La finestra sul porcile: Norimberga
Norimberga parte come un film da presa rapida: montaggio spedito alla Oliver Stone, scene che puntano all’impatto immediato, una scorrevolezza quasi fumettistica nelle scenografie e nel modo di mettere in fila ruoli e contrapposizioni. È spettacolare e spesso anche efficace nella confezione estetica, ma proprio questa scelta lo rende fragilissimo: per raccontare una vicenda che è un nodo storico, morale e politico, l’approccio da grande pubblico rischia di trasformare la complessità in un riassunto illustrato. Il risultato è che la prima metà scorre, e data la lunghezza molto importante sarebbe anche un bene, però lo fa lasciando addosso una sensazione fastidiosa: tutto troppo netto, troppo comodo, troppo spiegato per arrivare a pesare davvero. Quando il film entra più a fondo nella seconda parte, finalmente si intravedono gli elementi che si sarebbero voluti vedere da subito: le strategie, i sottotesti, la partita a scacchi fatta di compromessi, opportunismi, zone grigie.
La tragedia si acuisce e diventa più concreta, meno astratta, ed è qui che Norimberga potrebbe cambiare marcia e smettere di essere una cronaca confezionata bene per diventare un racconto che fa male e obbliga a pensare. Invece no: continua a cercare scorciatoie, l’effetto facile, la sottolineatura, il momento costruito per guidare la reazione dello spettatore più che per lasciargli spazio. È un peccato, perché la materia non ha bisogno di essere spinta: basterebbe stare fermi e lasciarla guardare, contemplarla meglio. Il passaggio più efficace, infatti, è quello in cui vengono mostrati gli orrori dei campi, nel contesto del processo in corso: lì il film smette per un attimo di parlare troppo e lascia spazio alle immagini, proponendole quasi senza commento, interpretazione o mediazione narrativa, con una nudità che taglia più di qualsiasi discorso. È paradossale: il momento migliore arriva proprio quando il film interrompe la vicenda e propone la cosa più semplice e più difficile insieme, cioè soltanto mostrare, non aggiungere, non abbellire, non fare l’errore di trasformare l’orrore in spettacolo.
Sul piano tecnico e attoriale siamo allo stato dell’arte: cura formale, solidità, professionalità ovunque. Il personaggio più prominente è, come ci si aspetta, il massiccio Göring di Russell Crowe, ma non risultano male nemmeno il giudice Jackson di Michael Shannon e il collega britannico Maxwell Fyfe di Richard Grant; meno certa e stabile risulta la parte dello spiritato dottor Kelley di Rami Malek, fra facce da scugnizzo e una certa ambiguità di intenti. Quella di Norimberga è comunque una quasi-perfezione formale che non rischia mai, non racconta, non analizza. Non c’è un solo gesto che sposti l’asse, non c’è un’idea che sorprenda, non c’è quell’azzardo che ti rimane addosso e ti costringe a rimettere ordine nei pensieri dopo i titoli di coda. Norimberga resta un film generalista, nel senso più stretto: vuole essere tutto, ovvero ricostruzione, dramma, spiegazione, intrattenimento, e finisce per essere troppo spesso il contrario di ciò che servirebbe: prolisso dove non serve, superficiale quando dovrebbe affondare. Ben fatto, sì, ma senza lasciare un segno, e per questo sarà fin troppo facile dimenticarlo. (Stefano Mazza)


