Antonio Polidori ci spiega il nuovo album dei Tony Tears, A World Without Soul

Mi sono ritrovato a distanza di un anno dalla precedente intervista con Antonio Polidori, fondatore e compositore dei Tony Tears, per una chiacchierata a tarda ora. Questa volta, più che fargli tante domande, sono rimasto ad ascoltarlo, lasciando che il suo discorso prendesse una forma spontanea, con l’obiettivo di fargli spiegare il nuovo album A World Without Soul. Per chi non li conosce, i Tony Tears hanno da sempre una doppia anima che si alterna lungo tutta la loro produzione discografica: con lo stesso nome vengono prodotti album composti per il gruppo, che sono un perfetto dark sound di tradizione italiana, mentre ci sono lavori composti dal solista Polidori, dove l’aspetto più sperimentale e di atmosfera prende il sopravvento. Entrambi i percorsi condividono elementi l’uno dell’altro e sono complementari nell’ambito di un percorso artistico ambivalente, ma unico.

Il nuovo album appena uscito appartiene alla corrente solista dei Tony Tears e rappresenta un lavoro che guarda al dark sound italiano da un angolo laterale: è meno rituale rispetto a certi episodi precedenti e appare attraversato da un’ombra dark wave e death rock, con riferimenti dichiarati (Bauhaus, 45 Grave, Christian Death) che convivono con la matrice heavy e con quel gusto “fuori dal tempo” che Polidori rivendica come cifra personale. Per molti, abituati all’immediatezza e all’impatto del metal, può essere difficile comprendere A World Without Soul al primo ascolto: è un disco che chiede tempo, più passaggi e una certa curiosità. Per questo è sembrato opportuno illustrarlo meglio e approfondire le motivazioni che sono alla base della composizione.

Ciao Antonio, benvenuto di nuovo su Metal Skunk. Questa sera vorrei parlare di A World Without Soul. Per quanto mi riguarda, ci trovo l’espressione di un dark sound con caratteristiche diverse rispetto ad altri lavori dark metal o dark prog/dark sound, vuoi spiegarci cosa rappresenta per te e che significato ha nell’ambito della carriera dei Tony Tears?

Certo, per me è una cosa che in realtà si svolge in modo molto naturale: come avevo già spiegato nella scorsa intervista, questa differenza tra solista e gruppo secondo me non è poi così marcata. Mi spiego meglio: dato che adesso ho cinquantadue anni, ho vissuto lo sviluppo del metal abbastanza in pieno e ho un’idea del genere molto estesa, a trecentosessanta gradi, legata molto alla presenza del riff di chitarra. Finché il riff non manca e c’è una certa sonorità, con anche un’attenzione speciale per le atmosfere, alla fine il mondo è quello, sia nei dischi del gruppo, sia in quelli solisti. Chi ci segue e ha i nostri dischi lo sa: non si stupisce. Tra band e solista c’è sempre il metal, e c’è sempre un certo tipo di atmosfera. Dall’altra parte con la band, che è il progetto a cui tengo di più, c’è un suono più attuale, quindi il dark sound diventa quasi metal “internazionale”. Nel solista invece, oltre al fatto che faccio quasi tutto da solo, vengono fuori anche un suono e una produzione un po’ più vecchio stile, o comunque fuori dal tempo: i fan me lo dicono spesso, non è né troppo moderno né troppo antico, è una mia caratteristica personale, che si trova anche in A World Without Soul. Qui poi c’è anche David, il cantante, e questo rende ancora più evidente quanto i due mondi siano speculari: ha senso chiamare tutto Tony Tears. Non avrebbe senso dare nomi diversi ai progetti, perché alla fine è uno solo. David a volte c’è anche nei solisti, a volte no: qui c’è. Questo album ha in più una malinconia e una profondità molto “wave”, però senza perdere il filone heavy: ci sono riff oscuri, c’è il dark sound e infatti secondo me è una fusione che io e David vogliamo considerare molto anche per il futuro. Poi, come sai, ogni disco dei Tony Tears è diverso. Pains era diverso da questo, così come quello precedente era diverso da Pains. La coerenza però resta, perché i riff ci sono sempre, e ci sono sempre certe sonorità “alla Jacula” o “alla Goblin”. In A World Without Soul magari si sente meno quella ritualità che c’era in altri episodi e un po’ più dark sound, con sfumature importanti di dark wave: questa è una scelta voluta. Inoltre, è un album molto triste, malinconico, e io ho voluto tirar fuori proprio quella parte lì. Non riuscirei mai a fare una cosa meccanica: è anche questo che mi porta ad avere dischi di stile diverso, non solo concettualmente, ma anche stilisticamente. Le linee generali restano ferme, parliamo sempre di dark sound e dark metal in senso ampio, ma qualcosa di peculiare tra un album e l’altro c’è sempre, anche a livello di progetto. 

Foto di Crista Manson

Come dicevi, in A World without Soul c’è più malinconia e c’è uno stile diverso dal solito, dove il tuo dark sound si ritrova espresso diversamente.

In questo ultimo album il dark sound sta nei riff oscuri, però c’è questa tristezza angosciante e malinconica tipica della dark wave. Ho sentito di inserirla, anche perché era l’unica cosa che mancasse davvero nei miei dischi fino ad ora: la dark wave, che io adoro, soprattutto insieme al death rock, che per me è un genere davvero affine al dark sound. Poi se mi chiedi cosa sia più affine al dark sound, io ti dico non tanto il dark metal, dove tirerei fuori King Diamond o i Death SS, io direi in maniera più diretta gruppi come Bauhaus, 45 Grave, Christian Death, i quali secondo me hanno delle affinità anche con il vecchio Paul Chain. Questo disco infatti mantiene quel sapore “alla Paul Chain” che io adoro, ma ci mette dentro anche death rock, post-punk esoterico e tastiere new wave. E poi c’è la parte concettuale: io sento molto i cambiamenti che stiamo vivendo, li sento in modo fortissimo. Nelle mie telescritture, nelle cose medianiche che faccio, sono uscite cose che in parte sentivo già e in parte ho avuto come conferma. È come se il mondo avesse uno strato, un’aura che esiste, che ragiona e che se viene abbandonata non può liberarsi e abbandonarci del tutto, però nello stesso tempo ci lascia cuocere nel nostro brodo. Non è facile da far capire, spiegare bene è complicato. C’entra con le profezie, con l’Apocalisse di San Giovanni e torna con la cabala: per me non è casuale. Attraverso ragionamenti, calcoli, scritture, mi arrivano delle visioni. Io ho anche una certezza, quasi matematica, di quello che ci aspetta da qui ai prossimi dieci anni. Non è un pensiero che ho: è proprio una certezza. Convivere con queste cose non è semplice, non mi sento di parlarne troppo, perché mi chiedo chi sono io per dire certe cose agli altri; ma non posso nemmeno tenermele tutte dentro. Non è che “viene giù il mondo” in senso cinematografico, però succederanno cose molto pesanti, che ci metteranno alla prova come esseri umani. Ci sarà anche qualcosa di positivo, ma nei prossimi dieci anni ci saranno ancora tanti morti e tante situazioni pesanti. Questo “dono” di sapere certe cose per me è ambivalente: a volte vorrei esserne liberato, anche se ne parla in parte con la famiglia e con chi mi è vicino. Io finora ho azzeccato tutto. Ho detto cose che poi sono successe, anche con i miei dischi. Queste cose che capitano ad alcuni ti danno, ma ti levano anche tanto. Ecco: questo disco, tornando al concetto filosofico, parla di questo addentrarsi negli anni che ci aspettano. Dentro testi e titoli c’è un discorso, un mondo dietro: gli ultimi dieci anni e i prossimi che arriveranno.

Riguardo al concetto dell’album, una cosa che mi ha colpito è questo bianco spettrale: colpisce perché, a parte l’immagine in copertina, quando si apre il libretto si vede questo bianco assoluto. Poi, cos’è questa maschera che hai usato per la copertina?

È stata un’idea che avevo già da un po’ di tempo, mi era venuta in mente già dopo La Società degli Eterni. Questa maschera rappresenta quello che per me è il vero dio: il dio della natura, il caprino. La capra è il simbolo di qualcosa che sta sopra del mondo e della natura stessa: una quintessenza, dopo il quattro (le quattro nature), che è lo spirito. Non si tratta, però, dello spirito umano: è lo spirito di qualcosa di superiore, che viene chiamato dio. Quanto al bianco, per gli occidentali è un colore dai connotati positivi, legati alla purezza, la nascita, la rinascita; per gli orientali invece è il colore della morte. Quindi è un colore ambivalente: morte e rinascita. Si riferisce a una rinascita che però porterà ancora tanta morte, purtroppo. Il dio caprino, impersonato dalla maschera, rappresenta l’essenza dello spirito mondiale, che è la natura. In alcune tradizioni si chiama Baphomet, che è il vero dio e tornerà in trionfo. Ci sarà un ritorno anche della magia, in effetti stanno tornando le persone che si interessano più a una spiritualità individuale, siamo in un momento di fermento pazzesco, veramente c’è un mare di cose che succederanno, un iceberg che si sta muovendo, più grosso di quello che la gente pensa e ancora si immagina. Quindi, tornando all’immagine dell’album, questo bianco simboleggia tanto la purezza, quanto l’assorbimento, la fine di un qualcosa che lascerà spazio a un “altro”. Così come è bianco il costume, che è una tunica da mago, esoterista, quindi non tutto sempre nero, che il colore tipico del dark. Inoltre, c’è un altro motivo per il bianco: anche la maschera è bianca, però ha le corna nere. Il bianco e il nero sono molto usati nelle copertine dark wave. Ecco, ho voluto riprendere queste tonalità, che di fatto sono dei “non colori”, ma bianco e nero. Come dire: essere assorbiti in qualcosa che porta in un’altra dimensione, ovvero il primo passo che un essere umano dovrebbe fare in questi anni. Questo album vuole portare chi ascolta a guardare il mondo in cui viviamo per quello che è: un mondo che ha perso l’anima. Però c’è ancora una speranza, per quanto disillusa e mortuaria: è la speranza di una rinascita dopo la mortificazione. Questa idea di rinascita dopo la morte fa parte di me da sempre e la maschera è legata proprio a questo concetto esoterico: una morte definitiva di questo mondo e una rinascita verso la quintessenza della natura, rappresentata dal Baphomet. L’etimologia del nome Baphomet è incerta, ma una delle interpretazioni che prediligo è che sia costituito da un insieme di più parole dal significato cabalistico, le quali ricostruiscono queste formule: BETH (scienza), PĒ (speranza), MEM (trasformazione), HET (equilibrio). Mettendo insieme i loro significati, ne viene fuori una serie di concetti chiave: coraggio, volontà, perseveranza, segretezza e una forma più alta di volontà, che per me sono le chiavi per ritrovare l’anima e riportarla nel “mondo di Baphomet”. Questa è una lettura di Aleister Crowley, motivo per cui gli ho dedicato un brano, The Poet. Ne approfitto per raccontare un episodio strano legato proprio a quel pezzo: prima mi è arrivata la musica, in sogno, come se un’entità me la dettasse; solo il giorno dopo ho avuto l’illuminazione di inserirci una poesia di Crowley, recitata da lui in persona. Ascoltandola adesso si incastra in modo perfetto sulla musica, sembra quasi che Crowley ci abbia messo la voce oggi. Eppure non è stata una cosa voluta, decisa prima: è una cosa pazzesca. Se dovessi mettermi lì, da lucido, a rifarla adesso, non ci riuscirei. Queste sono le prove che il dark sound è fatto in una certa maniera: è diverso da generi affini, come l’heavy doom, che io per altro adoro e ci sono band italiane che lo fanno benissimo: sono contento, perché si porta avanti una tradizione. Ma il dark sound è un’altra cosa: l’ispirazione viene da un’energia, una sinergia con qualcosa di spiritico e di esoterico. Questa componente ci deve essere, altrimenti non è dark sound. Questa cosa di The Poet è allucinante: ogni volta che l’ascolto dico: ma com’è possibile? Sembra che la musica sia stata dettata da un’entità per far sì che ci stesse bene quella poesia. È incredibile. Perdona questa parentesi, ma è un argomento strettamente collegato. Tornando a Baphomet, che con la maschera rappresenta il caprino, per me rappresenta alcuni aspetti del dio greco Dioniso. Penso che Dioniso e Baphomet, sia come figure divine che per la tradizione del loro culto, siano collegati su tante cose.

Foto di Lisa Peretto

A proposito: musicalmente, secondo te, oggi serve un ritorno a un’ispirazione più profonda o almeno più personale? Hai la sensazione che anche nella musica che ascoltiamo ci sia una deriva più formalistica e superficiale?

Il formalismo e la superficialità, secondo me, dipendono dal fatto che la musica è entrata a far parte del “mondo cibernetico” della mia omonima canzone, per cui l’orecchio si è adattato a uno schema del tipo “più è perfetto, più è giusto”. Ovvero, più è standard, inscatolato e più è giusto. Ancora, più non senti microdifetti e più è giusto, ma non è affatto così. Per farti un esempio di come la intendo io, voglio ricordare una frase che si sente all’inizio di Profondo Rosso, quando David Hemmings spiega che il jazz veniva suonato nei bordelli… ecco, per me la musica è quella. Poi non bisogna esagerare nemmeno in senso opposto: non deve essere una scusa per fare roba troppo prolissa, con assoli lunghissimi per ciascuno strumento, come accadeva a volte negli anni Settanta. Sono cose che in generale apprezzo, però ci vuole una misura, un senso artistico. L’equilibrio è sempre la cosa migliore. A questo proposito, il mio percorso da solista è un po’ più grezzo rispetto a quello della band, ma penso che si senta che è moderno e comunque realizzato con cura. Io mi arrabbio quando in studio mi dicono: “Qui si sentono frusciare le dita sulla corda, togliamolo”. Per me va lasciato, perché è parte del bello. Un conto è fare una cosa fuori tempo e sbagliata, e oggi non avrebbe senso; un altro conto è spersonalizzare, sterilizzare tutto. Oppure mi è capitato che qualcuno dicesse: “Tony Tears sperimenta troppo, improvvisa troppo”. Mi viene da rispondere: ma l’avete sentito un disco di improvvisazione vera? Non so, per esempio Billy Cobham: quella è improvvisazione. Oppure Klaus Schulze: quella è sperimentazione. In Tony Tears, anche quando ci sono le suite nei dischi solisti, sono sempre canzoni: ogni due minuti e mezzo cambia qualcosa, non sono mattonate di un quarto d’ora sulle stesse cose. Quindi c’è una struttura, c’è una logica con il dark sound e anche la memorizzabilità. Secondo me queste letture “estreme” dei Tony Tears arrivano da quell’orecchio abituato troppo alla perfezione da studio: appena ci si allontana da lì, viene giudicato come qualcosa di obsoleto, ma non è così. E viceversa: se una cosa sembra rifarsi a qualcosa di storico, viene giudicata come troppo passatista, non so se mi sono spiegato.

Sì, e hai fatto bene a parlarne, perché è proprio una cosa che ti volevo chiedere: nei tuoi dischi solisti spesso le composizioni hanno un taglio quasi cameristico, nel senso che non sempre seguono la forma-canzone e sembrano svilupparsi per sezioni, quasi come movimenti classici. Vuoi spiegare come nasce un’idea e come la fai crescere fino a diventare un brano?

In realtà un metodo c’è, e ci sono anche delle idee che tornano sempre. Io amo molto l’anthem, le cose che restano in testa, al contrario di quello che qualcuno ha sostenuto. Mi è stata rivolta anche la critica, che prendo come costruttiva, che con i Tony Tears farei cose troppo improvvisate o troppo sperimentali; dal mio punto di vista non è così: non c’è tutta questa improvvisazione, e nemmeno una sperimentazione eccessiva. Io preferisco scrivere musica che rimanga impressa, ma questo non vuol dire che sia semplice o scontata. I Goblin, per esempio, fanno musica ossessiva e ripetitiva, eppure dentro c’è una bravura enorme: basso e chitarra non fanno la stessa cosa, non è solo armonizzare un giro, è idea, è studio più fantasia. Anche per questo li adoro e mi ci rivedo. Il mio modo di comporre è legato a quello che vivo spiritualmente e a quello che mi “arriva”, chiamiamolo così, ma musicalmente io vengo dal metal classico, dal dark sound classico, dalla new wave/post-punk e dal death rock: quindi brani con strofa, ritornello, magari uno special. Oggi molti danno per scontato che “memorizzabile” voglia dire pop ipercompresso: è un equivoco. Se usi un suono più normale, sembra automaticamente meno immediato, magari suona vecchio, ma non è così. Di solito non mi accontento di suonare solo strofa e ritornello, ci sono quasi sempre degli sviluppi, però resto su strutture memorizzabili, perché è quello che mi piace e perché è una cosa tipica anche del metal. E, sinceramente, delle etichette me ne frego abbastanza: se si comincia a chiamare tutto “sperimentale”, allora tutta la musica è sperimentazione. Non condivido quella vecchia idea, tipica di una certa corrente degli anni Settanta, per cui se non è cervellotico non è bello.

Prima ho usato il termine “cameristico” perché, da ascoltatore esterno, non è detto che la struttura che tu hai in testa come compositore si colga subito: ci sono diversi elementi che spostano l’attenzione e la fanno emergere solo col tempo. Su quest’ultimo disco mi ha colpito il modo in cui la voce si incastra nell’insieme: è perfettamente dentro, ma allo stesso tempo sembra quasi fluttuare sopra tutto. Sarà il timbro di David, quel suo modo quasi tenorile che ha di declamare, poi si sente che tu sei chitarrista: i riff sono centrali, con certi effetti classici tipo il wah-wah, ma per afferrare davvero il quadro completo serve un orecchio allenato e qualche ascolto in più. Rispetto ai tuoi solisti precedenti A World Without Soul mi sembra più immediato, però richiede comunque attenzione, proprio perché la scelta di suoni, strumenti e voce costruisce una dimensione particolare, che non si rivela tutta al primo passaggio.

Vero. Mi fa molto piacere perché si vede che hai ascoltato con attenzione e hai azzeccato tutto. E ti dirò di più: d’ora in avanti delineeremo anche per il solista una linea stilistica che si colloca tra Pains e questo album. Nonostante ci sia un po’ di elettronica, come del resto avveniva anche per gli altri, qui c’è più coerenza e musicalità rispetto agli album solisti precedenti. Posso dire che è uno dei solisti riusciti meglio, anche come produzione.

Foto di Fabrizio Massa

Da ascoltatore ti confermo: è uno di quelli che mi ha convinto di più. Però ribadisco che non è un ascolto facile: ci vuole curiosità e magari due o tre ascolti. Sono comunque caratteristiche positive: la buona musica va esplorata, meditata, insomma va ascoltata.

Giusto! Poi ribadisco che non c’è soltanto la musica: nel disco c’è un messaggio che viene comunicato, rappresentato anche attraverso la copertina, io sono molto convinto di questa cosa, perché una copertina ti mette già in una certa predisposizione, ti prepara a una dimensione e tu quel disco lo vivi come un oggetto d’arte. Tempo fa era solo così, adesso abbiamo la scelta fra la musica immateriale, che da un lato è comodissima, ma dall’altro rischia di togliere una dimensione di compiutezza che i supporti fisici hanno, perché comunque avere in mano qualcosa, vedere i testi, delle cose che sono bellissime, che sembrano libretti o comunque con il sottodisco trasparente, dove ci puoi mettere un’immagine… sono cose che per me fanno parte della musica. È un concetto di musica totale: cioè da ascoltare soprattutto, ma anche da vedere, da toccare. Avere il disco, il CD, sottomano mentre ascolti, è tutta un’altra cosa.

Di recente ho letto qualcosa sulle nuove attività del mondo Tony Tears.

Sì, infatti. La principale è che è nato da poco il fan club ufficiale del gruppo, grazie a un mio vecchio fan e amico, che a ridosso dell’uscita di A World Without Soul, mi ha proposto di aprirlo. Per ora esiste una pagina su Instagram. In futuro sono previste uscite fisiche esclusive, come rivista, magliette, materiale inedito, gadget. Il concerto del 10 gennaio prossimo a Genova sarà inaugurato probabilmente con qualche piccola sorpresa. Lo vogliamo impostare come i vecchi fan club anni Ottanta, con tesserino, fanzine da ordinare, anche se ovviamente non mancheranno i contenuti tecnologici, ma vogliamo tenere il “vecchio stile” perché nel nostro genere ha senso e molta gente che vuole il materiale fisico. Un’altra notizia è che ho riattivato il canale YouTube ufficiale del gruppo e l’ho sistemato. Infine ho anche sistemato la pagina Bandcamp.

A proposito: per il momento A World Without Soul non si trova in distribuzione, è una scelta?

Mi sono occupato di farlo uscire prima fisicamente, ma sulle piattaforme ho dovuto aspettare di avere tempo, quindi a breve uscirà anche in distribuzione e il formato digitale arriverà sul mio Bandcamp. Sarà il passo definitivo. Ci tengo a dire che l’ho fatto uscire con la mia vecchia etichetta, la TASAR (Tears Alchemy Studio and Records). Almeno per i dischi solisti, d’ora in avanti vorrei uscire così, per indipendenza. 

A parte i concerti, che verranno annunciati sulle tue pagine ufficiali, c’è qualche progetto in arrivo?

Posso preannunciare che io ho già in testa il nuovo album della band. Pensa che David, il cantante, oggi è venuto da me e abbiamo già iniziato a lavorarci. Al momento ho già cinque pezzi pronti per un nuovo album dei Tony Tears. Come ho detto altre volte, lo ripeto: l’ispirazione mi arriva di getto e per quest’album della band è ancora più spontanea e diretta, comprese anche le maschere nuove da usare. Quindi c’è proprio una cosa che non è proprio “normale”. Spiegarla è difficile, però… capita.

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Abbiamo chiuso questa conversazione a notte inoltrata e si conferma una sensazione netta: A World Without Soul, al di là di visioni e simboli, prova a rimettere al centro l’idea di musica come opera d’arte totale fra suono, immagine, oggetto, fino a immaginare un pubblico a cui rivolgersi e a ricordare che ascoltare, davvero, non è un’attività secondaria, né un gesto che possa diventare automatico: è ancora un atto con un peso specifico, che chiede attenzione e in cambio lascia sempre qualcosa. (Stefano Mazza)

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