Un Sabbath italiano, vol.12: Pianeta carovana
We sail through endless skies
Stars shine like eyes, the black night sighs
È negli anni ’70 forse che si è cominciato a parlare per davvero di ambiente, di ecologia. Spesso si dice che se ne è iniziato a parlare tra le masse, fuori dall’Accademia, proprio nel 1973, con la crisi energetica causata dalla guerra dello Yom Kippur. Le cose non stanno esattamente così, chiaro, è una semplificazione. Ma sicuro quell’anno lì è una data importante. Avrete presente le immagini delle domeniche senza auto, le strade semideserte, persino qualcuno a cavallo. Non è nemmeno l’ultima emergenza del decennio, visto che un’altra crisi altrettanto grave e sempre legata al petrolio, è del ’79. Non solo petrolio, comunque. Il tema del rapporto tra uomo e ambiente comincia davvero a farsi spazio nella società proprio in quegli anni, con la nascita di associazioni, movimenti, con le prime leggi importanti. Anche in Italia, col disastro di Seveso. Tema fra l’altro persino trasversale, di cui si sono fatti portatori movimenti apartitici o politici, sia di destra che di sinistra. Tema che non veniva percepito come una preoccupazione solo per ricchi borghesi. C’era di mezzo per la prima volta la percezione che il pianeta fosse finito, che le risorse potessero non bastare. E quindi era per molti il caso di occuparsene, come movimenti, come società. Agli artisti, come al solito, non si chiede concretezza, ma suggestione, immaginazione. In generale, cominciava la paura di non riuscire ad andare avanti con quel progresso. Poi si è andati avanti comunque, a che prezzo non lo sappiamo ancora e chissà se lo sapremo finché saremo vivi noi. Ma torniamo ai ’70, dai. E torniamo al momento in cui gli artisti, e in particolare i musicisti, hanno cominciato a confrontarsi con tutto questo. Nella maniera a loro congeniale. Sappiamo che in realtà, anche già da prima dei ’60, dei primi esempi di presa di coscienza su questi temi già erano emersi con Celentano, Battisti/Mogol, persino Modugno. Ma noi stiamo indagando il rock progressivo (con che finalità sapete bene, ormai), per cui ci interessano sicuro di più le Orme di Cemento Armato. Brano teso di prog tastieristico, non mi fa particolarmente impazzire. Non la musica, nemmeno il testo. Poche sentenze, piuttosto semplici, didascaliche. Denuncia schiaffata in faccia, poca capacità di portare l’argomento, con l’immaginazione, ad un livello di provocazione più forte. Per esempio: e se le risorse del pianeta dovessero finire cosa resterebbe? Andare nello spazio a colonizzare altri pianeti? Oppure colonizzare il fondo degli oceani? La fantascienza c’era già. L’incubo della guerra atomica pure. Per trasformare queste suggestioni in un brano magnifico, all’avanguardia e a suo modo ambientalista ci voleva un artista famoso per il suo genio (a detta di molti, se non tutti). Eppure a pensarci bene non pareva tanto difficile. Bene, iniziamo con la storia di oggi.

Milano, 1971. Non so dire che giorno fosse, o che clima o che stagione ammantasse quel giorno la metropoli dei gas di scarico, del cemento e delle ciminiere. Mi piace ovviamente pensare che fosse un giorno di nebbia. Non tanta, giusto atmosfera, quella nebbia che non sai se è vapore o smog. Immaginiamo che fosse proprio uno di quei giorni il giorno in cui gli operosi meneghini, al risveglio, si trovarono dappertutto sui cartelloni pubblicitari della città una nuova réclame (ecco che nella mia ricostruzione parzialmente di fantasia è indispensabile che la nebbia non fosse poi molta). Era la nuova pubblicità di una ditta di divani, la Busnelli, e fin qui nulla di strano. Sappiamo del rapporto tra la città lombarda e l’industria dei componenti di arredo (aka “del design”). Ne è tanto ossessionata, Milano, che per il fatto di ospitare ogni anno una fiera delle seggiole, dei tavolini scomodi e delle lampade improbabili si crede una capitale rinascimentale, oggi, dimenticandosi di esserlo stata veramente, secoli addietro. Non fu quindi il settore merceologico a distrarre gli operosi meneghini dal loro tragitto mattutino verso l’opificio, tanto da costringerli ad inondare di proteste la casella postale della Busnelli. Lo scandalo era dovuto a quanto era effettivamente rappresentato dallo scatto dell’agenzia publicitaria di Gianni Sassi, fondatore della Cramps Records (Area, Skiantos…), pubblicitario e, in generale, quel che si suole definire un “agitatore culturale”. Centrale nello scatto è uno strano figuro, seduto proprio su uno dei divani della ditta che si vuole pubblicizzare.
Il figuro ha i capelli ricci mossi, dei pantaloni che paiono un festone per una celebrazione patriottica statunitense, stivali neri e maglia nera e rosa. Ha degli occhiali da sole moderni e la pelle, volto e mani, ricoperta di cerone bianco e screpolato. “Ma guarda un po’ questo trans!”, pare abbia commentato quel giorno un industrioso meneghinino sul tram, non sapendo che il suo vicino sul mezzo, pure se in abbigliamento comune e senza trucco, era proprio il ragazzo siciliano immortalato su quella réclame. Quel ragazzo si chiamava Francesco Battiato, noto anche come Franco. Lo abbiamo già incontrato, di sfuggita, nella sua terra natia, prima del trasferimento tra le nebbie, quindi prima di quel 1971. Ma anche un’altra volta, la scorsa, per una partecipazione che sarebbe avvenuta in realtà due anni dopo, nel ’73, per il terzo album dei Jumbo.

Chi è Francesco Battiato in quel 1971? Difficile che coincida con quello che la gente ricorda del Franco Battiato oggi, nel 2024. Diciamo che è davvero giovanissimo, ha ventisei anni ma già, musicalmente e non, ne ha vissute. Parecchie. Trasferitosi al nord nel 1964, comincia subito a darsi da fare come musicista, partecipando come chitarrista e cantante al cabaret del Club 64, dove si esibiscono anche Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Renato Pozzetto e Bruno Lauzi. È invece Giorgio Gaber a notarlo e a fargli da mentore nei suoi primi passi. Seguono dei 45 giri di rivisitazioni di brani famosi, una apparizione in TV (presenta la trasmissione proprio Gaber), fa parte de Gli Ambulanti con Ombretta Colli. La sua carriera come cantante tradizionale sembra andare per il verso giusto. Nel 1969 registra un disco in proprio, per la Philips, nientemeno. Non viene però pubblicato, e i brani appariranno solo in raccolte successive, nel corso degli ’80. Forse l’insuccesso, forse il passaggio al nuovo decennio, qualcosa cambia negli interessi e nell’attività di Battiato, ormai Franco. Nel corso del 1971, ma prima della réclame incriminata, Battiato ha già collaborato con un complesso progressivo, i Capsicum Red, guidati dal futuro Pooh Red Canzian, per la stesura dei brani di un 45 giri piuttosto rock, Tarzan/Shangrj-La. Bel tipo, Canzian: nonostante sia uno dei Pooh mi è sempre stato simpatico, e penso che con lui di musica si potrebbe parlare. Provai rispetto per lui anche per il fatto di aver portato a Sanremo nel 2018, da solista, una canzone rock, bella o brutta che fosse, ma scritta, costruita su uno sviluppo melodico e sorretta per tutta la durata da chitarra elettrica, basso e batteria. Mi pare non si usi più, ormai. Belli comunque i Capsicum Red, di cui l’unico Lp, Appunti per un’Idea Fissa, merita più di un ascolto, specie per l’ottima Corale, che ho provato in altri modi ad infilare in questa serie sul Sabbath italiano per via del riffone cupo che, se non è certo doom, ci manca poco per essere proto-heavy e finalmente ho trovato un gancio almeno per citarla.

Ma non possiamo soffermarci come vorrei perché Battiato è già andato oltre i Capsicum Red e ha già fondato gli Osage Tribe, per avere il suo complesso rock. Complesso di cui essere il frontman, come poi si sarebbe detto, ovvero il cantante, al centro del palco, con chitarra, basso e tastiere ai lati. Un vero e proprio complesso rock che cominciava a suonare i suoi primi concerti. In realtà la storia del cerone in faccia sullo scatto di Sassi nasce proprio da lì, perché Battiato credeva si trattasse di foto promozionali per gli Osage Tribe e allora si presentò conciato proprio come si conciava sul palco in quelle primissime esibizioni. I pantaloni invece glieli aveva prestati Claudio Rocchi, che poi ritroveremo e che abbiamo già incontrato di sfuggita la volta scorsa, come presentatore della trasmissione radio Per Voi Giovani. Arrivò quel complesso ad incidere un disco, un 45 giri, Un falco nel cielo/Prehistoric Sound, ovvero versioni italiane ed inglese dello stesso brano. Un brano bello energico, quasi allegro. Una canzone sui pellerossa, che messa insieme al singolo su Tarzan dei Capsicum Red ti fa pensare che Battiato si stesse quasi specializzando su tematiche pre-adolescenziali. E pare quasi essere questa la (breve) fase pre-adolescenziale della sua carriera musicale. Il brano ebbe un certo successo, girò in TV, entrò nel canzoniere degli Scout, ma Battiato, sappiamo, non rimase fermo nemmeno lì. Così gli Osage Tribe proseguirono senza di lui, incisero un album l’anno successivo, Arrowhead, prevalentemente strumentale, cui Battiato collaborò solo alla stesura di alcuni brani. Poi transitò brevemente in formazione anche Red Canzian, prima di entrare nei Pooh. E poi pure gli Osage Tribe si sciolsero e si avviarono carriere di successo come turnisti per alcuni suoi membri, come Bob Callero (poi con Battisti, Finardi, Anna Oxa, Fausto Leali, Loredana Bertè e Patty Pravo) e Nunzio Fava (entrato poi nei Dik Dik e collaboratore dello stesso Canzian solista). E invece Battiato?

Foto di Germano Casone
E invece Battiato, come dicevo, era già altrove. Puntava alla sperimentazione, alle avanguardie, Stockhausen, quelle cose lì. Forse non ancora del tutto sicuro. Infatti aveva scovato un altro complesso rock nell’hinterland lombardo, i Cristalli Fragili, così chiamati forse per l’omonima canzone dei New Trolls, e ne aveva fatto la sua band di supporto per le nuove uscite, uscite col nome proprio, Franco Battiato. Prima fu Fetus, un disco ostico e coraggioso, sghembo, elettronico (elettronica dell’epoca), qualche melodia mediterranea già splendida (Energia, splendida per davvero), tematiche ambiziose e copertina shock.
Stretto sodalizio con la Bla Bla di Pino Massara (che in realtà aveva pubblicato già anche Capsicum Red e Osage Tribe), prosegue anche la collaborazione con Gianni Sassi, collaborazione extra e meta musicale, per veri e propri happening, multimediali e provocatori. Il tema è l’ecologia, il ruolo dell’Uomo nel Mondo. Questi happening porteranno proprio al successivo album, nel ’73, l’anno dello Yom Kippur (ma uscito in gennaio, quindi ben prima della crisi internazionale), l’ancor migliore Pollution. Quello con l’arcano Areknames. Certo che, nonostante questa qui sia una canzone misteriosa e per certi versi inquietante, non sono certo mi stiate più seguendo. Vi starete chiedendo: ok, insomma, conosciamo Battiato, mica veniamo dalla Luna, e il Sabbath dov’è? Lo so, avete ragione, ma vi dicevo: forse Battiato non era ancora del tutto sicuro di buttarsi sull’avanguardia, avrà avuto ancora qualche sassolino da togliere dalla scarpa e poi in fondo una band ce l’aveva. Così, tra i due album, Fetus e Pollution, pubblicò un altro 45 giri di musica rock, La convenzione/Paranoia. Eccolo, il nostro tassello, oggi.

Una navicella atterra, un Moog sprigiona un’atmosfera gommosa, una batteria entra rullante, altri Moog paiono bombe laser e poi arrivano basso e chitarra. E Battiato che canta rock come mai l’avete sentito, se non avete già sentito questa canzone qua. Canta rock e guida un boogie rock che sa di glam ed energia. La chitarra c’è, poco valorizzata nelle registrazioni, rispetto ai synth. Ce ne fosse di più, non dite anche voi che un brano così su Sabotage o su Technical Ecstasy non avrebbe sfigurato? Esagero? Secondo me no. Quindi ecco, immaginate Battiato al centro del palco, alto, occhialoni e capelli ricci sparati. Pantaloni sgargianti, stivali glam e cerone in faccia. Un alieno. Attorno un chitarrista, un bassista, un batterista solido, un tastierista fantasioso. Un gruppo rock vero, con Battiato che canta sguaiato e sgraziato. Come Ozzy. Ecco, l’ho detto. Sentite quando strilla al terzo verso. Oh, non manca molto, siamo lì. Fantastica l’interpretazione, pur se grezza. Il sussurro trattenuto, la ripresa della melodia, l’esplosione prima della storia finale, tra le sirene luminose. Il testo:
Centinaia di anni fa l’uomo viveva sulla Terra
Fra grattacieli e autostrade, sopra il mare
Poi nel duemila la Convenzione…
[…]
Molti andarono su Giove, fra pianeti artificiali
E altri su Venere in cerca di spazio
Un po’ restammo quaggiù sotto il mare…
Qualcosa nel Duemila è successo, quindi. La Convenzione, ok, ma sembra esserci stata una crisi grossa. Che non fosse più possibile andare avanti coi grattacieli e le autostrade. Quindi necessario andare per lo spazio, come i Corrieri Cosmici della Germania Ovest, forse. Oppure, ecco, sotto al mare. Da cui osservare quale nuova vita sopraggiunge, sopra il pelo dell’acqua.
Sopra l’acqua dei segnali di un cervello sconosciuto
intercetta un linguaggio ricevuto
Cerchi di luce attraversano il cielo…
La Convenzione è un singolo, il suo lato B, Paranoia (che avremmo quasi potuto tirare in ballo già la volta scorsa) è un blues sghembo e sardonico che si prende la briga di dissacrare la stessa controcultura di quegli anni. Del singolo potete trovare facilmente online ben tre versioni (tralascio il mercato dei vinili originali, non me ne intendo), che vi elenco, non in ordine cronologico:
- La più facile da reperire è quella che trovate su Spotify, parte di una compilation omonima del 2002 che contiene anche brani di Juri Camisasca e degli Osage Tribe. Le versioni de La Convenzione e di Paranoia che trovate qui sono in realtà delle nuove registrazioni degli anni ’90 della parte strumentale. Suono molto curato, sicuro il nuovo missaggio fa anche risaltare delle parti che nelle versioni dell’epoca risultavano più sacrificate. Come la chitarra. Bene, direte voi, però suonano troppo “pulite”;
- Sempre facilmente, su YouTube, trovate la versione del singolo realmente pubblicato. Nei video si vede la copertina stile Art Nouveau, quella riportata sopra, col volto di Battiato in bianco e nero. In questi video sentite il fruscio e il suono molto vintage. Effettivamente alcune parti risaltano meno, ma almeno la sensazione non è di sentire una riregistrazione. Risaltano soprattutto i sintetizzatori;
- La terza versione, che trovate sempre su YouTube (ma solo de La Convenzione, non di Paranoia) è quella uscita per fini esclusivamente promozionali ed è quella che scelgo di mettere a fine dell’articolo. Il cut è lievemente diverso, c’è qualche secondo in più nel bridge subacqueo, ma soprattutto sentite le chitarre, le sentite benissimo, anche se ancora in secondo piano rispetto ai synth. Sentite che logica hanno i riff delle sei corde e le dinamiche del basso. È questa forse la prima e vera testimonianza di rock duro nella musica dell’artista etneo.
E resterà l’unica. Anche se non pensiate che sia del tutto decontestualizzata. Anzi, è perfettamente in linea con lo zeitgeist di quella precisa fase della carriera di quell’artista grandioso quanto mutevole. Ci aiuta a contestualizzare un bootleg diffuso dal blog Verso la Stratosfera, altra fonte infinita di informazioni sul prog italiano anni ’70 (dico altra rispetto al blog di John N. Martin, spesso citato però anche da quelli della Stratosfera). Si tratta del Battiato Pollution Happening tenutosi al Teatro Pio X di Padova il 2 maggio 1973 (quindi anche qui, vedete, prima della crisi causata dalla guerra dello Yom Kippur). Documento pazzesco. Si tratta del tour quasi-hard rock conseguente Pollution, con Battiato supportato appunto da una vera band. Oltre al (futuro) maestro, ai synth alla voce, ci sono Gianni Mocchetti al basso, Roberto Cacciapaglia alle tastiere, Gianfranco D’Adda alla batteria e Mario “Ellepì” Dalla Stella alla chitarra. E ora vi sentite la versione di La Convenzione dal vivo. Sentite quant’è devastante.
Ma vi consiglio di recuperare tutto il bootleg e tutta la suite, che contiene anche tra i vari passaggi Areknames, Meccanica, Beta, Paranoia (sorprendente il peso del giro di chitarra). Un Battiato così immagino non ve lo aspettavate. Da una testimonianza diretta riportata su Verso la Stratosfera:
“All’epoca miscelavano i pezzi e improvvisavano molto, con un piglio psichedelico e hard rock quasi alla Hawkwind, poi sul finale del concerto uscivano sul palco lunghi palloncini a salsicciotto di diversi metri con l’effige di Battiato che venivano gettati sul pubblico. Era un concerto tirato, con riff di chitarra mozzafiato e i sintetizzatori che impazzavano, il “sintetista” saltava letteralmente da una parte all’altra del tavolo con gli strumenti… Uno spettacolo. Prima di Battiato si esibiva Claudio Rocchi in acustico, alla luce di candele e fra mille incensi… Bei ricordi, peccato che all’epoca ci fosse un pubblico esiguo”

Interessante anche quest’altra testimonianza postuma di quel periodo, del batterista Gianfranco D’Adda:
“Ricordo, soprattutto, i concerti (il tour partì nel giugno 1972), gli happening a cui partecipavamo, con volumi altissimi… era tutto estremamente coinvolgente e faticoso… poi spesso distruggevamo gli strumenti sul palco! A volte venivano gettati dei tubi gonfiabili verso gli spettatori, altre volte Franco entrava in scena con una grossa croce che poi rompeva… la volontà era quella di provocare il pubblico, di suscitarne le reazioni. Lo stesso intento “provocatorio” era già evidente durante le registrazioni del disco, in cui spesso Battiato ci invitava ad inserire la nostra “idea musicale” ognuno con il proprio strumento: anche questo era per noi molto stimolante. Talvolta gli spettatori contestavano queste performances. Anche il tour di Pollution, l’anno successivo, ebbe caratteristiche simili. A lungo andare, però, non solo noi eravamo “stressati”, ma anche lo stesso Franco entrò in crisi e sentì l’esigenza di una pausa di riflessione, per ricercare nuovi stimoli culturali e musicali.”
Battiato stesso invece parlò, successivamente, del motivo per cui quell’esperienza hard non durò. Fu per un “gran bisogno di pulizia interiore: quel genere di musica e di pubblico era pericolosissimo“.

Di lì a poco, pochissimo, Battiato sciolse il gruppo ed intraprese una strada diversa, quella del capolavoro Sulle Corde Di Aries, prima, e poi di Clic, M.lle Le Gladiator, per poi trionfare nello stile, il pop più sofisticato, con cui aveva mancato il successo negli anni ’60, raggiungendolo a cavallo del passaggio agli ’80. In realtà in Sulle Corde Di Aries compaiono ancora Mocchetti e D’Adda, ma certo quello non è un disco incentrato su chitarre e batteria… Però vale la pena chiedersi poi che strade abbiano percorso i musicisti che hanno partecipato alle registrazioni e ai live di quei primi ’70:
- Riccardo Rolli, in realtà Riccardo Pirolli, siciliano come Battiato, transitò per i lombardi Cristalli Frangili e suonò la chitarra in Fetus, si mise poi in proprio con lo pseudonimo Genco Puro & Co. per un disco di canzonette, pubblicato nel 1972, cui pure Battiato diede un contributo;
- Anche Pino Massara compare in Fetus, alle tastiere. Il vigevanese, prima dell’esperienza alla corte del cantautore siciliano, aveva già musicato brani per Nicola Arigliano, Tony Dallara, Mina, Paolo Conte, Giuny Russo, Fausto Leali. In veste di produttore aveva lanciato Al Bano, producendone appunto Nel Sole. Dopo Fetus tornò in proprio a scrivere, ad esempio musiche per lo Zecchino d’Oro, ma anche di nuovo per artisti popolari (non lasciatevi però ingannare dal titolo di Cuore di Metallo, brano composto per Mietta);
- Roberto Cacciapaglia in Pollution prende il posto alle tastiere che era stato di Pino Massara. Di estrazione classica, dopo Battiato pubblicò un suo disco, Sonanze (uno scacciapensieri in copertina), per la Ohr di Rolf Ulrich Kaiser (di cui qualcuno spero abbia sentito). Poi si esibisce con Popol Vuh, Tangerine Dream e Wallenstein. Poi torna in ambienti più accademici, musica colta, non disdegnando collaborazioni pop con Giuni Russo e Gianna Nannini, integrando poi la sua attività alta con il lavoro su una quantità incredibile di musica per spot per la TV;
- Il milanese Mario “Ellepì” Dalla Stella fu chitarrista in Pollution. Dopo Battiato entrò nel complesso pop i Panda, col quale ottenne qualche successo, come con Voglia di Morire, prodotta dal fratello di Vangelis, e collezionando presenze al Festivalbar. Radicato nel suo quartiere di Quarto Oggiaro, si occupò poi di promuovere giovani artisti con un suo studio di registrazione;
- Il batterista Gianfranco D’Adda, da Rescaldina, militava nei Cristalli Fragili quando venne arruolato da Battiato. Anche dopo che Battiato sciolse il suo complesso, D’Adda continuò a collaborare, in veste di percussionista, ai successivi dischi sperimentali e poi a molti della fase “pop” degli anni ’80 (quella famosa), alternando questo impegno con il suo interesse per il teatro e le produzioni artististiche di festival;
- E infine, anche il legnanese Gianni Mocchetti faceva già parte dei Cristalli Fragili. In Fetus si occupò di chitarre e basso, in Pollution solo di basso. Partecipò ancora a Sulle Corde di Aries ed a Clic, per poi avviare una sua carriera solista che lo portò ad esibirsi più volte al Cantagiro ed al Festivalbar, approdando persino, nel 1979, sul palco della più importante manifestazione musicale nazionalpopolare del Paese, con il brano Talismano Nero. E non temo smentite se affermo che si tratta del brano più doom, occult rock o italian dark sound che sia mai stato suonato al Festival di Sanremo.
Pareva giusto fermarsi un attimo sui singoli musicisti che hanno partecipato a quella breve, brevissima parentesi di follia, dando spazio in realtà anche a chi già in Pollution non c’era più. Un giro di musicisti che avrebbe potuto coagularsi in un complesso hard rock, quasi. O diventare per davvero il nucleo di una pattuglia di Corrieri Cosmici di base tra le nebbie dell’infinita Pianura Padana. E non andò così, dato che Battiato scelse di andare in solitaria.
Eppure non si pensi che quel musicista geniale non scambiasse esperienze e non supportasse altri musicisti aiutandoli, sostenendoli col suo status di credibilità ormai raggiunto. Prendete appunto Claudio Rocchi, quello che gli prestò i pantaloni quando il giovane Francesco militava ancora negli Osage Tribe e che abbiamo visto aprire i concerti del tour di Pollution Happening. Carriera iniziata prima che Battiato riscuotesse delle prime, vere soddisfazioni. L’album Volo Magico N.1 del 1971 (con Alberto Camerini alla chitarra, futuro robot del rock’n’roll) era stato un album splendido e fondamentale per la musica italiana dell’epoca. Un album sospeso, spazio e tempo, che sarebbe troppo riduttivo definire “cantautorato acustico”. Nel corso dei ’70 proseguì il suo percorso musicale sempre più incompromissorio, e la coerenza delle sue idee lo portò ad aderire al movimento Hare Krishna, aprendo persino una radio libera a Katmandu.
Altro esempio è quello del melegnanese Juri Camisasca, conosciuto durante il servizio militare. Convinto meritasse di incidere un album (e lo meritava), Battiato si spende per procuragli un contratto con la Bla Bla di Pino Massara e alle registrazioni partecipa lui stesso, portandosi appresso Mocchetti, Ellepì e D’Adda. La Finestra Dentro esce nel 1974, uno strano e bellissimo album di cantautorato cosmico, tra Tim Buckley e quegli strani album che promuoveva il Kaiser citato prima (Walter Wegmuller, Sergius Golowin), ma dal taglio personalissimo ed italiano (no, non “pizza e mandolino”) e dai testi caustici, aspri, punk. Non un disco hard, sicuro, anche se la ballata blues per pianoforte Ho un Vuoto Nella Testa non starebbe male in un disco di hard rock gentile alla Free. Non ebbe un seguito, nell’immediato. Ancora un paio di singoli (La musica muore/Metamorfosi e Himalaya/Un fiume di luce), poi Camisasca partecipò al supergruppo space rock Telaio Magnetico, sempre assieme a Battiato, su iniziativa del Partito Radicale. Non registrarono nulla in studio, potete però recuperare facilmente il viaggione di un bootleg dal vivo sul web. Poi per dieci anni Camisasca è uscito dalle scene ritirandosi in convento, dopo aver preso i voti come monaco benedettino. Poi la sua carriera musicale riprese ed è tutt’ora attiva.
Parlando della piccola scena “cosmica” nostrana, non è possibile non tirare in ballo poi la psichedelia mediterranea di Aria del gallese-partenopeo Alan Sorrenti, ancor più orientato sugli esempi di Tim Buckley e Peter Hammil. L’album, leggiadro e stupendo, non è certo per tutti. Io la voce di Sorrenti non la digerisco particolarmente. Eppure riconosco come Aria abbia una grandiosità serena e rarefatta, unica. Uscito nel ’72, Battiato non c’entra nulla, per essere chiari. Il siciliano si divertì a dileggiare il napoletano, più in là, negli ’80, nel testo di Bandiera Bianca, per la svolta commerciale che Sorrenti avrebbe preso di lì a poco, dopo il seguito di Aria. Il successo comunque non fu particolarmente fortunato per Sorrenti, arrivarono la droga e un’esperienza in carcere a portarlo giù a terra, fino a che non si convertì al buddismo, rimettendosi in carreggiata, fino ad oggi. Battiato poi in realtà un gesto distensivo lo fece, coverizzando Le Tue Radici in Fleurs 3, nel 2002. Un po’ labile, il legame col tema di oggi, ne convengo. Ma come si fa a fare una serie intera sulle tracce sabbathiane nella musica anni ’70 italiana senza segnalare appunto la copertina più sabbathiana di tutte quelle mai pubblicate nel Bel Paese? Giudicate voi stessi.

Vabbè, abbiamo digredito tantissimo. Fin troppo. Forse più del solito. Si cercava di seguire la pista della coscienza ecologica nella musica italiana. Poi si è dato spazio, tanto e giustamente, all’esperienza straordinaria di un artista straordinario, nella sua fase sperimentale, psichedelica, per certi versi spaziale. S’è dimostrato come questa fase coincidesse anche con una riflessione non certo banale sull’ambiente. Non nel senso di raccolta differenziata e benzina con meno ottani, ma nel senso della riflessione sul posto dell’Uomo nel Mondo. Si è viaggiato tra lo spazio ed il fondo degli oceani, sulle scie di sintetizzatori e con delle chitarre durissime (molto più dal vivo che su disco, ok). Si è stati testimoni dello sfaldamento di una band che poteva fare grandi cose, fosse stata ancora guidata da un genio che però preferiva proseguire in solitario per la sua strada. Una strada ancor più sperimentale ed immaginifica. Eppure non un misantropo, anzi. Abbiamo visto come questo genio non disdegnasse affatto riconoscere e promuovere anche il genio altrui. E incoraggiare le espressioni artistiche più libere. Abbiamo visto molte cose oggi. Poi chiaro, potremmo restare ad interrogarci ancora di come avrebbe potuto suonare un suo intero album space rock tra Sabbath e Hawkwind, fosse stato interessato a registrarne uno, il genio etneo. Ma sarebbe come dissertare ancora una volta sul numero di sfere di cui sarebbe stato dotato il mio proverbiale nonno-flipper. Meglio chiudere qui. (Lorenzo Centini)


Mamma mia che articolo di approfondimento. I miei più vivi complimenti. Devo dire che questo blog è veramente, veramente un gioiello. Grazie a voi tutti che caricate contenuti.
Contenuti, per la puttana, non i soliti foglietti che vedo altrove. Ognuno di voi ha un calice pagato.
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Un gran bel articolo, atto a riproporre le cose più interessanti che la musica italiana abbia mai prodotto, a riprova che i musicisti italiani non sono solo canzonette . Grazie ❤️
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Gianni Sassi non era “fotografo”, probabilmente non ha mai scattato una foto in vita sua. Era un “creativo” titolare della agenzia pubblicitaria Al.Sa (prima) e Task (poi). Ho lavorato in queste agenzie per diversi anni come grafico e come fotografo per la Bla Bla (periodo Battiato, Capsicon Red, Osage, ecc.), e nei vari concerti organizzati da Mamone. La foto dove ritrae Battiato, Red Canzian, Cucciolo ed un altro che non ricordo il nome… è mia… peccato che non venga citata la fonte. Comunque l’articolo lo trovo molto interessante ed esaustivo. Complimenti.
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Ciao Germano, sono l’autore di questo pezzo sconclusionato. Lieto che ti sia piaciuto. La paternità della foto non era riportata perché semplicemente non la conoscevo, avendola trovata con una ricerca generica sul motore di ricerca. Ti tingrazio molto per il tuo contributo!
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