La finestra sul porcile: La Città Proibita

Mei è una ragazza cinese, formidabile col kung fu, che cerca la verità sulla scomparsa di sua sorella nel giro della malavita dei suoi connazionali. E lo fa a suon di botte, gonfiando come una zampogna chiunque si frapponga. Marcello si spacca la schiena come cuoco al ristorante di famiglia ed è protettivo con una madre, alla cassa del ristorante, totalmente fuori fase da quando il marito di lei (e padre di lui) se n’è scappato da qualche parte con una prostituta cinese. Il tutto a Piazza Vittorio, quartiere Esquilino, dove “convivono” la Roma verace e quella dell’immigrazione di massa dal terzo mondo. E dove si confrontano i traffici della malavita cinese e di quella locale, un po’ nostalgica. Queste le premesse della trama del nuovo film, terzo lungometraggio, di Gabriele Mainetti, quello di Lo Chiamavano Jeeg Robot. Film, quest’ultimo, che mi ero andato a rivedere prima di andare al cinema a vedermi questo qui e che ricordavo bello, ma meno di quanto effettivamente non fosse, anche a riguardarlo qualche anno dopo l’uscita. Freaks Out invece non l’ho ancora recuperato ma certo lo farò a stretto giro perché anche La Città Proibita è un film notevolissimo e allora magari pure quello merita. Intanto l’operazione di Mainetti sembra più o meno la stessa, a livello generale: confrontarsi col cinema di genere contemporaneo (che è vivo e vegeto, fuori dai nostri patrii confini) trascinandone l’azione a Roma. E tendenzialmente (salvo che la storia non lo richieda) non la Roma da cartolina o quella edulcorata dai filtri delle cineprese che spopola un po’ dappertutto sui prodotti seriali e/o cinematografici da qualche anno a questa parte.

A dire il vero la rappresentazione di Piazza Vittorio è complessivamente più petalosa di quanto me la ricordi io (che non la bazzico più da qualche anno), ma in fondo manco tanto, perché si vedono benissimo i poracci che dormono ammassati nei tuguri, strozzati dal racket di Annibale, il cravattaro amico della famiglia di Marcello, interpretato dal prezzemolo Marco Giallini. Tocco di colore, da commedia sentimentale nostrana: il cravattaro ha una scuffia decennale per la madre di Marcello, abbandonata dal marito, interpretata a sua volta dalla Ferilli, la Sabbrinona nazionale (con due “bbi”). Un intreccio da commedia sentimentale, quindi, ed un cast nazionalpopolare (Giallini, Ferilli, Luca Zingaretti), che ne fanno un prodotto italiano, molto italiano, ma solo per metà. Perché, come dicevo, Mainetti mischia e rischia e su questa base all’amatriciana ci butta gli ingredienti principali del cinema di menare cinese (o in generale asiatico). Il titolo di lavorazione era proprio Kung-Fu all’Amatriciana. Insomma, due mondi (se non “du’ scola”) a confronto. Il risultato è che almeno metà film è un succedersi di sequenze d’azione mozzafiato e dolorosissime (sono stato ripreso dalla mia consorte perché disturbavo gli altri avventori in sala gemendo come se le legnate le stessi prendendo io). La scoperta vera è Yaxi Liu, penso la prima volta in trasferta dal cinema cinese e in precedenza controfigura della protagonista del film remake di Mulan. La sua Mei pesta una marea di coatti e mafiosi, cinesi e qualcuno romano, con arte raffinata ed un certo sadico pragmatismo. Lo fa con le sue abilità di artista marziale, ma anche usando quel che trova. Li affetta con un CD rotto (mezza citazione di Old Boy, forse), li sfregia con le spine delle rose dei bangla, li grattugia con una grattacacio. Addirittura (tripudio supremo) li frigge con l’olio bollente. Sequenze che fanno male per davvero, di una violenza pazzesca, non tanto sorprendenti per chi si gode normalmente già da tempo le produzioni asiatiche, ma davvero inaspettate per una produzione nostrana (fuori e dentro il raccordo).

Come film “di menare dei cinesi, La Città Proibita funziona benissimo, anzi, è davvero esaltante e per certi tratti “si parla poco e si mena molto”. Io vi dico che mi sono goduto pure la metà della medaglia romanesca. Anche in quei frangenti più comici e persino sentimentali, Mainetti è parecchio sopra la mediocrità che si incontra di solito. Gli attori sono tutti nella parte e uno come Giallini, che di solito svetta come un gigante in mezzo agli altri attori di cinema e fiction, qua manco si può dire che sia tra i migliori, forse. Una sorpresa Enrico Borello, la parte del bravo cristo, ultratrentenne irrisolto, mammone, bonario e frescone gli riesce benissimo, perfettamente credibile al punto che sembra in un colpo solo sei o sette persone che conosco per davvero, giù a casa da me. E poi Mainetti prende una posizione precisa sull’immigrazione, ma non dipinge solo quadretti felici ed autoassolutori. Lo stesso Marcello, che da del tu a qualsiasi extracomunitario a Piazza Vittorio, abbandona da solo il bangla a fine turno e col cavolo che si mette pure lui a lavare i piatti insieme a lui. Insomma, a me è piaciuta per davvero la scrittura di questo film qui, anche la sequenza tipo Vacanze Romane perché, lo sappiamo tutti noialtri, a fare colpo co’ le du’ colonne che sono rimaste in piedi in centro ce semo boni tutti. E Marcello lo dice, francamente.

Due civiltà a confronto e due vendette parallele, diversissime, con due eroi opposti, certo non in tutto. Qui sta l’intelligenza di Mainetti. Io, che sono nessuno e di sicuro il suo mestiere non lo saprei mai fare, non avrei mai resistito alla tentazione di infilarci “l’uso del cric e la manata in faccia” a controbilanciare la vendetta cinese. Ma così La Città Proibita si sarebbe trasformato in un filmetto, un b-movie o forse l’ennesimo film nero di questi anni su quanto Roma sia per forza cattiva e feroce. Invece, se non sei proprio uno che sa menare le mani per difendersi, non abbozzare e non starsi zitto sono già atti di coraggio. Certo, coi cattivissimi mafiosi cinesi del film, meglio le botte. Non temete di mescolarvi al pubblico di una intelligentissima commedia borghese (non credo che accadrà), comunque, e andate a vedervi La Città Proibita. Cinema di menare dei cinesi di altissimo livello. E pure qualcos’altro. (Lorenzo Centini)

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