Fado come sinonimo di doom: THRAGEDIUM – Lisboa Depois de Morta
I primi giorni di gennaio, quelli nel corso dei quali sto scrivendo io ora, sono ricchi di avanzi. Bottiglie di spumante in eccesso, dolci, forse qualcosa ancora del cenone. Non tutti sono da considerarsi scarti, anzi. Prendete i portoghesi Thragedium, di cui avevo intenzione di occuparmi in occasione di quei recuperoni folk autunno/invernali. Perché folk lo sono (anche), forse neo, o per lo meno così si caratterizzano da soli: neofolk-metal. Solo che, con gli ascolti, definire Lisboa Depois de Morta un disco folk non pare granché esatto. Ma andiamo con ordine. Oppure, anzi, giriamoci attorno: un disco dal titolo in portoghese, con una bella copertina macabra e inquietante e pubblicato da un’etichetta chiamata Alma Mater, raccoglie subito delle attenzioni, direi. Poi, occhio, l’etichetta non si chiama così per un caso, è proprio quella di Fernando Ribeiro. E allora l’ascolto è un obbligo. Metteteci che, da perfetto profano, il fado portoghese mi affascina (una fascinazione da cartolina, forse, ma tant’è). Quindi ecco che la somma di metal e musica folk portoghese deve per forza dare risultati interessanti. Poi chiaro, da profano/ascoltatore occasionale, a me un portoghese che suona una chitarra classica/acustica fa venire a mente il fado anche se sta verosimilmente suonando tutt’altro. Sono semplificazioni, schemi, ne siamo “vittime” anche noi, all’estero. Detto questo, se però questo disco non andava bene per quei calderoni è perché per una buona metà questo è un disco metal. Pesante. Intendo prevalentemente quel doom goth dei Novanta (prevalentemente inglesi, ma non solo), un po’ death anche, per via del growl. Insomma, non distanti dai Moonspell stessi, almeno da alcune delle loro incarnazioni. Anzi, diciamo che quando Ribeiro annunciava un disco interamente in portoghese dedicato al disastro del terremoto di Lisbona del ‘700, io mi aspettavo, anzi, pretendevo, un album come Lisboa Depois de Morta. Stilisticamente, intendo.

Ovvero un album dolente, dalle cadenze lente, irrecuperabilmente doom e dall’animo popolare, acustico. Sulla carta, una ricetta magnifica. Metteteci pure che Lucefécit, il brano giustamente più memorabile del lotto, posto quasi all’inizio del disco, inganna un poco. Con quelle invocazioni corali che assomigliano tanto alle blasfemie dei Rotting Christ. Poi con quella fatalità doom death della lunga coda, memore davvero dei migliori Moonspell. La trovate qui in fondo all’articolo, ma nella versione del singolo di tre/quattro anni fa perché il video lo fecero all’epoca. In realtà è proprio la parte doom/death (quando non quasi-black) che si imprime maggiormente, ascoltando Lisboa Depoi de Morta. Altro esempio, l’altro “singolo” Nations Fall, nerissima e dura, catacombale, all’inizio. Poi attraversata da fantasmi acustici e paludi, pece.
Canzoni che ingannano, comunque, sull’anima comunque prevalente del disco. Perché sì, ho detto che per buona metà questo è un disco metal, ma gli arpeggi acustici sono ovunque, lungo la durata (non facilissima) di 69 minuti. Pure parlare di singoli inganna. Perché in realtà poi l’album dei Thragedium ha una consistenza molto compatta. Quegli arpeggi ripetuti, ovunque, come dicevo. Quel folk che non diventa canzone, però, se non sotto forma di brano metal (quelli menzionati, più qualcun altro). Diventa dispersivo, Lisboa Depois de Morta. Proprio per questo. Il metal non prevale, il folk non si libera, non diventa mai fado, credo. Resta doom, in qualche modo. E la durata è impegnativa, anche se alcuni bei numeri (Trimarkisia) si trovano pure verso la fine. Sono in giro da più di venti anni, i Thragedium (lunghe pause tra i tre dischi), per cui non ha senso aspettarsi una gran maturazione in occasione di un disco futuro che, chissà, magari vede la luce tra altri dieci anni. Ha più senso godersi Lisboa Depois de Morta in un gennaio freddo e merdoso, soddisfacendo il bisogno di malessere sonoro con un disco che di raggi di luce non ne ha manco uno. (Lorenzo Centini)

