TurkRockSampler, parte seconda: chitarre elettriche sulle rive del Bosforo

I selvaggi Bunalım

Visto che con loro ci siamo congedati la volta scorsa, andiamo subito a rintracciarle le tracce più hard, decisamente hard, dell’Anadolu Pop, nella carriera di uno dei complessi simbolo della musica sballata nella Turchia degli anni ’70. 3 Hürel (o 3 Hür-el, o Üç Hürel) era il nome di tre fratelli di Trebisonda, emigrati successivamente ad Istanbul e che “si sono fatti da sé” letteralmente costruendosi anche i propri strumenti. Per dire, il chitarrista Feridun Hürel è artefice della sua chitarra elettrica a doppio manico, solo che il secondo non è quello di una chitarra a dodici corde come quella di Jimmy Page, ma il sottile stelo di un bağlama, in modo da poter passare agilmente nella stessa canzone da un riffone fuzz a divagazioni folkloriche profumate e viceversa. Il fratello Haldun invece aveva un set di batteria particolarmente ricco, dotato di doppia cassa (programmatica), ma anche di diversi cimbali tradizionali integrati a quelli standard delle percussioni moderne.

Feridun Hürel e la sua chitarra… o quel che è

Questo perché i tre giovanissimi fratelli Hürel erano poveri in canna. Ma siccome erano fomentati dalle novità inebrianti della musica che si diffondeva ai tempi, il padre riuscì a procurare loro una fisarmonica. Fu solo l’inizio: i tre cominciarono a costruirsi un set di strumenti rudimentali e cominciarono ad esibirsi come Yankilar (gli Eco), poi Istanbul Dörtlüsü (Quartetto di Instanbul), infine diventato, una volta cementata la formazione, Instanbul Trio. Come Oguzlar (gli Oghuz, dal nome di un’antica tribù turca) seguirono le orme dei loro idoli Moğollar cercando di classificarsi, invano, alla finale dell’Altın Mikrofon nel 1967. Quando i tre transitarono nella Selçuk Alagöz Orchestra (la stessa in cui si erano formati alcuni dei Moğollar), acquisirono l’esperienza professionale per fare il salto di qualità e il denaro per acquistare la strumentazione necessaria per iniziare a fare sul serio. Nel 1970 erano ancora giovanissimi e fissarono il nome in 3 Hürel (che poi è un gioco di parole tra il loro cognome e l’espressione per “mano libera”). Cominciarono a cercare seriamente un contratto e una delle prime cose che ottennero fu il ruolo di backing band per il singolo di Ersen Dinleten (noto solo come Ersen), subentrato brevemente ad Aziz Azmet come voce nei Moğollar, ma dopo un singolo solo già orfano di band, essendosi spostati gli altri in Francia a cercar fortune (come vedremo una prossima volta). Nel singolo Dertli Kaval / Beni Hor Görme Kardeşim del 1971, uscito esclusivamente col nome di Ersen, i 3 Hürel non figurano, ma appaiono nella copertina con abbigliamento bucolico come quello dei loro beniamini e, come i loro beniamini, suonano un egregio mix di psichedelia occidentale ed orientale.

Vide o’ mare quant’è bello

Ma è solo l’inizio. Da lì comincia una carriera di singoli sullo stesso tenore (psichedelia e nulla hard o quasi), rappresentata dalla prima raccolta compilativa di singoli su 33 giri del 1973, intitolata semplicemente 3 Hürel. Musica tendenzialmente ancora soft, quella del primo periodo di attività seria dei tre, ma vi incuriosirà un titolo come Şeytan Bunun Neresinde? (Dov’è il diavolo in tutto questo?), retro del singolo Ve Ölüm… (E la morte…, 1970). Sappiate che Satana era già citato nella canzone/poesia folk originaria, di cui questa rappresenta un’interpretazione moderna. Non fatevi ingannare dall’armonica a bocca che vorrete ricondurre ad ogni costo al primo album dei Black Sabbath, perché il tono qua è scanzonato e l’evocazione del demonio è solo un espediente retorico. La domanda è rivolta all’integralista religioso che condanna la musica e la strumentazione moderne in quanto, a suo dire, manifestazioni del diavolo. La domanda dei 3 Hürel (e conosciamo il contesto) è proprio: dov’è diavolo in tutto questo?

Ma è con la seconda collezione di singoli uscita nel 1974 (Hürel Arşivi, dove “arşivi” vuol dire archivio, raccolta, collezione). Qui le potenzialità dei tre sono definitivamente esplose e il loro flirt con le sonorità proto-hard (ma sempre da un’ottica orientale) fiorisce del tutto. C’è la devastante e contagiosa Kol Bastı, con cui abbiamo chiuso la prima parte di TurkRockSampler. Ci trovate anche la prova migliore possibile che un hard rock turco non solo sarebbe stato possibile, ma quasi c’è stato. Si intitola Ağlarsa Anam Ağlar (Se piange lui, piange mia madre, 1973), che sulle prima rovescia una montagna di watt sull’ascoltatore con un riff stoner fuzzoso, poi continua con la meglio danza e cantilena. Sugli assoli di chitarra elettrica e bağlama però i watt tornano ad avere la meglio. Ancora watt e fuzz (e wah wah) con Sevenler Ağlarmiş (Gli amanti piangevano), retro del singolo Ömür Biter Yol Bitmez (La vita finisce, la strada no), della quale potete trovare addirittura un video dell’epoca. Altro cavallo di battaglia l’hard-prog ottomano di Günül Sabreyle Sabreyle (Pazienza, Günül, pazienza, 1975) e il suo breve intermezzo folk. Ancora, il meraviglioso groove heavy psych mediterraneo di Canım Kurban (Mio caro sacrificio, 1973), che quando perde il controllo nella danza fa pensare persino agli Area (giuro).

Più selvaggio ancora e molto più underground (un certo successo ha arriso ai tempi ai 3 Hürel) il caso di un altro complesso, quello del Grup Bunalım, o anche solo Bunalım (Depressione) o Bunalımlar. Potenzialmente più hard ancora ma molto meno prolifici, dato che se ne rintracciano pochissimi singoli registrati prima che la band si sciogliesse e i suoi componenti confluissero in altri ensemble maggiormente blasonati o al servizio di star nazionali (nei Dadaşlar di Ersen Dinleten, nei Kurtalan Ekspres di Bariş Manço, come vedremo anche in alcune delle formazioni che hanno accompagnato Erkin Koray). Su di loro girano storie quasi leggendarie. Si dice di demo super-heavy scomparsi ormai nel nulla, si racconta di concerti devastanti tra luci stroboscopiche, volumi esagerati ed inni all’LSD (ecco, loro sì, pare che non si nascondessero troppo). Chissà in che stato erano quando (si dice) si lanciarono di corsa nudi tra la folla dedita alle compere su İstiklal Caddesi, nel centro di Istanbul. In realtà i Bunalım erano la creatura del chitarrista Aydın Çakuş, nato a New York ma rientrato in Patria poco più che infante. Furono Hendrix e i Cream, quindi riferimenti fuori confine. Poi furono le sostanze psicotrope a espandere anche i confini non geografici. Nel 1969 il suo complesso è attivo, sotto l’ala protettiva, nel ruolo di produttore, di un Cem Karaca già stella nazionale. Il primo singolo Taş Var Köpek Yok / Yeter Artık Kadin (La pietra è lì e il cane non c’è / Basta donne, 1970), scritto proprio in collaborazione con Karaca, anche se cantato in turco, è un’esibizione per certi versi abbastanza convenzionale tra tardo beat e Blue Cheer. Però, mica male somigliare ai Blue Cheer in Turchia nel 1970… E mica male le urla metal dissennate del finale stoogesiano del lato B, un classico r’n’b (titolo originale Get Out Of My Life, Woman), già ripreso dagli Iron Butterfly, ma mica con questa rabbia. Anche il lato A, comunque, in quanto a nichilismo proto-punk annoiato non ha nulla da rimproverarsi.

Cem Karaca spiega il giro della Canzone del Sole ad Aydın Çakuş

L’anno successivo, 1971, esce invece Başak Saçlım (I capelli della vergine, con Bunalım come lato B), uno strumentale tra hard e folk con cui il power trio dimostra di essersi allineato (e manco in ritardo) con l’avanguardia rock del Paese, nella ripresa dei suoni e delle modalità folk e tradizionali. Chitarra (penalizzata) e basso però fanno capire che avrebbero potuto appesantirsi con poco. Ci sarà tempo ancora di un singolo per il cantante Aziz Azmet, quello uscito dai Moğollar prima dell’entrata di Ersen Dinleten, dal titolo Yollar (Strade, 1971), con Hele Hele Gel (Forza forza) sul retro. Brani non imprescindibili, ma con un basso anche nettamente protagonista e comunque altra dimostrazione di una band che purtoppo resterà solo una meteora. Poi nel 1972 tre singoli (uno come backing band per Rifat Öncel). Bella Bir dunya da bana ver tanrim (Dammi un mondo anche a me, Dio), buone le chitarre, ma complessivamente ai Bunalım la voglia di alzare il volume sembrava esser passata. Nel 1972 Çakuş mette fine alla storia del suo complesso, nonostante le soddisfazioni dal vivo, e inizia una carriera di supporto ai nomi più popolari dell’Anadolu Pop. Peccato, quindi, l’identificazione dei Bunalım come Blue Cheer dell’Anatolia resterà solo come suggestione. Almeno fino a che non verrà fuori da qualche cassetto qualche demo dei primissimi tempi selvaggi.

Comunque, se la chitarra elettrica ha un nome, in Turchia, è quello di Erkin Koray. Il primo a suonare rock’n’roll dal vivo nel Paese, il primo ad incidere un brano rock’n’roll, addirittura si dice il primo ad attaccare un jack ad una chitarra ed un amplificatore. Inventore insieme ad un’altra leggenda (il virtuoso strumentista arabesque Orham Gencebay, già citato anche lui la volta scorsa), del bağlama elettrificato. E cento altri primati. Sono troppi i motivi per cui Koray è considerato la figura centrale dell’Anadolu Pop. Noi lo abbiamo già incontrato di sfuggita nel volume precedente, perché i suoi apologeti dicono addirittura che sia stato lui ad aver ispirato i Rolling Stones di Paint It Black, e non viceversa. A parte le teorie e i campanilismi (poi chissà…), fu Koray che, mettendo insieme formazioni sempre mutevoli, ma sempre incentrate sulla sua voce e sulla sua chitarra, ha partecipato tra i primissimi alla nascita del rock turco, al recupero del folklore turco e arabesque. Ma fu anche tra quelli che hanno provveduto a mettere su vinile alcune delle prove più dure per i suoi tempi (per il suo Paese). Nato nel distretto bohémien di Istanbul, Kadıköy, figlio di una insegnante di conservatorio che gli ha trasmesso da quando era praticamente in fasce l’amore per la musica, l’esplosione internazionale del rock’n’roll lo coglie come semplice studente al liceo tedesco di Istanbul. Nel ’57, a solo quindici anni, mette su insieme a fratelli e amici il primo complesso con cui si esibisce nel dicembre dello stesso anno al liceo di Galatasaray in quello che è ricordato come il primo concerto rock nel Paese. Nel repertorio Elvis Presley, Fats Domino e Jerry Lee Lewis e sotto il palco a farsi ispirare un ancor più giovane Bariş Manço, che sarebbe in futuro diventato una stella ancora più popolare. Che Bir Eylül Akşamı, il brano che avrebbe ispirato Brian Jones e compagni, sia uscito veramente nel ’62 oppure nel ’66, come viene registrato un po’ ovunque, non conta: a inizio anni ’60 anche Koray, come l’idolo Elvis, vede interrompere la sua carriera nel rock’n’roll per il servizio militare obbligatorio.

Non tutto il male viene per nuocere. Finito in una caserma in Anatolia, si fa le ossa nell’orchestra dell’aviazione ed entra in contatto col folk della parte più profonda del Paese. Ma il giovane Koray guarda ancora fuori confine e nel ’65, saldato il suo obbligo nei confronti delle Forze Armate, se ne va ad Amburgo sulle orme dei Fab Four a prestare servizio come musicista beat nei complessi impegnati a suonare nei locali della città portuale, entrando così in contatto con la nuova controcultura dei capelloni. Nel ’66 torna allora in Patria con idee nuove e con un nuovo complesso, Erkin Koray Dörtlüsü (Quartetto Erkin Koray). Si inizia in tutti i sensi a fare sul serio, con rifacimenti beat psichedelico- orientaleggianti di brani arabesque (Kızlarıda Alın Askere), i primi successi e, con il successo, i primi problemi conseguenti. I capelli lunghi e l’aspetto beatnik attirano sul giovane Koray attenzioni indesiderate. Prima ancora di censura, polizia e buoncostume, è nelle strade che Koray deve proteggersi dai balordi che lo prendono di mira, a volte persino difendendosi con la lama di un coltello e riportando cicatrici, letterali, che porterà sempre con sé. La partecipazione alla competizione Altın Mıkrofon nel ’68, nonostante l’ottimo piazzamento in quarta posizione di Çiçek Daği (subito dopo i Moğollar), segna lo spartiacque, con la rete nazionale TRT che lo classifica come non adatto e lo esclude dalle trasmissioni pubbliche. Koray non si scoraggia, scioglie il complesso Dõrtlüsü e ne fonda un altro, chiamato Yeraltı Dörtlüsü (Quartetto Sotterraneo, o Underground), entrando quasi in latitanza musicale, autoproducendosi la propria musica e approfittando di questa libertà per cominciare davvero ad andare oltre.

Erkin Koray e gli Yeraltı Dörtlüsü

Nel 1970 anche la musica heavy entra nello spettro del quartetto underground di Erkin Koray con il singolo İstemen (Non vuoi), un surf sorretto da un’onda elettrica e ritmica possente e con chitarre profumate di psych che si incendiano quando le strofe quasi-reggae lasciano spazio esclusivamente all’elettricità. È l’epoca in cui il quartetto fa vita comunitaria, attirando giovani che condividono l’amore per rock e libertà, come i Bunalım, per i quali Koray diventa una specie di guru. Eppure egli è ancora irrequieto, irrequietissimo. Nel ’71 fonda un nuovo gruppo, il SüperGrup (SuperGruppo) per volgere con più decisione lo sguardo a oriente e reinterpretare brani di popolare arabesque, ancora fusi con psichedelia occidentale, come in Yağmur (Pioggia). Ma nel ’72 un altro singolo, Goca Dünya / Sen Yoksun Diye, ci testimonia che Koray non guardava solo ai musicisti tradizionali, ma fosse anche consapevolmente attratto dal rumore delle avanguardie anglosassoni. Nel groove orientale del lato A si inserisce una deviazione viaggiona alla Creedence Clearwater Revival (ok, non proprio hard). Nel lato B la faccenda si fa più complessa ed esplicita, chitarre elettriche e ritmi che richiamano i Deep Purple di Into the Fire. In un brano melodico orientale.

Erkin Koray e Orham Gencebay se la spassano roccheggiando di brutto

Risale a questo periodo il legame artistico con Orham Gencebay, che stranamente getta le basi per un altro inaspettato e drastico cambio di direzione. Koray scioglie pure il SüperGrup e fonda i Ter (Sudore), con Aydin Çakus dei Bunalım dopo il loro scioglimento. Il quartetto (con un altro ex Bunalım e un ex Kurtalan Ekspres) pubblica un solo singolo. Ma uno devastante. Il singolo è Hor Görme Garibi (Strano disprezzo,1972), rifacimento proprio di un successo di Gencebay dell’anno precedente, la cui melodia orientale viene trasfigurata da una base caterpillar e devastante, tipo Speed King, tipo Fireball. E questo prima che si facciano avanti chitarre gemellate Ur-maideniane e una coda elettroacustica. La produzione non è gran che (eufemismo), chitarre e ritmica sacrificate fin troppo rispetto alla voce, ma le intenzioni si capiscono benissimo. La linea è chiara e coraggiosa. Meno coraggiosa la Istanbul Records che decide di non continuare ad investire sulla strada dell’hard rock, segnando così la fine anche dei Ter. Koray reagisce come meglio sa: restando realmente indipendente e prendendo la strada che più crede.

Ancora un singolo tra arabesque e Syd Barret, Mesafeler (Distanze, 1973) e la conseguente pubblicazione del primo album omonimo (in realtà una raccolta dei singoli già editi). Il 1974 però è l’anno di Erkin Koray, con la pubblicazione del suo primo album vero e proprio, il capolavoro del rock anatolico Elektronic Türküler (sul quale però, mi scuserete, torneremo un’altra volta, se vi pare), e di tre singoli di successo. Due di questi, Şaşkin /Eyvah e Fesuphanallah / Komşu Kızı, sono interamente tradizionali, acustici e senza elettricità (o quasi), per cui dovrei consigliarveli solo se etremamente curiosi e motivati. Però Şaşkin almeno dovreste ascoltarla, ripresa di una melodia egiziana con un’aura apocalittica che tanto doom non riesce ad avere. Il terzo singolo invece è inequivocabilmente rock ed hard, ancora una volta. Si intitiola Krallar / Dost Acı Soÿler (Re / Un amico racconta verità amare). Il lato A parte con acuti di chitarra e riff, base ritmica quasi motorik, svisate surf, urla shock-rock e la declamazione cavernosa di un pazzo da legare (Koray) che sembra quasi Fabio Celi e gli Infermieri. Il lato B una ballata psichedelica dolente che lascia posto molto presto poi ad uno sfogo energico e puramente zeppeliniano, scosse elettriche, basso che gorgoglia, batteria martellanti e assoli liberi. Il brano di Koray più occidentale di quelli menzionati fino ad ora, fonde almeno due delle anime, psichedelia e hard, di uno dei musicisti più importanti di tutta la scena anatolica degli anni ’70. Ed è chiaro che noialtri qua siamo in cerca soprattutto di tracce (proto) hard sperando di trovarne anche nella Turchia degli anni ’70. Ce ne sono, sparute ma ce ne sono, basta saperle riconoscere tra gli effluvi e le spezie.

Però se cercate elettricità vera, dura e psych, la band di Erkin Koray nel ’74 doveva essere il massimo. E lo so che siete spiazzati dai mille va-e-vieni tra tradizione arabesque e novità elettrica del musicista turco, ma, prima ancora di addentrarci in quella perla che è l’album Elektronik Türküler, c’è una prova inconfutabile, un vero e proprio reperto dell’anima più heavy della musica turca. È il bootleg Live in Nazilli ’74. Non ho traccia di quale fosse la formazione della band di Erkin Koray in questo live, ma so che per le registrazioni dell’album di quell’anno con Koray c’era un altro reduce dei Bunalım, il bassista Ahmet Güvenç. Qualunque fosse la formazione quella sera, il suono che ci restituisce il bootleg è heavy puro, chitarra pesante, spessa e grassa, basso teso e batteria pestona. La voce si sente appena, quasi totalmente sepolta dai watt. Energia non solo elettrica, la band passa fluidamente da riff heavy a trance psichedeliche orientali. La scaletta pesca dai singoli e dai brani del nuovo album, fondendoli come fossero movimenti di un unica suite, un magma. La qualità audio, immaginerete, non è il massimo. È la qualità audio che può avere un bootleg registrato in Anatolia nel 1974. Però è la migliore qualità che possiate sperare abbia un bootleg registrato in Anatolia nel 1974, perché l’elettricità è senza controllo e gli schiaffi si sentono benissimo. Koray suona pesante e selvaggio, fosse stata la California chissà che fortune avrebbe potuto avere. Comunque, ecco, cercavamo hard rock ed elettricità persino oltre la Porta Aurea di Costantinopoli. Mi pare proprio che ne abbiamo trovate. (Lorenzo Centini)

La playlist di oggi:

1970 – Grup Bunalım – Yeter Artık Kadın / Taş Var Köpek Yok

1970 – 3 Hürel – Ve Ölüm.. / Seytan Bunun Neresinde?

1970 – Erkin Koray Yeraltı Dörtlüsüİstemem / Köprüden Geçti Gelin

1971 – Bunalım – Başak Saçlım / Bunalım

1971 – Aziz Azmet (con i Bunalım) – Yollar / Hele Hele Gel

1971 – Ersen (con i 3 Hürel) – Dertli Kaval / Beni Hor Görme Kardeşim

1972 – Erkin Koray – Goca Dünya / Sen Yoksum Diye

1972 – Erkin Koray ve Ter – Hor Görme Garibi / Züleyha

1972 – Fikri Takbak (con i Bunalım) – Aşk Senin Bildiğin Gibi Değil / Bir Dünya Da Bana Ver

1973 – 3 Hürel – Ağlarsa Anam Ağlar / Kara Yazı

1973 – 3 Hürel – Canım Kurban / Anadolu Dansı

1974 – Erkin Koray – Krallar / Dost Acı Söyler

1974 – 3 Hürel – Ömür Biter Yol Bitmez / Sevenler Ağlarmış

1975 – 3 Hürel – Gönül Sabreyle Sabreyle / Küçük Yaramaz

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