ostinata ricerca della sperimentazione ritmica e armonica, ma come definireste un brano come Men Kill, Children Die? Sembra scritto più per la colonna sonora di un film storico di guerra che altro.

Insomma, potremmo star qui a cercare di placare l’innato bisogno umano di definire ogni cosa, ma il genere degli Ottone Pesante continuerebbe a sfuggirci, perché la loro intenzione principale è innegabilmente quella di sperimentare. L’atmosfera del disco è ammantata di oscurità e difatti i tre vogliono farci rivivere la Storia, fatta di violenza guerrafondaia e calamità naturali, nella quale gli ottoni sono sempre stati presenti. L’argomento di questo primo capitolo di una annunciata trilogia di dischi sono i cosiddetti manoscritti di Qumran, meglio conosciuti come i rotoli del Mar Morto. Il trio si avvale anche di due collaborazioni importanti: Shane Embury al synth nel brano di apertura e Lili Refrain alla voce in Battle of Qadesh. Non posso aggiungere altro a questa recensione se non che devo chiuderla in fretta, perché la voglia di riascoltare questo capolavoro è immensa come anche la curiosità di recuperare tutto il resto della loro discografia. A meno di sorprese negli ultimi due mesi rimasti, per me è il disco dell’anno. (Luca Venturini)

Un commento

  • Avatar di nxero

    “Apocalips” e “Doomod” (in cui cantava Sara dei Messa) erano già dischi assolutamente degni di attenzione, sono una proposta assolutamente interessante. Se devo dire la mia mi ero esaltato parecchio quando li ho scoperti ma alla lunga stancano un po’…

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