Da Fast&Furious ai Power Rangers, altri cinque attori che hanno fatto una fine orribile
Paul Walker nasce a Glendale, una città di 200.000 abitanti nella contea di Los Angeles, il 12 settembre del 1973. Comincia a fare l’attore da ragazzino, recitando in Monster in the Closet (Non aprite quell’armadio in Italia), una sorta di horror demenziale uscito nelle sale statunitensi nel 1986, per poi proseguire con piccoli ruoli, tra serie tv, spot pubblicitari e film, tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta. La fama internazionale arriva nel 2001 con Fast and Furious di Rob Cohen: Paul viene scelto per interpretare uno dei protagonisti, Brian O’Conner, un agente dell’FBI sotto copertura che si infiltra nell’ambiente delle corse automobilistiche clandestine di Los Angeles per indagare su una misteriosa banda che assalta e rapina i camionisti compiendo manovre spericolate a bordo di tre Honda Civic Coupé elaborate. La pellicola in questione ha un enorme riscontro in tutto il mondo, sino a diventare una sorta di culto/fenomeno di costume: in Italia, ad esempio, il mondo del tuning, che esiste – seppur in forma rudimentale – sin dagli anni Sessanta, si può tranquillamente dividere in due ere, quella pre e quella post-Fast and Furious. Dopo l’arrivo del film nelle nostre sale, infatti, dall’estremo Nord all’estremo Sud dello stivale spuntano come funghi neon colorati, alettoni stile tavolo da pranzo della nonna, cerchioni da 19 pollici e chi più ne ha più ne metta, in un italico tentativo di imitare i danarosi appassionati d’Oltreoceano mostrati nella produzione hollywoodiana, nonostante le auto in gioco nella stragrande maggioranza dei casi siano – diciamo così – un tantino diverse: pompatissime Civic Type R, Lancer Evo, Honda S2000, Toyota Supra, Skyline GT-R e compagnia cantante da loro, mentre da noi, nella migliore delle ipotesi, Punto GT, Saxo VTS e Opel Corsa GSI. Non pochi giovani di tutto il mondo diventano amanti delle auto sportive proprio dopo aver guardato sul grande schermo le surreali gare del Nostro e di Dominic Toretto, l’altro protagonista del film, interpretato da Vin Diesel.
Nel tentativo di replicare il successo del primo capitolo, nel 2003 esce 2 Fast 2 Furious: Paul Walker è praticamente l’unico membro del cast originario a recitare anche nel sequel. Dopo The Fast and the Furious: Tokyo Drift (2006), una sorta di spin-off con attori nuovi (il solo parziale superstite è Vin Diesel, con un insignificante cameo nel finale), nel 2009 arriva Fast & Furious – Solo parti originali, nel quale viene riproposta una buona parte del cast della prima pellicola, Walker compreso: a questo punto le scorribande di Brian e di Toretto diventano un brand/franchise. Paul è uno dei protagonisti in tutti i tre film successivi della saga e diventa il belloccio biondo di Fast & Furious.
Il pomeriggio del 30 novembre del 2013 Walker si trova sul sedile passeggero della Porsche Carrera GT guidata da Roger Rodas. Alle 15.00, per motivi mai accertati del tutto (uno sbandamento dovuto all’alta velocità e ai pneumatici usurati sembra l’ipotesi più accreditata), l’auto si schianta contro un palo di cemento, poi carambola su due alberi e prende fuoco: sia Paul Walker che il conducente muoiono praticamente sul colpo. Un destino a dir poco beffardo per l’attore che aveva costruito la sua fortuna su una serie di film basata sulle corse illegali. Il fattaccio avviene durante le riprese di Fast & Furious 7, poi uscito postumo nel 2015. Dopo la morte di Walker il franchise ha proseguito la sua marcia con altri cinque film, l’ultimo dei quali, Fast X, datato 2023.
Francesco Anniballi, classe 1941, è stato un attore caratterista molto attivo per oltre vent’anni. A causa della sua fisicità (era un uomo alto e robusto, praticamente un armadio) gli veniva assegnato quasi sempre il ruolo del bestione romanaccio di borgata. Tra parti secondarie e comparsate, soprattutto negli anni Settanta, partecipò a decine di film, specialmente poliziotteschi, diversi capitoli della saga di Nico Giraldi/Er Monnezza con Tomas Milian e molte commedie all’italiana. È stato inoltre la controfigura di Bud Spencer in più di un’occasione. Il suo ruolo più importante è forse quello interpretato nel mastodontico Brutti, sporchi e cattivi (1976) del Maestro Ettore Scola, in cui impersonava Domizio, uno dei tanti figli del grottesco Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi). Curiosamente ha condiviso il set di Parenti serpenti di Mario Monicelli con un altro attore finito malissimo e qui precedentemente trattato, Roberto Corbiletto.
Francescone, così lo chiamavano amici e colleghi, morì il 27 gennaio del 1992, attinto da due colpi d’arma da fuoco esplosi da mano ignota. Anniballi stava rientrando in casa dopo aver buttato la spazzatura, quando un uomo gli si avvicinò e, dopo averlo chiamato a gran voce, riuscì – nonostante il caratterista romano avesse tentato disperatamente di salvarsi fuggendo verso il portone della sua abitazione – a colpirlo ad una gamba e alla schiena, per poi dileguarsi velocemente a bordo di una Renault 4. Qualcuno ipotizzò che il movente dell’omicidio potesse risiedere nella mansione svolta da Francesco poco prima di morire: negli ultimi anni della sua vita, infatti, Anniballi si era dedicato principalmente a fare il segretario di produzione, pertanto si pensò che l’assassino potesse essere un attore arrabbiato per essere stato scartato durante un casting. A distanza di oltre tre decenni, sia l’identità del killer che il movente rimangono ignoti.
Renato Salvatori (all’anagrafe Giuseppe Salvatori) nasce a Querceta, frazione di Seravezza, in provincia di Lucca, il 20 marzo del 1934. Sin da giovanissimo lavora come marmista presso la Henraux, l’azienda più importante della sua zona, mentre in estate arrotonda facendo il cameriere o il bagnino negli stabilimenti balneari di Forte dei Marmi. La svolta per lui avviene nel 1951: Salvatori, appena diciottenne, supera un provino e viene scelto da Luciano Emmer per interpretare Augusto in Le ragazze di piazza di Spagna, uscito nel 1952. Da quel momento in poi Renato non si ferma più: negli anni Cinquanta inanella un’interpretazione dopo l’altra, sino ad arrivare alle pellicole che lo rendono un vero e proprio divo nazionale, la famosissima trilogia di Dino Risi, in coppia con il fusto del cinema italiano dell’epoca, il romano Maurizio Arena. A differenza del nerboruto collega laziale, però, Renato Salvatori prende parte a produzioni di gran successo anche dopo la sopracitata trilogia, che per lui più che un punto d’arrivo è un vero e proprio trampolino di lancio: I soliti ignoti di Mario Monicelli, La ciociara di Vittorio De Sica e Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti sono solo alcuni dei film che hanno fatto la storia del nostro cinema in cui Salvatori recita in quegli anni. Può addirittura vantare un ruolo in Z- L’orgia del potere (1969) di Costa-Gavras, opera cinematografica vincitrice di un premio Oscar.
Nel mezzo della carriera arrivano anche due mogli (l’attrice francese Annie Girardot e la modella tedesca Danka Schröder) ed altrettanti figli. L’esistenza dell’attore toscano sembra un sogno ad occhi aperti, ma, come spesso accade, ad un certo punto la vita presenta il conto. Negli anni Settanta, forse a causa del fisiologico calo di popolarità, Renato finisce nel tunnel dell’alcolismo e poco dopo si ammala di cirrosi epatica. Si ritira dalle scene nel 1981, perché, a quanto afferma, il mondo del cinema non gli appartiene più. Muore il 27 marzo del 1988, a soli 54 anni, stroncato dalla malattia che lo aveva colpito anni prima. A Forte dei Marmi, la cittadina della Versilia in cui Salvatori aveva studiato e lavorato in gioventù, è stato eretto un busto in suo onore.
La vita di Thuy Trang a tratti è talmente rocambolesca da sembrare un film. L’attrice asiatica nasce a Saigon, in Vietnam, il 14 dicembre del 1973. Suo padre, un militare, è costretto ad abbandonare la famiglia per scappare negli Stati Uniti in cerca di asilo politico dopo la storica liberazione di Saigon: l’uomo, infatti, è un oppositore dei Viet Cong che, insieme all’esercito popolare vietnamita, il 30 aprile del 1975 conquistano la capitale dell’allora Vietnam del Sud. Nel 1979 Thuy, sua madre e i suoi fratelli si imbarcano su una nave cargo diretta ad Hong Kong nel tentativo di raggiungere il congiunto fuggito negli Usa quatto anni prima. L’imbarcazione è letteralmente stracolma di esuli disperati. Durante l’estenuante viaggio, diversi passeggeri vengono colti da malore. Non mancano nemmeno i morti, puntualmente lanciati in mare dai superstiti per guadagnare spazio vitale. Thuy, che ha appena sei anni, pesantemente indebolita dalla fame e dalla fatica, ad un tratto ha un collasso. Alcuni compagni di sventura pensano che sia deceduta e cercano, come da prassi, di disfarsi del suo presunto cadavere. Solo la combattività di sua madre salva la bambina da un triste destino. La famiglia si riunisce in California nel 1980. Due anni dopo il padre di Thuy muore di cancro.
La Trang si integra perfettamente nel nuovo Paese e, crescendo, diventa una ragazza molto brillante negli studi: si diploma con il massimo dei voti e ottiene una borsa di studio per intraprendere il corso di laurea in ingegneria civile presso l’università di Irvine. L’interesse per la recitazione arriva quasi per caso, nel 1992, e l’anno successivo Thuy ottiene un ruolo da co-protagonista in un nuovo prodotto televisivo per ragazzini, Mighty Morphin Power Rangers. La serie tv per giovanissimi, ideata da Haim Saban, è la versione americana di un telefilm giapponese, Super Sentai, e non ha particolari pretese. Il cast è composto quasi interamente da emeriti sconosciuti e le scene dei combattimenti vengono acquistate direttamente dalla serie tv nipponica ispiratrice, per poi finire riciclate in quella a stelle e strisce. Se non avete vissuto in una grotta negli ultimi tre decenni, conoscente già il prosieguo della storia: in pochissimo tempo Mighty Morphin Power Rangers ottiene un successo planetario colossale, generando una caterva di denaro, e Thuy diventa per tutti i bambini del mondo Trini Kwan, il power ranger giallo.
Dopo il primo anno, visto l’enorme successo inaspettato, la Trang va dalla produzione e batte cassa: i 60.000 dollari a stagione pattuiti all’inizio adesso sono davvero pochi, anche e soprattutto perché lei non riceve alcun compenso per i diritti di immagine (il produttore incassa un miliardo di dollari solo con il merchandising). Haim Saban fa spallucce e quindi Thuy abbandona per sempre il set dei Power Rangers nel 1994.
La giovane attrice vietnamita probabilmente pensa che la popolarità ottenuta sino a quel momento possa spalancarle le porte di Hollywood, ma la realtà è ben diversa. Negli anni successivi l’ex power ranger giallo ottiene solo due ruoli: una piccola parte in un film comico/demenziale con Leslie Nielsen, Spia e lascia spiare (Spy Hard negli Usa), e il personaggio di Kali in uno dei sequel più odiati della storia del cinema, Il corvo 2 (The Crow City of Angels) del 1996. Tutti gli altri progetti cinematografici/televisivi in cui viene coinvolta non vanno in porto.
Il 3 settembre del 2001 Thuy sta rientrando da San José in auto insieme ad un’amica, Angela Rockwood. Sulla Interstate 5, all’altezza di San Francisco, il veicolo sul quale sono a bordo le due ragazze viene coinvolto in uno spaventoso incidente stradale. Angela sopravvive, ma finisce su una sedia a rotelle. La Trang muore durante il trasporto in ospedale, a causa di una gravissima emorragia interna. Tre mesi dopo avrebbe compiuto 28 anni.
Judith Eva Barsi nasce nel 1978 a Los Angeles dall’unione di due immigrati ungheresi, József e Maria. Sin dalla primissima infanzia Judith viene scarrozzata da sua madre in lungo e in largo a sostenere provini: la donna desidera ardentemente che la sua bambina diventi un’attrice, perché è fermamente convinta che abbia tutti i numeri per farlo. Non si sbaglia: a partire dai 5 anni di età, la piccola Barsi viene scelta per girare spot pubblicitari a raffica e ben presto finisce a recitare in diversi episodi di molti telefilm di successo (Cin Cin, Genitori in blue jeans e Love Boat, per citare solo quelli famosi anche nel nostro Paese).
Ad otto anni Judith è una child star televisiva conosciutissima negli Stati Uniti e a quel punto il passo successivo è scontato: il cinema. Dopo due produzioni minori, entrambe datate 1986, la baby attrice ottiene la parte di Thea Brody in Lo squalo 4 – La vendetta (1987), il quarto capitolo di una delle saghe cinematografiche più seguite di sempre.
Ad appena nove anni Judith Barsi ha un curriculum invidiabile e sembra davvero lanciata verso una carriera da annali: guadagna ben 100.000 dollari all’anno e i produttori americani se la contendono. Come spesso accade, però, c’è un’altra faccia della medaglia da prendere in considerazione. Nel mondo esterno Judith è un piccolo fenomeno acclamato da tutti, ma tra le mura domestiche è la vittima degli abusi fisici e psicologici di un padre alcolizzato e possessivo. Le angherie di József vanno di pari passo con la fama di sua figlia: più la bambina diventa nota, più lui diventa cattivo e violento con sua moglie e con la stessa Judith. Sembra quasi invidioso della notorietà della piccola.
L’epilogo di questa triste situazione è il più drammatico immaginabile: il 25 luglio del 1988 József Barsi uccide sua figlia Judith con un colpo di pistola alla testa, mentre la bambina dorme nel suo letto. Subito dopo fa lo stesso con sua moglie. Per i successivi due giorni l’uomo gironzola convulsamente per la casa, poi cosparge i due cadaveri con della benzina e li brucia. Subito dopo si reca in garage e si suicida.
Negli ultimi periodi della sua breve esistenza Judith aveva doppiato i personaggi di due film di animazione di gran successo: Alla ricerca della Valle Incantata (1988) e Charlie – Anche i cani vanno in paradiso (1989), quest’ultimo uscito nelle sale postumo. Nel corso della sua carriera aveva girato oltre 70 spot pubblicitari. Al momento della sua morte aveva soltanto 10 anni. (Il Messicano)






Da leggere tutto d’un fiato il lunedì mattina in ufficio.Una ravanta dopo l’altra sui marroni, toccare ferro e chi più ne ha più ne metta.
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La palma d’oro per la morte più originale (e metal) va, secondo me, all’attore britannico Oliver Reed, deceduto all’età di 61 anni durante le riprese di “Il Gladiatore” di Ridley Scott. Morì per un attacco di cuore in un bar a La Valletta dopo aver tracannato tre bottiglie di rum giamaicano Captain Morgan, otto bottiglie di birra tedesca, una quantità imprecisata di whisky Famous Grouse e cognac Hennessy. Sbronzo marcio, ha pure sconfitto cinque marinai più giovani della Royal Navy in una gara di braccio di ferro. Il suo conto finale al bar ammontava a 270 lire maltesi, corrispondenti a 600 dollari circa. Sua la voce narrante nell’intro “Walpurgisnacht” dei Death SS:
https://www.youtube.com/watch?v=bABuWGKxHkc
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Questa è una chicca!
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E chi se lo dimentica! Basterebbe solo citare “I diavoli”, pellicola imprescindibile.
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