Nell’Empireo del black metal: ENTHRONED – Ashspawn
La differenza tra un fuoriclasse, uno di quelli oggi chiamati GOAT, e un grande campione è che il primo, man mano che il tempo passa, gioca meno partite, ma, quando conta davvero, rimane decisivo; il secondo, invece, nei primi anni di carriera piazza prestazioni memorabili, ma invecchiando va a spegnersi, pur comportandosi come la primadonna cui tutto è dovuto perché… Perché sì, basta.
Ciò premesso capirete perché io penso che gli Enthroned siano dei fuoriclasse e, ad esempio, i Marduk no (ma sono in buona compagnia, si badi bene); nel trentaduesimo anno della loro esistenza, dall’inizio della loro epopea, i belgi pubblicano il loro dodicesimo full length a sei anni di distanza dal precedente, ed è un disco studiato in ogni minimo dettaglio, un lavoro che nemmeno i nomi più blasonati hanno osato a questo punto della loro carriera. Optano per un concept album complesso riguardo morte e resurrezione scritto in collaborazione con l’autore occultista Gilles de Laval, con la musica che segue una trama che si addentra nella demonologia, nella ritualistica, nella metafisica. Il risultato è un album all-killer-no-filler che stronca le reni da tanto che è violento – dei 50 minuti di durata più della metà sono in blast beat fisso – ma soprattutto non ha una sola nota superflua ed è uno degli esempi recenti più vividi che l’intero è superiore alla somma delle sue parti.
A livello strumentale siamo oltre l’eccellenza: Menthor (il batterista che degli Enthroned fa parte da molto tempo ma è anche membro dei Nightbringer ad esempio, oltre ad essere il produttore del disco) fa letteralmente paura. T-Kaos alle chitarre suona con precisione cronometrica riff complicati, astrusi, che solo ad un primo approccio tali non si palesano, mentre proclama il suo disprezzo per la religione grazie ad assoli acidi, fraseggi corrosivi e rallentamenti che nocivi scavano nella mente. Nornagest, rispetto al suo usuale benché eccellente screaming particolare molto vocale, preferisce un’impostazione più cinematografica, più teatrale, che predilige toni più bassi rispetto al solito, con più effetti e sovrapposizioni che ne elevano a potenza l’impatto demoniaco. Anche la struttura dell’album è studiatissima e vincente: i primi tre pezzi lunghi e distruttivi, la direzione verso l’annichilimento totale; segue una parte centrale sempre molto tesa ma con brani più snelli di minutaggio che comunque transizionano verso ambienti religious black i quali poi si manifestano nei due ultimi brani, la lunga (8 minuti, l’apice) e finalmente lenta Ashen Advocacy e la conclusiva Assertion, ricche di effetti vocali – e non solo – che celebrano l’apoteosi finale, la resurrezione nel Male.
Ashspawn è un album che tritura qualsiasi cosa i “grandi nomi” abbiano pubblicato negli ultimi vent’anni, e sono pure generoso; è la dimostrazione che il blasone non scrive sempre buoni dischi, ma i veri artisti sì, e questo dovrebbe fare riflettere il truenekrodiehard fan che ha gli occhi foderati di prosciutto. Molti dei dischi delle sue band preferite sono scialbi o così-così. Poi lassù, dove non si può più arrivare per manifesta inferiorità, ci sono gli Enthroned. (Griffar)

