Cinquantenni ancora piacenti: FRANCO BATTIATO – Sulle Corde di Aries

Nel 1973 Franco Battiato aveva già cambiato pelle più volte. Emigrato meridionale, musicista da cabaret, cantante di protesta, chanteur sentimentale, frontman di un complesso glam rock, compositore d’avanguardia progressiva. Già, quest’ultima pelle era in realtà la prima con la quale aveva prodotto qualcosa di corposo. I suoi due primi Lp, splendidi. Fetus e più ancora Pollution. Roba parecchio avanti, per l’Italia, per l’epoca. Forse però aver cambiato tante volte strada in così poco tempo l’ha portato a cercare maggiore quiete, a un certo punto. Maggiore concentrazione. A farsi ispirare dalla luce, dal vento. Dai silenzi.

Sulle Corde di Aries, dicembre 1973, fu il suo terzo Lp. In assoluto il Battiato che preferisco io. Ma di questo magari vi frega il giusto. Smembra il suo complesso, i Pollution. Toglie la batteria, il basso, la chitarra elettrica (in larghissima parte) a quella che sembrava potesse essere ormai la sua forma. Sghemba, avanti, ma forma. Avesse fatto altre dieci Areknames mica ci si sarebbe potuti lamentare. Invece sterza, dirotta, si radica, decolla. Insomma, cambia.

Sulle Corde di Aries non è sardonico e provocatore come i due precedenti. È contemplativo. Spirituale. Viaggia al fianco di gente come Nico e Popol Vuh, degli altri Corrieri Cosmici. È internazionale proprio dove diventa più radicato nel Mediterraneo meridionale. Dove affiora la nostalgia per la Sicilia natia, per il Nord Africa. Dove comincia ad odorare di Oriente. Non c’è più nulla di rock. Ci sono immense distese di suoni sintetici e apporti di strumenti analogici e classici. C’è un coraggio maggiore a spostarsi con tutti e due i piedi fuori dal pop e in direzione delle avanguardie del maestro Stockhausen. Da qui in avanti ha senso cominciare a chiamare Maestro pure lui, pure Battiato. Non sono il suo più grande fan, anzi, conosco relativamente poco di quello che avrebbe fatto negli ’80 e poi, quando divenne popolare per davvero e trasversale, in Italia. Ma Sulle Corde di Aries è un disco gigantesco.

Il primo lato dell’Lp è la lunghissima composizione Sequenze e Frequenze, immaginifica, cosmica (appunto), ma odora di terra arsa, pioggia, essenze portate dal vento. Coi suoi campanellini (o quel che sono) è LA psichedelia del Mare Nostrum. I miei adorati Los Natas ne fecero una versione stoner che non sarebbe stata male, ma, probabilmente strafatti, incisero un testo diverso, che non c’entrava più nulla, con frasi e nomi in italiano a caso, pure nomi di calciatori. Roba da prendere a calci loro. Vabbè. L’originale, quella di Battiato, è una delle musiche migliori che possiate ascoltare. E anche il testo, semplicissimo, memorie nostalgiche d’infanzia, ha una forza immaginifica perfetta. Poi c’è sul lato B la serena galoppata di Aries. Poi la meravigliosa Aria di Rivoluzione, forse il primo brano della carriera di Battiato in cui Battiato fa il Battiato, quello che conosciamo tutti. Infine Da Oriente a Occidente, un programma, più che un titolo. Un sogno.

Sulle Corde di Aries è semplicemente uno dei vertici della musica europea del suo tempo e della Musica tutta. Senza nemmeno un riff, una rullata, un urlo, un ritornello. Ha una potenza unica che è tutta immaginazione, trasporto, viaggio. Compie cinquant’anni e potrebbe benissimo provenire da molto prima. O dal futuro. (Lorenzo Centini)

3 commenti

  • Avatar di Bonzo79

    Riduci le stelle in polvere e non invecchierai…

    Preferisco i primi due, ma quest’album è un’esperienza. Ogni tanto penso di vendermi il cd, poi lo riascolto e penso “ma anche no”

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  • Avatar di TonyLG

    D’accordo con l’autore: è il disco di Battiato che preferisco anche io (e io adoro tutto quello che ha registrato). Circa le influenze, evidenti soprattutto in “Sequenze e Frequenze” , c’è anche Terry Riley.

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  • Avatar di La paix

    Hai fumato troppo in gioventù! Su YouTube ci sono parecchie interviste del maestro che potrebbero (doverosamente) illuminarti!

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