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Ciò che non si vuole ammettere è che i MASTODON ci servono come il pane. La nostra su Emperor of Sand.

21 aprile 2017

È pacifico che se ci leggete con costanza non è perché vi aspettate di essere aggiornati sulle ultime news o sulle anteprime, ma, immagino, per cazzeggiare e ogni tanto leggere un’opinione diversa, magari pure ben argomentata. Lungi da me il pretendere di essere sempre in grado di argomentare perfettamente le mie opinioni: proverò quantomeno a darne una diversa, che corrisponde, tra l’altro, a ciò che realmente penso, perché qua non facciamo pubblicità alle magliette e non dobbiamo rendere conto a nessuno, se non a Satana, a Tony Iommi e a Mark Shelton. Mi sembra di capire che questo Emperor of Sand abbia fatto cacare più o meno a chiunque o alla maggior parte delle persone che segue i Mastodon da sempre, da quando, cioè, i quattro di Atlanta incidevano album ben più complessi e strutturati di questo qui. Se ne parla come di un disco commerciale, facile, addirittura pop, il peggiore che abbiano mai fatto, e non mi sento di poter concordare con nessuna di queste affermazioni. Commerciale no, nel momento in cui il pubblico di riferimento è quello più vecchio: perché questo pubblico, che è comunque già molto ampio, forse il prossimo album non lo comprerà nemmeno; commerciale sì, nel momento in cui ci si vuole aprire ad un pubblico più generalista, che segue il rock più del metal, o si vada incontro alle esigenze del mercato. Se è così, come potrebbe apparire, non vedo in che modo Emperor of Sand possa soddisfare le esigenze del mercato. Comunque, pure se fosse, non ci vedrei nemmeno lo scandalo, anche perché l’ascoltatore medio dei Mastodon non credo sia uno totalmente a digiuno di un minimo di cultura musicale e neanche questi ultimi Mastodon, per quanto abbiano semplificato enormemente il proprio stile, credo possano sperare di piacere a tutti i decerebrati che ascoltano radio vergine maria da mane a sera. E siamo all’altra definizione. Facile: sarà, ma è pur sempre una versione semplificata di un progressive/stoner rock molto atipico che provate ad andare al bar sotto casa a dire al barista che il vostro genere musicale preferito è il progressive/stoner e vedete l’effetto che fa. Insomma, contestualizziamo un attimo, signori, e smettiamo di farci le pippe davanti allo specchio.  (Leggi tutto)

WARBRINGER – Woe to the Vanquished

20 aprile 2017

I vecchi nostalgici incarogniti del primo death svedese o, che so, di doom possono contare, per sollazzarsi, su almeno due generazioni di gruppi cloni filologicamente perfetti, alcuni dei quali pure notevoli. Il metallo battente alla vecchia, per qualche complessa e insondabile ragione, non è più stato riprodotto in maniera fedele dopo il grande riflusso degli anni ’90. Nel decennio successivo, lasciando da parte la frangia più violenta e reazionaria (e quindi migliore), quella dei vari Vindicator e Toxic Holocaust, si imposero come maggioritarie due scuole di pensiero, che ancora resistono. La prima è costituita dal revival giocherellone alla Municipal Waste, che non ho mai sofferto. La seconda deriva da quel flagello dei Machine Head, che negli Usa sono pure considerati un gruppo serissimo, per ribadire quale abisso culturale e spirituale ci distanzi dagli americani. I Machine Head avrebbero dovuto continuare a fare nu metal con le tute in acetato, magari a quest’ora sarebbero diventati qualcosa di quantomeno abbastanza decente da poter fare da supporto ai Disturbed. Invece hanno iniziato a fare i grandi affreschi epici di staminchia e, quel che è peggio, un sacco di gente è venuta loro dietro. In mancanza di alternative (gli Havok mi fanno l’effetto del Tavor), provo a farmi piacere i Warbringer. Che, quantomeno, si ricordano che un disco thrash deve durare più o meno quaranta minuti, non settantasei. (Leggi tutto)

Sick Of It All / Growing Concern / No More Lies @ Traffic, Roma – 11.4.2017

19 aprile 2017

In un modo o nell’altro, ogni volta che vedo i Sick Of It All mi sento a casa. Possono cambiare le location, i contesti e la compagnia, ma questa preziosa sensazione rimane intatta. Penso dipenda dal fatto che Lou Koller e soci sono legati in modo inestricabile a una fase particolarmente felice della mia adolescenza, incastonata tra estati spensierate e hardcore a palla nel walkman. Quando ascolti certe canzoni a quindici anni, poi te le porti dietro tutta la vita. Non hai bisogno di riascoltarle prima di un concerto per ricordarti le parole, perché sono scolpite nel subconscio come l’Ave Maria o la tabellina del 2.

Entro in un Traffic già piuttosto gremito con lo stessa eccitazione febbrile di un ragazzino che sale i gradoni della curva per assistere alla partita della sua squadra del cuore. I No More Lies, prima band in scaletta, stanno ultimando il soundcheck e sono pronti a dare il via alle danze. Guidati da Fabrizio il Marinaio, voce degli indimenticati Payback, i cinque scaraventano sulla cospicua platea un pugno di rasoiate street punk tratte in gran parte dal nuovo album Fuori dal Coro (autoprodotto perché nessuno ce lo voleva produrre, sottolineano con orgoglio) e ammantate da una malinconia di fondo squisitamente romana. Il loro approccio scanzonato e autoironico rimanda alla comicità amara di Alberto Sordi e del primo Verdone, qualcosa di difficilmente comprensibile oltre i confini del Grande Raccordo Anulare. È una rabbia in qualche modo rassegnata, matura, che ride di sé e delle periferie esistenziali da cui sgorga. Due individui evidentemente capitati per caso in prima fila pensano bene di farsi un selfie durante uno dei brani più violenti, attirandosi le ironie del corpulento frontman e del locale intero. In altri tempi sarebbero tornati a casa con la suola di un anfibio dipinta in faccia, oggi invece sghignazzano come ebeti e si danno reciproche gomitate di approvazione. O tempora, o mores.

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Il pig squealing è una cosa importante: BENIGHTED – Necrobreed

14 aprile 2017

Mi sono appena reso conto di aver colpevolmente sottovalutato i Benighted. Del resto, se i francesi sono una presenza così ricorrente nella scaletta dei festival (mai visti dal vivo, però), la curiosità di dar loro un’altra chance sarebbe dovuta venirmi. Quindici anni fa avevo recensito per il Metal Shock cartaceo il loro secondo disco, Psycose. Era un po’ scombinato ma c’era un senso di malattia genuino, che nel death metal è la cosa principale. Era un periodo nel quale la scena estrema francese era diventata tra le migliori d’Europa; le etichette transalpine Osmose e Adipocere si erano risvegliate e stavano dissotterrando parecchie realtà underground interessanti. Tra costoro c’erano questi degenerati di Saint-Étienne.

Li ritrovai, cinque anni e due dischi più tardi con Identisick, 2006, al quale affibbiai, mi pare, un 4 o un 5. Col senno di poi, credo fosse una di quelle stroncature che ti uscivano perché stavi girato di coglioni per conto tuo e, per dimenticare le tue rogne personali, scrivevi sei recensioni in una serata in compagnia di una cassa di Peroni. (Leggi tutto)

THE FLIGHT OF SLEIPNIR – Skadi

12 aprile 2017

Non so se avete già sentito il disco dei Pillorian, il nuovo gruppo di John Haughm dei disciolti Agalloch. Ne parlerà nel dettaglio Roberto. A me non è piaciuto granché. Riprende, sia pure con più cognizione, il discorso del, per me brutto e inutile, Marrow of the Spirit. Tu vuò fare o’ scandinavo. Scandinavo, scandinavo. Ma sì ‘nnato a Portlànd. Sient’a ‘mme, nun ce sta nient’a fà, capisc’ a mme, John Haughm. Constatato che The Serpent & the Sphere è stato solo un contentino di lusso per i fan destinato a non avere seguito nel nuovo progetto di Haughm, chi tra voi si senta (comprensibilmente) orfano è sempre in tempo per innamorarsi dei The Flight Of Sleipnir.

Per quanto mi riguarda, i The Flight Of Sleipnir sono in assoluto i migliori epigoni di quel cosiddetto genere “cascadico” che si fa risalire agli Agalloch, per quanto tecnicamente non vengano dal Nord Ovest degli Usa ma dal Colorado. Prima di tutto perché hanno uno stile originale, mai monolitico. Il folk/black sognante e malinconico che è la cifra estetica del filone si incontra con chitarre sabbathiane e altri riferimenti a quel rutilante macrocosmo che per comodità continueremo a chiamare musica per drogati. (Leggi tutto)

Doppio report: ROSS THE BOSS // DOOM OVER BRIXIA @Colony, Brescia

11 aprile 2017

Siccome noi siamo gente serissima, abbiamo deciso di spararci una doppietta della morte per celebrare l’idillio della primavera; del resto, se per l’occasione non esce un disco nuovo dei Saurom, in qualche modo bisogna festeggiare. Non avevamo comunque molte alternative, perché a meno di catastrofi naturali tu non puoi rinunciare a un concerto di Ross The Boss che ti fa solo pezzi dei Manowar, né ai Candlemass.

La prima serata è un tributo al metallo, a noi stessi e alla fortuna che abbiamo ad essere quel che siamo. Non avevo mai incrociato gli ANCILLOTTI dal vivo, nonostante abbia un vago ricordo di una esibizione dei Bud Tribe di qualche secolo fa, mi pare ad un Gods of Metal. Loro sono il gruppo di Bud Ancillotti, storica voce di Strana Officina e appunto Bud Tribe, insieme al fratello Sandro al basso e il figlio Brian alla batteria; e ciò che suonano è diretto discendente di quell’età ingenua e pioneristica del metal italiano, quando ci si muoveva in territori così inesplorati da rendere complicato l’incasellamento in uno o più generi specifici. Heavy metal, questo basti: i quattro pratesi sparano un fuoco di fila di dieci pezzi, tutti tratti dai due dischi a nome Ancillotti, e riscaldano i (non troppi) cuori impavidi che si sono spinti fino alla zona industriale di Brescia per guadagnarsi un posto nel Valhalla. Aiutati da un suono potente e preciso, con le varie Burn Witch Burn e The Beast is Rising guadagnano nel poco tempo a disposizione il favore del pubblico, anche di chi sperava in qualche vecchio pezzo della Strana Officina. Grinta, purezza di cuore e cazzimma: non perdeteveli se passano dalle vostre parti.

Per ROSS THE BOSS il cambio palco è stato breve, molto breve. Il tempo di prendere una birra e già sento l’inconfondibile tocco di Rhino sul charleston. Urlo: “RHINO!”, e lo urlerò per tutta la sera. Ho sempre pensato che il mastodontico batterista abbia rappresentato una specie di “porta scorrevole” nella carriera dei Manowar: se lo avessero tenuto dopo Triumph of Steel ci avrebbero guadagnato sotto tutti gli aspetti; rimane la simpatia umana per il compianto Scott Columbus, ma Rhino è di gran lunga il miglior batterista che i Manowar abbiano mai avuto, e probabilmente sarebbe stato perfetto per la seconda parte della loro carriera. Vederlo al fianco di Ross The Boss è una consolazione purtroppo mitigata dal fatto che non sono stati estratti pezzi da Triumph of Steel ma solo dai dischi con Ross presente in formazione, e cioè fino a Kings of Metal. L’apertura è proprio affidata a Blood of the Kings, rigorosamente in versione originale; e, per sincerità intellettuale, devo confessare che l’inizio dell’esibizione non è stato dei migliori. Forse perché eravamo reduci dal preciso fuoco di sbarramento degli Ancillotti, ma ci è sembrato che Ross e compagnia sembrassero quasi voler semplicemente timbrare il cartellino; anche perché ok Ross, ok Rhino, ok il bassista dei Symphony X Mike LePond, ma il cantante chi cazzo è? Lo chiedo anche a voce alta, e la gente ride. Perché, o amici dell’acciaio, convenite con me che rifare i pezzi dei Manowar è una cosa seria, ma cercare di riprodurre il timbro di Eric Adams è ai limiti della blasfemia.  (Leggi tutto)

La strada tedesca per la Svezia: REVEL IN FLESH – Emissary of All Plagues

10 aprile 2017

I tedeschi hanno un problema col death metal. Ciò non vuol dire che non riescano a farlo bene, ogni tanto. È che non riescono a prenderlo sul serio. Per una serie di fattori culturali che non sto a sviscerare (anche perché non ne sarei in grado), il metallo tetesco, come quello finlandese, è uno stato della mente, è un’impronta inequivocabile che trascende i generi. E che, per qualche motivo, non si sposa con la filosofia profonda del death metal. I teteschi tendono a prendere il metallo con divertimento e goliardia (filosofia nobilissima, per carità) e non esprimono quindi mai il male di vivere di uno scandinavo o di un buzzurro americano. Prendete i Debauchery. Un gruppo con presupposti concettuali così estremi in qualunque altro Paese suonerebbe ai limiti dell’inascoltabile. Invece è una faccenda cazzarona, a base di birra, tettone e riff thrash. Altra filosofia nobilissima, ci mancherebbe. Insomma, i tedeschi fanno benissimo altre cose ma al death metal non ci arrivano, e questo discorso vale pure per il black. Certo, i gruppi carini ci sono. I Fleshcrawl mi piacevano un sacco, e i Dew-Scented pure. Però non si sente la puzza di morto, anche quando tutto il resto funziona e il risultato lo portano a casa. Emissary of All Plagues, per esempio, è uno dei migliori amarcord del death svedese sentiti di recente a non uscire dalla Svezia.

I Revel In Flesh hanno inciso il primo lp nel 2012 e questo è già il quarto. A ‘sto giro evito di snocciolarvi gli stereotipi di prammatica sulla caparbietà e la costanza dei crucchi, che si confermano verissimi. Finora non hanno mai avuto un calo qualitativo vero (forse il secondo Manifested Darkness è una spanna sopra gli altri), e qua toccherebbe fare un’altra riflessione su quanto, vent’anni fa, uscivano molti più dischi genuinamente brutti ma ciò significava pure che i gruppi, quantomeno, rischiavano. (Leggi tutto)

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