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Musica di un certo livello #33: YEAR OF THE GOAT, INSOMNIUM

18 ottobre 2019

Disclaimer: se vi stanno sulle palle i Ghost lasciate perdere e passate alla recensione più sotto. Se invece vi piacciono allora il nuovo degli Year Of The Goat potrebbe essere il vostro disco dell’anno.

Novis Orbis Terrarum Ordinis_8847È così, ci sono vari elementi che necessariamente mi portano ad accostare le due band. Ad esempio, la coincidenza geografica (entrambe svedesi), temporale (entrambe attive dal 2006), di genere (entrambe dedite al rock occulto), di immagine (i più famosi avevano il Papa Emeritus alla voce, questi hanno il Pope al mellotron) anche se – e qui un elemento distintivo importante – mentre i Ghost sono ascesi alle cronache anche grazie alla mascherata, gli YEAR OF THE GOAT hanno quantomeno il buon gusto di suonare a viso scoperto, risparmiandoci tutte quelle pantomime dei nameless ghoul.

Li aveva incrociati un giovane Stefano Greco in apertura del Roadburn 2012 e anche se non li aveva mai sentiti nominare prima (e per forza, Angels’ Necropolis, full di esordio, non era ancora uscito), si convinse della bontà della band per il semplice fatto di avere un caprone non sulla copertina ma nel nome stesso e alle volte questo può bastare. Li citò anche Ciccio definendoli un grazioso giocattolo passatista barcollante tra estetica freak e satanismo vintage. Insomma, non ne abbiamo mai parlato approfonditamente. Io, che spesso sono distratto sulle nuove uscite, li ho scoperti solo ora e li trovo sublimi. Ho fatto i compiti a casa e devo dire che rispetto al primo full mi sento abbastanza in linea con la definizione data, anche se trattasi di un bel dischetto quindi non lo liquiderei con troppa fretta. In quel periodo, però, era già alle stampe Opus Eponymous da un po’ ed è anche normale che l’attenzione fosse catalizzata su di esso. Il secondo full del 2015, The Unspeakable, non mi ha entusiasmato. Un gothic rock fuori tempo massimo e al limite della piacioneria. Nell’ultimo disco, invece, si sente il Gran Capro belare. (Leggi tutto)

Skunk Jukebox: di finti vichinghi e metallari de facto

17 ottobre 2019

You think you know me

Una delle caratteristiche che rendono Metal Skunk un blog diverso dai soliti è il nostro interessarci maniacalmente a gruppi marginali per noi importantissimi e non avere, di contro, alcun interesse per gruppi considerati fondamentali da vecchie e nuove generazioni. Ad esempio noi non abbiamo alcuna idea di cosa stiano facendo gli AMON AMARTH, per i quali un sacco di gente perde la testa ma che, a mio personale modo di vedere, hanno perso senso dopo il primo disco. A recensire l’ultimo loro album ci ha pensato il solito Belardi, colui che ci aiuta a non perdere il contatto con la merda che gira nell’impianto fognario del metal (grazie, Marco. Li muerti tua): questa Shield Wall è la canzone scelta per il video, che ovviamente parla di vichinghi e ovviamente è uguale a pressoché qualsiasi cosa pubblicata dagli Amon Amarth negli ultimi vent’anni. Peraltro il termine vichinghi si lega più che altro a norvegesi e danesi, perché gli svedesi erano tendenzialmente vareghi – che si differenziavano dai vichinghi perché, invece di navigare verso Ovest, si rivolgevano al Sud-Est risalendo i fiumi e bazzicando perlopiù le aree dell’attuale Bielorussia e Ucraina fino a Bisanzio. Però immagino che dire vikings raise the shield wall faccia più figo che varangians raise the shield wall.

Stanno per tornare gli ALCEST con un nuovo album chiamato Spiritual Instinct, verso il quale nutriamo buone aspettative. Era già uscita un’anticipazione (Protection) ma non ci era garbata più di tanto. Questa Sapphire invece è splendida e alza di parecchio l’asticella del fomento. Alcune parti ricordano la melodia finale di The Seventh Daemonarch dei Daemonarch, ma dato che quel disco ce lo ricordiamo ormai in pochissimi credo che la somiglianza non sia voluta. Non vedo l’ora di rivederli dal vivo, perché l’ultima volta fu un’esperienza meravigliosa. (Leggi tutto)

Il nuovo album dei LACUNA COIL è assolutamente imperdibile!

17 ottobre 2019

Veramente, il nuovo album dei Lacuna Coil è un qualcosa di cui non si può fare a meno. Molto spesso sentiamo spietate critiche nei confronti dei nostri compatrioti, critiche che provengono addirittura dall’Italia, senza che si guardi al quadro generale delle cose. Tutto ciò è una vergogna, amici. Infatti non è un caso che la band faccia più proseliti all’estero che in patria. E questa è una vergogna, ribadisco. Poi, se vogliamo dirla tutta, andiamoci a guardare la pagina Facebook dei Nostri, ci troveremo solo elogi. Forse che il parere della gente di punto in bianco non conta più niente? Se vedete bene potrete trovarci commenti del tipo “Grande lavoro, adesso sono più fan di prima”, “Grandissimo disco!”, “Assolutamente imperdibile!”, “Ho preordinato la copia in doppio cd e non vedo l’ora che arrivi”, “Ragazzi, sono fiero di voi”, “Ho appena comprato questo cd e l’ho ascoltato oggi. Posso dire che è un album che mi prende un po’ di più ogni volta che lo ascolto. Sto raggiungendo un livello emotivo così alto e posso dirvi che ci avete dedicato molta cura e duro lavoro a questa opera d’arte. Lo adoro!”. E ancora: “SBALORDITIVO!!!!! Voglio solo sedermi nell’oscurità, chiudere gli occhi e ascoltare questo album senza sosta!”.

Insomma ragazzi, se la gente dice queste cose noi ne dobbiamo solamente prendere atto. Qui teniamo in alta considerazione l’opinione delle persone. Cioè, stiamo parlando dei fondamenti della democrazia e del vivere civile in comunità coi nostri simili. Uno vale uno e l’opinione di tutti conta allo stesso modo. Bisogna rispettare le opinioni della gente. Bisogna smetterla una buona volta di fare sempre come quelli con la puzza sotto al naso, come gli intellettuali da salotto buono, i criticoni del caminetto e del partito della ZTL. (Leggi tutto)

TWO HARD COCKS

16 ottobre 2019

Trainspotting: Charles si è da poco trasferito a Milano. Anzi, a San Donato Milanese, nell’hinterland, vicinissimo alla città ma comunque abbastanza lontano perché lo si possa definire giargiana. Lo sono andato a trovare l’altra sera, insieme al mio cagnolino. L’uomo mi ha accolto con gli Ereb Altor e poi, nel corso della serata, la colonna sonora prescelta ha preso una piega strana: prima gli Year of the Goat, poi gli Atlantean Kodex, i Whiskey Ritual e un paio d’altre cose che non ricordo. Dopodiché pronuncia una frase che non credevo fosse più possibile da almeno una decina d’anni: “Vuoi sentire il nuovo dei 69 Eyes?”. I 69 Eyes? What year is this? Esistono ancora? Sì, cazzo, esistono ancora. Incredibile, amici.

Parte il primo pezzo, insulso e scipito come solo un pezzo dei 69 Eyes del 2019 può essere, e nel frattempo lui mi chiede se riconoscessi l’ospite alla seconda voce. A me non suona per niente familiare. “Impossibile che non lo riconosci, è il cantante ricchione di un gruppo ricchione che piace a te”. Era Dani Filth, davvero irriconoscibile e col volume bassissimo, non sia mai che copra la voce di Jyrki. “Non sembra manco lui, Carlè, e non è che di solito non abbia una voce riconoscibile. Ma poi quant’è cretina ‘sta canzone? E cos’è che dicono? Two hard cocks?”. Nel ritornello dicono entrambi Two horns up, ma mi era davvero sembrato che dicesse Two hard cocks. Se ascolti con attenzione si capisce in realtà cosa dicano, ma era troppo bello immaginare che nel nuovo disco dei 69 Eyes (la cui esistenza è già surreale di per sé) quei due cantassero Two hard cocks. Probabilmente il pezzo non era neanche finito quando abbiamo finalmente messo i Manowar (quando ci vediamo possiamo cazzeggiare per un po’, ma finisce sempre invariabilmente che mettiamo i Manowar); nei giorni seguenti, però, mi è venuta la curiosità di sentire che roba avessero tirato fuori i 69 Eyes nel 2019 e quindi ho sentito tutto West End, il disco. Che è scemo e insulso, sì, ma qualche melodia carina riesce addirittura a tirarla fuori, anche se bisogna aspettare la fine del disco: non sono malaccio Outsiders e l’ultima Hell Has No Mercy. Non credo comunque che lo riascolterò mai più. (Leggi tutto)

Barbara D’Urso e G.G. Allin mettono in imbarazzo il JOKER di Jared Leto

15 ottobre 2019

Leggendo la recensione di Cesare mi sono accorto che avevo già scritto più o meno le stesse cose, il che è buffo, se ripenso a come andò a finire con Dreaming Neon Black e il nostro articolo doppio. Quindi ho deciso di concentrarmi su di un altro Joker, ossia, sul penultimo che ebbi modo di vedere al cinema.

La pellicola si chiamava Suicide Squad e per le sensazioni che provai all’uscita dalla sala, il mio timore fu che l’avessero intitolato così in segno di assoluto presagio. Harley Quinn reggeva da sola quel che si poteva reggere in un film del genere, e i fan, anziché osservarne le tette notarono da subito che l’avevano cambiata di colorazione rispetto agli abiti del fumetto DC Comics. Accidenti a loro e alle seghe sulle cose sbagliate. In sostanza avrebbero potuto sviluppare Suicide Squad così: c’è Will Smith che da’ la caccia a due potenti criminali. Uno è G.G. Allin, l’altra si chiama Scat Woman, sua fedele e doppiogiochista compagna che si farà imbrattare dal primo all’ultimo minuto di girato. Con un plot del genere vai dritto a insidiare i dati al box office dell’ultimo di Tarantino. Siccome la gente adora le stesse cose che al suo tempo adorava G.G. Allin, con un film indecente come Suicide Squad gli incassi sono volati a quasi il doppio della cifra a cui ho fatto riferimento, ovvero, intorno ai 750 milioni di dollari. Joker di Todd Phillips non so se ci arriverà, e per ora si trova a circa due terzi del percorso. (Leggi tutto)

La battaglia legale che potrebbe cancellare i FEAR FACTORY

14 ottobre 2019

Mangiamoci sopra un burrito, vah

Se dei Fear Factory non vi frega più nulla dai tempi di Obsolete, avete tutta la mia comprensione. Il disco successivo, Digimortal, fu – anche per le pressioni della Roadrunner – un tentativo andato a puttane di alzare qualche dollaro in più sulla scia della moda nu metal. Le vendite non andarono come previsto e la band si sfasciò in una ridda di recriminazioni e accuse reciproche. Il primo a staccare la spina è il cantante Burton C. Bell, che nel 2002 lascia il gruppo. Dino Cazares accusa il bassista Christian Olde Wolbers e il batterista Raymond Herrera di pensare solo ai soldi e di non essere in grado di scrivere pezzi decenti. I due replicano che il panciuto chitarrista aveva tentato di fregarli sui soldi e di non lasciare spazio alle loro idee. Lo scioglimento dura giusto qualche mese. Poi la sezione ritmica si riconcilia con Bell e i Fear Factory si riformano senza Cazares. Wolbers passa alle sei corde e al basso arriva Byron Stroud degli Strapping Young Lad. Il lavoro che ne viene fuori, Archetype, è la fotografia di una band che, priva del leader e compositore principale, si muove a tentoni, in bilico tra la vecchia identità e la ricerca di una nuova strada. L’etichetta sfigata presso la quale si sono accasati nel frattempo spinge per avere un nuovo LP fuori il prima possibile. Transgression esce nel 2005, ad appena un anno di distanza dal predecessore, e si sente che è stato buttato giù in fretta e furia. La direzione più commerciale impressa ai brani non riscuote i consensi sperati e le cose vanno di nuovo in vacca.

Nel 2008 Bell, colui che aveva più spinto per un ammorbidimento del suono, se ne esce con un delirante messaggio video nel quale afferma di non voler più suonare musica violenta perché il mondo è già troppo violento di suo. Evviva. Wolbers e Herrera tirano su un nuovo progetto, gli Arkaea, autori di un solo disco dove sarebbero finite le canzoni che avevano scritto per un nuovo disco dei Fear Factory. L’anno dopo Bell annuncia di essersi riconciliato con Cazares e che i due amici ritrovati sono al lavoro su un nuovo eccitante progetto con Gene Hoglan alla batteria e lo stesso Stroud al basso. Questo nuovo progetto si chiama Fear Factory. Wolbers e Herrera, che non ne sapevano niente, invece di dare vita ai Fear Factory of Fire, lamentano lo scippo del nome e annunciano cause legali. Di fatto, i diritti sul marchio erano condivisi in egual misura tra i quattro membri originali. Bell e Cazares, nondimeno, se ne fregano. Mechanize è un piccolo successo e, a dirla tutta, caca in testa ad Archetype e Transgression, rendendo chiaro chi era lì in mezzo quello che sapeva scrivere i pezzi. Siamo nel 2010.

L’anno dopo Bell e Cazares raggiungono un accordo economico con i due ex, che concedono ai Luca Turilli’s Fear Factory, chiamiamoli così, il diritto di usare il moniker in cambio di regolari e cospicui versamenti. I Luca Turilli’s Fear Factory pubblicheranno altri due album, entrambi discreti, The Industrialist nel 2012 e Genexus nel 2015. Wolbers, che nel frattempo si era riciclato come produttore, continua a chiedere una reunion della formazione originale. Bell e Cazares se ne fregano e fanno male, perché una reunion sarebbe stata l’unico modo per evitare il casino legale, sorto nel frattempo, che oggi rischia di mettere la parola fine alla storia del gruppo.

Arriviamo al 2017. Cazares inizia a parlare di un nuovo album. Wolbers continua a insistere su una reunion, annuncia prima un fantomatico nuovo sito ufficiale dei Fear Factory e poi afferma su Instagram che la band non esiste più. A che titolo? Cazares, interpellato in materia, evita di rispondere. Nel 2018 inizia pure a girare la copertina di Monolith, quello che avrebbe dovuto essere il suddetto nuovo album, che però non vede la luce e forse non la vedrà mai. (Leggi tutto)

TRUE NORTH: una storia norvegese

13 ottobre 2019

Due ragazzi, uno di Bergen e l’altro di Oslo, finiscono un po’ casualmente in classe insieme. In età giovanile hanno entrambi l’aria trasandata di chi ancora deve scoprire la fica e il panno scamosciato per finire di pulire l’auto. In sostanza sembrano molto affini, e così iniziano a giocare insieme a calcetto, a vedersi dopo cena per una birra e cose del genere. Sono molto contenti nel raccontarsi l’un l’altro quelli che potrebbero essere descritti come i primi successi della vita: la sega rimediata in bagno da una nave scuola, oppure l’auto di seconda mano regalata dai genitori e subito spinta a centosessanta in autostrada. Cose un po’ diverse dall’aver finito Street Fighter II con tutti i personaggi, e così ci riflettono su e gli sembra d’esser diventati grandi.

Un giorno, sempre in classe, uno viene palesemente ignorato dall’altro. Lo intercetta mezz’ora dopo durante la ricreazione e abbozza un discorso, ottenendo stavolta una risposta da telegramma. Poco più tardi viene a sapere che il suo amico di Oslo ha fatto il botto: s’è messo insieme alla più bella cicala di tutto l’istituto. Capelli lisci, corvini, e uno sguardo gelido che bucherebbe un muro. Il suo nome è Daenerys Tagtgrenyen. I compagni di classe sono tutti lì che lo elogiano, mentre l’altro, solitario, rimane a guardare l’ennesima nevicata fuori dalla finestra in un interminabile inverno norvegese. Daenerys è il classico tipo di ragazzina che tutti prendevano in giro per via di quegli occhioni sproporzionati, ma da qualche tempo sembrano andare tutti da lei. Quello di Oslo la tiene in pugno. L’altro, di Bergen, cambia sezione per ripartire da zero con amicizie e frequentazioni. Gli anni scolastici passano, interminabili pure quelli come le stagioni più ostili. (Leggi tutto)

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