Rack, i JESUS LIZARD un quarto di secolo dopo
Il fuoco. I Jesus Lizard hanno sempre avuto il fuoco dentro, sin dall’esordio. Fiammate a volte vive, violente, altre volte angoscianti ed espressione di puro disagio. Una band che, sia su disco che dal vivo, ha sempre espresso il massimo che il genere poteva esprimere. Ed è sempre il fuoco quello che si è visto nell’ultimo decennio abbondante, quando i Nostri sono tornati dopo una lunghissima pausa a calcare i palchi di tutto il mondo: invecchiati fisicamente, ma capaci di spazzare via tutto a suon di riff e distorsioni, senza lasciare prigionieri.
E, a distanza di ben ventisei anni, i Jesus Lizard hanno deciso di tornare a incidere nuova musica, e lo hanno fatto nel migliore dei modi possibili. Non si potevano avere tanti dubbi in merito alla riuscita dell’album, se si considera che dischi brutti nella discografia della band non ce ne sono.
Certo, Shot e Blue magari non valgono i primi album, ma ad avercene di dischi del genere, nonostante non contengano qui pezzi assassini che ti rimangono dentro anche dopo un mezzo ascolto. Anche il nuovo Rack non può reggere il confronto con album come Goat o Head, ma è tutto quello che dovrebbe essere un disco dei Jesus Lizard. E ciò lo si capisce sin dall’apertura di Hide and Seek, un brano puramente punk quasi anacronistico, che se fosse pubblicato da qualunque altra band contemporanea sembrerebbe una cosetta estemporanea e nostalgica priva di nerbo, ma che in mano a Yow, Denisos e soci diventa pura magia.
A un’apertura così diretta si contrappone la malatissima atmosfera e la circolarità dei riff di una Armistice Day, a dir poco straordinaria e malata, cui fa eco l’ossessiva What if?, costruita tra gli intrecci di Denisos e Sims, tra i migliori brani di un album che davvero non ha punti deboli. Perché, pur non essendo un capolavoro – e del resto i capolavori, o i grandissimi album, dovremmo iniziare a chiederli ai gruppi nuovi e non alle glorie del passato – questo Rack supera in scioltezza le ultime, sempre meritevoli, prove della band, scegliendo un approccio più live che conquista fin da subito e fa impallidire ben più giovani band che dovrebbero avere l’energia per spaccare il mondo.
Energia che ritroviamo nel blues tossico di Lord Godiva, o nei due minuti abbondanti dell’altro brano fieramente punk del disco, Moto(R) ,primo singolo dell’album,e che troviamo, in altre forme, nella angosciantissima Alexis Feels Sick, con i latrati di Yow che fanno sentire la sofferenza del protagonista del brano sulla pelle dell’ascoltatore.
Non un disco sorprendente, ma un disco sorprendentemente riuscito, considerando il lunghissimo iato rispetto alla precedente pubblicazione, un po’ l’equivalente dell’ultimo lavoro degli X, che hanno meravigliosamente chiuso la loro carriera quest’anno con Smoke & Fiction. Anche in questo caso una proposta quasi anacronistica, che solo in pochi sanno “maneggiare” ottenendo risultati del genere. (L’Azzeccagarbugli)
Certo, Shot e Blue magari non valgono i primi album, ma ad avercene di dischi del genere, nonostante non contengano qui pezzi assassini che ti rimangono dentro anche dopo un mezzo ascolto. Anche il nuovo Rack non può reggere il confronto con album come Goat o Head, ma è tutto quello che dovrebbe essere un disco dei Jesus Lizard. E ciò lo si capisce sin dall’apertura di Hide and Seek, un brano puramente punk quasi anacronistico, che se fosse pubblicato da qualunque altra band contemporanea sembrerebbe una cosetta estemporanea e nostalgica priva di nerbo, ma che in mano a Yow, Denisos e soci diventa pura magia.
A un’apertura così diretta si contrappone la malatissima atmosfera e la circolarità dei riff di una Armistice Day, a dir poco straordinaria e malata, cui fa eco l’ossessiva What if?, costruita tra gli intrecci di Denisos e Sims, tra i migliori brani di un album che davvero non ha punti deboli. Perché, pur non essendo un capolavoro – e del resto i capolavori, o i grandissimi album, dovremmo iniziare a chiederli ai gruppi nuovi e non alle glorie del passato – questo Rack supera in scioltezza le ultime, sempre meritevoli, prove della band, scegliendo un approccio più live che conquista fin da subito e fa impallidire ben più giovani band che dovrebbero avere l’energia per spaccare il mondo.
Energia che ritroviamo nel blues tossico di Lord Godiva, o nei due minuti abbondanti dell’altro brano fieramente punk del disco, Moto(R) ,primo singolo dell’album,e che troviamo, in altre forme, nella angosciantissima Alexis Feels Sick, con i latrati di Yow che fanno sentire la sofferenza del protagonista del brano sulla pelle dell’ascoltatore.
Non un disco sorprendente, ma un disco sorprendentemente riuscito, considerando il lunghissimo iato rispetto alla precedente pubblicazione, un po’ l’equivalente dell’ultimo lavoro degli X, che hanno meravigliosamente chiuso la loro carriera quest’anno con Smoke & Fiction. Anche in questo caso una proposta quasi anacronistica, che solo in pochi sanno “maneggiare” ottenendo risultati del genere. (L’Azzeccagarbugli)

Una cosa che penso di questo disco è che è divertente e non te lo aspetteresti da dei veterani, suona incredibilmente fresco e dinamico. È una risposta non da poco a i criticoni che faranno inevitebilmente pesare il passato del gruppo, facendo paragoni e sottolineando le differenze. Noi ce ne fottiamo, ci divertiamo e tanto basta. Avercene.
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Aldilà di tutto, credo sia un disco molto divertente, non so ma secondo me si sono divertiti parecchio a suonarlo, fregandosene molto del loto blasone… avercene.
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