La lista della spesa di Griffar: tre diversi gradi di estremismo

Portiamo ancora un po’ di nuovi dischi alla luce fioca del sole invernale: ecco a voi altri tre progetti del tutto differenti l’uno dall’altro, così i detrattori non potranno contestare che il black metal sia sempre tutto uguale.

Iniziamo con il più violento, musica che fa venire il mal di testa se non avrete l’accortezza di moderare il volume nelle cuffie. Nelle casse dello stereo fa tremare i vetri e cadere i calcinacci dalle pareti. Sto parlando del solo project slovacco BETWEEN TWO CASTLES, portato avanti dallo stesso tipo che per lungo tempo ha avuto come suo progetto principale i Korium, storico gruppo black di quella zona, dopo il quale si è dedicato ad altre cose salvo mettere in pista i suddetti Between Two Castles nel 2021. Sotto quest’egida sono usciti tre demo tra il 2022 e l’anno scorso: rispettivamente Carpathian Coldness, Carpathian Darkness e Carpathian Ruins. Tutti riuniti da poco in un unico album intitolato Carpathian Shadows (giusto per affrancarsi dalla monotonia), che stordisce per quanto stracazzo è violento.

Ce li avete presente i Parnassus e gli Octinomos? Ma sì, quei progetti di black metal distruttivo fino al più intimo significato della parola stessa, capitanati da Frederik Soderlund (suoi pure i Puissance), oramai scomparso dalle scene da un pezzo dopo aver propagandato nel modo più convincente possibile l’estinzione della razza umana e la distruzione definitiva del pianeta Terra. Carpathian Shadows è la stessa identica cosa. Ripeto: la stessa identica cosa. Batteria elettronica sparata alla velocità più assurda che si possa immaginare, tastiere “spaziali” che danno un senso alla frenesia zanzarosa delle tracce di chitarra, basso irrintracciabile, voci – ora in growl ora in screaming esasperato – sepolte dal muro sonoro formato dagli strumenti. Grosse variazioni tra un brano e l’altro non ne troviamo, e vi posso assicurare che reggere per intero i 47 minuti di questo full è un’impresa alla quale possono anelare solo gli ascoltatori che masticano questi estremismi da decenni. Non me lo vedo proprio uno che si è accostato al black metal da poco digerire cotanta carneficina e, se dovesse riuscirci, non potrei che togliermi il cappello. La forza d’urto è impressionante e, così come quando uscirono i Parnassus in molti storsero il naso di fronte a quanto proposto (seriamente non così lontano dal cacofonico), così mi aspetto che succeda anche oggi, perché qui ci si spinge effettivamente ai confini dell’estremismo sonoro possibile. O si amano o si odiano, vie di mezzo temo non ce ne siano. In CD ne esistono 200 copie per Hexencave Productions.

Passando da un radicalismo all’altro, il prossimo gruppo lo è meno dal punto di vista sonoro, ma gente che decide di chiamare il suo gruppo 4500 ANS ENFERMÉ DANS UN VIEUX TOMBEAU POUSSIÉREUX ET SCELLÉ PAR UN SORT MAUDIT tanto normale non è. Suonano un black metal abbastanza diretto come base principale, non particolarmente elaborato nelle partiture e con i giusti bilanciamenti tra sezioni meno aggressive e repentini cambi di velocità usati come fossero scrolloni per scuotere l’uditorio. Solo che poi su queste partiture non complesse divagano, partono per la tangente e si mettono ad inserire elementi non particolarmente usuali, visto che il campo nel quale ci troviamo è pur sempre tipico black metal.

Usano molto le tastiere con arrangiamenti alquanto strani, per esempio in  Errant dans le Dédale de la Pyramide Maudite une Torche à la Main, pezzo di apertura di Mon Réveil Guidé par le Sablier, EP uscito da poco che costituisce per il momento l’intera loro discografia assieme a Libéré Par une Flûte Enchantée Tombée du Ciel Orageux uscito l’anno scorso. Si avventurano anche in zone ombrose di musica folk medioevale come i loro conterranei Aorlhaco, rispetto ai quali sono meno propensi a utilizzare velocità eccessive; ma sono sostanzialmente le tastiere così particolari, occulte, quasi barocche che attraggono l’ascoltatore con discreto successo, perché i loro pezzi alla fin fine hanno una stranezza recondita che ne aumenta il fascino e spinge ad approfondire maggiormente le loro intenzioni. Registrazione, produzione e mixaggio direi più che discreti, screaming convincente e malvagio senza raggiungere picchi di stridio tipo gessetto-sulla-lavagna e al quale è lasciato il giusto spazio senza essere seppellito in anfratti lontani: questo è un altro progetto di indubbio valore che soddisferà chi cerca nuove ibridazioni con il black metal classico non eccessivamente esasperato.

Estremi per luogo di provenienza sono gli ARADUOUS, credo uno dei pochissimi gruppi metal (e non solo) esistenti in Siria. Pensavo avessero altro a cui pensare, ma si vede che anche in quelle terre non tutto è perduto. Hymns of a Lost Past è il loro esordio sulla lunga distanza (a loro nome anche un breve EP uscito nel 2022 dal titolo Sorrow), contiene cinque pezzi e dura circa mezz’ora.

Non ci troverete nulla di particolarmente originale o innovativo, ma i pezzi hanno un bel tiro e si fanno ascoltare con piacere; vengono definiti atmospheric black metal, ma non ci sono tastiere esagerate o ridondanti, giusto quel tanto che basta per colorire gli arrangiamenti e valorizzare i pezzi lasciando comunque le chitarre come assolute protagoniste. Ascoltatevi lo stacco in fingerpicking a metà di Memories, sul quale il batterista mitraglia un bello stacco prima di spaccare tutto con un bel blast beat schiantamontagne: vi accorgerete che questi due ragazzi sanno scrivere un pezzo di black metal atmosferico come si deve, senza essere stucchevoli riciclatori né arte né parte. Tutto il disco segue questa falsariga, l’apice sono i dieci minuti giusti della strutturata Sorrow (non è una riedizione di un brano dell’EP, è materiale nuovo) benché tutti i pezzi siano di buon livello e non ci siano particolari cali di tensione o interesse. Anzi, riescono a tenere sempre vivo il trasporto grazie alla ricerca costante di soluzioni non scontate. Nulla di particolarmente stravagante, ma i continui cambi di tempo e le divagazioni ritmiche proposte dal batterista in più di un’occasione centrano in pieno l’obiettivo. Una sorpresa in positivo, per il momento si trova solo in digitale ma se ne uscisse una copia fisica non me la farò scappare. (Griffar)

3 commenti

  • Avatar di drakleaf

    I siriani mi intrigano assai, bei riff e giuste atmosfere

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  • Avatar di Giannina Demelas

    Mi ha attratto il titolo: “lista della spesa”. Ammappa che spesa! La musica è come un alimento, solo che anziché essere ingerito dalla bocca, viene assimilato attraverso le orecchie. Ha senso mangiare plastica, o cibi deteriorati? Ha senso bere amuchina, anziché acqua? Con lo stesso metro di misura non ha senso assimilare suoni sgradevoli e dannosi per la salute. Spacciarsi per artisti per proporre suoni-spazzatura equivale dal mio punto di vista a spacciarsi per artisti e vendere pomodori e uova marce. Dopo aver ascoltato Carpathian Shadows, e resistendo al disagio, vado ad ascoltarmi Zodiaco dei Rondò Veneziano per rimettermi a posto velocemente il padiglione auricolare.

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    • Avatar di Bonzo79

      il titolo è una cosa ironica, poiché il recensore è noto per acquistare (molta) musica originale. per il resto, la salute di ognuno è differente e si giova di ingredienti diversi. fortunatamente, non è ancora stata instaurata una dittatura sanitario-musicale che imponga medicine differenti da quelle che vogliamo assumere…

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