La finestra sul porcile: cosa resta di Limonov in Limonov: the ballad

Sono andato a vedere Limonov: the Ballad di Kirill Serebennikov. A un certo punto, praticamente all’inizio, c’è un Limonov ancora giovane, eppure già famoso come scrittore e provocatore, che torna a Mosca per delle conferenze sui suoi libri, all’indomani della scossa di terremoto che stava facendo crollare tutto l’edificio comunista. Limonov entra nell’hotel, una di quelle Sette Sorelle, i grattacieli staliniani che incombono sul paesaggio cittadino della metropoli russa. La camera è uno schifo, il bagno peggio. Ci sono scarafaggi nella vasca. E Limonov piscia nel lavandino. Ora, io ho una pessima opinione di chi piscia nel lavandino. Penso sia il peggio, il punto più basso cui un individuo possa arrivare senza entrare nel campo del crimine. Non tutto il crimine, poi, intesi. Per quel che ne so io, potrebbe essere che il Codice Penale sia troppo severo con certi delitti “minori” rispetto al fatto che chi piscia nel lavandino non credo faccia un solo giorno di galera. Da qualche parte avrei letto che per alcuni sarebbe un gesto responsabile, più sostenibile che tirare l’acqua del cesso ogni volta. Una carezza per il pianeta. Io sono sensibile a questo tipo di argomenti, molto più di altri. Eppure io sul lavandino non piscerei. Manco se fossi assolutamente sicuro di essere poi l’unico ad utilizzarlo e pulirlo. Una volta avevo letto la notizia di una ragazza che per pisciare sul lavandino ci si era dovuta sedere. Bene, la ceramica del lavandino aveva ceduto e un pezzo affilato aveva reciso credo un’arteria della ragazza, facendola morire dissanguata. Che morte miserabile. Non so se la storia è vera o è una di quelle leggende metropolitane tipo i coccodrilli nella fogna. Però le parabole non devono essere sempre realmente successe, per essere vere.

Una riunione tra militanti del Partito Nazional Bolscevico

E comunque Serebennikov ci presenta così, Liminov, come uno che piscia nei lavandini. In un’intervista ho letto che definisce il suo film una biografia ancora più romanzata del libro di Carrère da cui è tratto. E che era già un bel po’ romanzato. E che quindi, volendo raccontare il “suo” Limonov, Serebennikov ha volutamente omesso, per esempio, un episodio da voltastomaco come quello dello scrittore russo affermato che accorre verso le linee serbe per sparare felice in direzione della città assediata di Sarajevo, a beneficio della telecamera che riprendeva la scena. Scena vera, questa del documentario che girò all’epoca Paweł Pawlikowski, il quale, curiosità, figura oggi come sceneggiatore insieme a Carrére proprio di questo film qui, anche se pare che inizialmente avrebbe dovuto avere un ruolo maggiore, per poi rirarsi indietro. A Kirill Serebennikov (legittimamente, aggiungo) la verità non interessa, intesa come precisa trasposizione documentale di quanto accaduto nella vita del discusso (e spesso discutibile) poeta russo. E per il “suo” Limonov si può permettere quindi di soffermarsi dove meglio preferisce. Lo stile è un po’ quello di Summer (Leto), il suo film di pochi anni fa dedicato agli esordi dei Kino di Viktor Tsoi. Storia romanzata pure quella, ma con una bella riflessione (parabola anche quella?) sul rapporto tra l’artista “conforme” e quello ribelle per natura individuale.

Limonov quando militava nelle New York Dolls

Ne esce un buon film, parlo ora del Limonov, a tratti bello, con alcune cose “meh”, al gusto mio. Tipo quella scena che fa fare il salto di un decennio o più ad un Limonka che si aggira come un pazzo per il set che ricostruiva realisticamente (credo) la New York degli anni ’70. Con passaggi storici epocali evocati stile videoclip: il solito bacio tra Honecker e Breznev e l’immagine della caduta del muro del Berlino, che se la vedo un’altra volta su schermo in un film o una serie questo semestre giuro che per l’anno prossimo vedo solo peplum girati prima del ’64. Serebennikov (ma pure Carrère) si concentra molto sul percorso di “crescita” del primo Limonov. L’operaio/poeta di Kharkiv, scapestrato, arrivista e costantemente invidioso del successo che un ambiente mediocre (pure quello artistico semi-illegale e represso dal regime sovietico) garantisce a personaggi mediocri. E quel senso di rivalsa, voglia frustrata di affermazione, resta la cifra del personaggio nei passi successivi, a New York, prima come parassita bohemien, poi da immigrato affamato (di cibo e non solo), infine come servo dei ricchi borghesi che amano la poesia dissidente russa. In pratica, la parabola di come il sistema capitalista ti ammalia, poi ti imbriglia, poi ti umilia. Specie se sei un miserabile, un reietto. Come il Joker del film di pochi anni fa. Ah, appunto, Serebennikov avrebbe pure detto che Limonov era un po’ il Joker russo, e su questo magari ci torniamo dopo.

Così è questo l’Occidente?

Limonov comunque qualche anticorpo ce l’aveva. Il successo, faticoso, che alla fine ha ottenuto la sua scrittura. E soprattutto l’orgoglio di provenire da un grande Paese e da un sistema che per lo meno permetteva a tutti di mangiare, studiare, curarsi. Oddio, non so se proprio tutti, ma sicuro a chi non sbagliava cosa dire. Vabbè, non ci complichiamo la vita, ora. Insomma, viene comunque fuori che l’America non è mica tutta questa America, e con lei l’Occidente. Dove la dignità viene scambiata per la quantità di beni che puoi acquistare. Se riesci a stare al gioco… Limonov, quello di Serebennikov, in fondo si ferma qui. Nel punto in cui è facile empatizzare col personaggio e condividere, se non tutto, qualcosa. In mezzo, il famoso episodio di sodomia subita (volutamente e in realtà nemmeno un episodio soltanto) che dà la cifra della dimensione scandalosa del personaggio. Il resto è videoclip. Bello, finché è New York e tiri in ballo Lou Reed (e giuro che se questo semestre mi capita ancora un film con Perfect Day o Walk on the Wild Side l’anno prossimo vedo solo cinema espressionista di Weimar).

Limonov restituisce all’Occidente le umiliazioni subite (drammatizzazione)

Dicevo del salto di un decennio, gestito anche questo come un videoclip, ma non avevo ancora detto che del Limonov dei decenni successivi, quello scandaloso per le posizioni politiche e non per le preferenze sessuali, si capisce un cazzo. Sembra si abbia timore di usare parole, simboli o nomi, non solo di far vedere il famoso episodio di Sarajevo. C’entra la situazione politica corrente, ok, ma a questo punto però mi pongo una domanda: cos’è che resta del “vero” Limonov, in un film del genere? E correggo subito la parola “vero” (parola inutile, specie in questo caso) con la parola “storico” (parola comunque scivolosa). Insomma ci sono parecchi lati di Limonov assenti o evocati solo vagamente, al massimo. Il Partito Nazional Bolscevico, fondato assieme a Egor Letov e Aleksandr Dugin, messo in scena giusto come un rave di skinhead vitali. Assente il giornale Limonka, dalle cui colonne Limonov proponeva la deportazione di minoranze etniche nemiche (a suo dire) della Russia. Il rapporto contrastato e contraddittorio con Putin, visto che nel film si parla della prigionia e si accenna solo, in chiusura, al riallineamento degli ultimi anni (che nel romanzo non c’era, essendo precedente). Dico contraddittorio, questo come altri aspetti di Limonov, perché a volte si pretende di applicare alla Russia certe logiche che non funzionano esattamente come pensiamo noi, quaggiù. E non è che puoi con un film sciogliere ogni nodo, ok, tanto più tutti gli aspetti su cui l’Occidente e la Russia non si incontreranno mai. Insomma, avete presente Danko (Red Heat)? Quello con Schwarzenegger e James Belushi che a un certo punto sbotta dicendo: “Ci rinuncio! Questa cosa è troppo russa!”? Ecco, Walter Hill aveva centrato il punto.

La geopolitica secondo Walter Hill

Serebennikov ha fatto il film che ha voluto e ha fatto bene, dal suo punto di vista, ma io speravo facesse di più. Oltre a tirare fuori al suo Limonov la solita rivendicazione dei venti milioni di russi morti “per liberare il mondo dal fascismo” (che è più o meno come se la raccontano e me la sono sentita raccontare anche io, da quelle parti). Vabbè chiudo. Il punto è che magari il film poteva essere l’occasione per porre qualche domanda e riflessione in più davanti al pubblico inebetito odierno, a costo di urtarlo e spaventarlo. Ci arriviamo tutti (spero) che non è che se mostri qualcosa la condividi automaticamente, e non è che se la copri e la dimentichi non è mai esistita. Si poteva sfruttare il cinema per stimolare un pensiero nel pubblico in sala, o almeno anche solo una reazione di pancia. A meno che, davvero, non abbia ragione John: ormai che il passato storicizzato l’abbiamo già dimenticato (quando va bene), il mondo dello spettacolo, coi suoi show e biopic, sembra stia già passando a riscrivere anche quel passato talmente prossimo da sembrare quasi il presente. A beneficio di chi o di cosa, mi chiedo. (Lorenzo Centini)

3 commenti

  • Avatar di nxero

    Questo non l’ho visto, ma “Leto” sui Kino era un bel film, romanzato e a tratti anche un po’ cartoonesco, ma nel contesto ci stava. Tra l’altro loro erano proprio un bel gruppo (più new wave che rock o metal secondo me) e Viktor Tsoi un personaggione.

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  • Avatar di mark

    in realtà il regista si chiama Serebrennikov (con la R). Ovviamente, essendo quest’ultimo un regista “libero” (ah ah ah ah, certamente…) e liberale, diventato egli stesso neodissidente dopo avere mangiato enormi risorse statali in patria (che oggi critica) non poteva certo rappresentare troppo in profondo il partito fondato da Limonov assieme a gente malvista da chi gli paga lo stipendio: in quel caso avrebbe dovuto analizzare la dottrina politica piuttosto estremista dei NazBol…ne sarebbe venuto fuori un autogol non da poco. Meglio salvare il portafoglio che la verità e la dignità non saziano l’appetito a nessuno.

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