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Scaraventare i BLIND GUARDIAN nel vuoto pneumatico

6 dicembre 2019

Partiamo da un presupposto: questo disco non è spazzatura per minorenni, come ha scritto Trainspotting, ma spazzatura per MINORATI, cioè per persone che, purtroppo per loro e per tutti, non hanno i mezzi per sostanziare un pensiero coeso, coerente o comunque un minimo razionale.

Da questo presupposto non può che scaturire la considerazione seguente, ovvero: tutti quelli a cui questa merdata piace, o tutti quelli che ne hanno scritto bene e magari benissimo, necessariamente appartengono o alla categoria minorati, o sono in malafede o, ipotesi peggiore e nefasta, entrambe le precedenti. Perché non è possibile che uno stronzo che scrive per una webzine, fosse anche l’ultimo sitarello con tre lettori di media all’anno, si possa esaltare per una demenzialità simile, anche se si tratta di fan terminale dei Blind Guardian, perché qui dei Blind Guardian, tranne il logo in copertina, non c’è traccia, non è un disco dei Blind Guardian (come è pure il pessimo lavoro precedente), e se lo ascoltaste per bene vi rendereste conto che non è nemmeno un disco in senso lato, è un pastrocchio con l’orchestra alla cazzo di cane senza capo né coda. O meglio, ve ne rendereste conto se aveste un minimo di neuroni o non doveste parlarne bene per forza di cose. (Leggi tutto)

Il pozzo e lo strano pendolo dei BLIND GUARDIAN

5 dicembre 2019

Il tempo d’accorgermi della mia pulsante emicrania e avevo già trascurato un dettaglio non da poco: il bastardo, o bastardi che fossero, mi aveva legato a una piattaforma di pietra simile a quelle che si vedono in luoghi come Stonehenge. Lo deducevo dal freddo che percepivo attraverso le dita, uniche parti del corpo che mi sentivo in condizione di muovere oltre ai limitati spostamenti concessi alla mia dolorante testa. Ma quelli erano del tutto inutili, poiché dovunque guardassi era buio pesto. Lui, o loro, voleva che restassi rivolto all’insù e per quell’esatto motivo mi aveva immobilizzato in quella posizione punitiva, disteso sul mio giaciglio mortale.

Soffocai un grido per un motivo ancor più preoccupante: mi sarà difficile descrivere una tale sensazione, ma non mi sembrò affatto di trovarmi sulla Terra. In alto osservai quella che doveva essere l’uscita attraverso un pozzo profondo qualche decina di metri, ossia, un’apertura circolare e apparentemente molto ampia, piuttosto insolita per una struttura del genere e che solitamente adoperiamo per la raccolta delle acque piovane o di sorgiva. Potevo distinguerne le pareti, anch’esse in roccia, poiché qualcosa le illuminava con costanza. I punti luce erano due, e avevano le sembianze di satelliti paragonabili alla nostra Luna nelle circostanze in cui la ammiriamo giallognola, o vagamente rossiccia. I pianeti, o qualunque altra cosa essi fossero, erano insolitamente vicini fra loro come se uno orbitasse intorno all’altro, ed erano di dimensioni straordinariamente uguali. Mi colpì il fatto che si trovassero in piena esposizione solare, su tutta la loro superficie. L’aspetto più inquietante di queste masse di materia spaziale era che riuscivo a distinguerne in maniera inverosimilmente nitida i rilievi montuosi: non vi erano mari o crateri visibili, o almeno, non da questa parte, ma erano pieni di creste e sommità e mi sentii come se stessi osservando due identiche, o similari copie, di una ripresa aerea del Karakorum. Dopodiché potei solo supporre due cose: che stessero venendo a salvarmi, o che fossi completamente impazzito. (Leggi tutto)

BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – Legacy of the Dark Lands

5 dicembre 2019

Ascolto insistentemente questo disco da quando è uscito, almeno due volte al giorno. E soffro come un cane. Non letteralmente come un cane, ovvio, perché il mio cane ad esempio soffre solo quando lo spazzoliamo e il pettine incontra quei fastidiosi nodi talmente elaborati che sembra che di notte arrivi il folletto degli Yorkshire che si diverte a fare nodi marinari ghignando malignamente. Quando il pettine incontra un nodo, il piccolo agente speciale Dale Cooper fa cai! cai!, mentre quando io ascolto il disco orchestrale dei Blind Guardian, bestemmio. E bestemmio forte e sparando nel mucchio, come le anime perse che bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti.

E allora perché ho ascoltato così a lungo l’ottimo Legacy of the Dark Lands, visto che era una tale sofferenza e visto che i Blind Guardian non ne azzeccano una ormai da troppo tempo? Per dar loro quantomeno il beneficio del dubbio: ci lavoravano da vent’anni, cioè dall’epoca in cui erano ancora un gruppo migliore di praticamente chiunque altro, e quindi magari, tra le pieghe nascoste dei sessantasette cazzo di minuti dell’opera in questione, si sarebbe potuto trovare un piccolo scintillìo della grandezza passata. L’avrò trovato, questo scintillìo? Let’s find out. (Leggi tutto)

CULT OF LUNA // BRUTUS // A.A. WILLIAMS @Alcatraz, Milano 03.12.2019

4 dicembre 2019

Non so da quanto non mi capitava di arrivare talmente presto ad un concerto da potermi posizionare in prima fila alle transenne. Quando arrivo all’Alcatraz A.A. WILLIAMS ha appena iniziato a suonare e ci sarà una trentina di persone nella sala del locale. L’artista britannica è una sorta di novella Chelsea Wolfe a cui sta riuscendo di imporsi in un panorama più estremo di quello che ci si aspetterebbe. Le manca infatti quella pesantezza che aveva la Wolfe agli esordi e ricorda più che altro i suoi ultimi lavori maggiormente acustici. Ciò che contraddistingue la Williams sono le parti in tremolo picking (che sanno molto di blackgaze) che si inseriscono in mezzo alle sue architetture principalmente acustiche, accompagnate da bassista e batterista. L’impatto è notevole e bisogna fare loro i complimenti, soprattutto se si considera che il trio è in tour di spalla ai Cult of Luna quando ha solo due EP all’attivo, uno omonimo pubblicato a gennaio, e uno in uscita tra dieci giorni in collaborazione coi giapponesi Mono. Mica patate. (Leggi tutto)

LINDEMANN – F & M

4 dicembre 2019

La fanteria della VI Ersatz aveva adempiuto al suo dovere. Due giorni erano trascorsi dal loro ingresso in città. L’obiettivo era di prenderla in uno: armati di semplici ma affidabili Mauser Karabiner, forza di volontà, convinzione di essere il miglior esercito del mondo e furore ideologico, alcuni; della sola paura di incorrere in una punizione esemplare o in una vera e propria esecuzione in caso di fallimento o indietreggiamento, tutti gli altri. La parola “diserzione” non era contemplata. In realtà, la via era stata precedentemente spianata dalle unità di artiglieria e dai Flak da 88 mm posizionati sulle colline antistanti la porta sud della città, ma solo parzialmente erano riusciti nell’intento. Tutti sapevano che la resistenza maggiore l’avrebbero incontrata proprio tra le rovine e le case abbattute: bisognava stanarli uno ad uno, quei bastardi – questo avevano detto, perché il Comando non aveva alcuna intenzione di distogliere ulteriori Panzer dai fronti più strategici. E avevano venduto cara la pelle, quei bastardi. I feriti gravi e quelli in punto di morte venivano lasciati a terra, la guerra lampo non aveva pietà per nessuno, tutti gli altri dovevano rialzarsi sotto le crudeli incitazioni degli Unterfeldwebel che gli urlavano in faccia Steh auf! Steh wieder auf! Alzati!  (Leggi tutto)

BLOOD INCANTATION – Hidden History of the Human Race

3 dicembre 2019

Come molte altre persone, mi sono ritrovato nella condizione di attendere quest’album per diverso tempo. La storia dietro ai Blood Incantation non sarà certamente paragonabile a quella di Immolation o altri nomi storici, ma Starspawn è stato in grado di scatenare un’onda d’urto che, nel death metal, avevo potuto osservare poche altre volte. Dall’estate 2016 tutti si sono messi in lista d’attesa per il futuro album dei Blood Incantation, e dalle prime anticipazioni di Hidden History of the Human Race, tutto quanto è finito con l’essere amplificato. Esagerazione?

Hidden History of the Human Race mi piace molto più del loro debutto, ve lo scrivo subito. L’alta marea del death metal alla Incantation forse aveva iniziato a ritirarsi appena, eppure Starspawn in qualche modo riuscì a trarne giovamento. Devo però ammettere che furono le parti ai limiti del death’n’roll di Vitrification Of Blood (part I), la sua prima traccia lunga un quarto d’ora, a sembrarmi le più interessanti e personali dell’intero lavoro. I Blood Incantation seppero mescolare due aspetti del death metal che non è detto debbano per forza coesistere. Il resto dell’album lo ricordo ottimo, ma non mi si è impresso in testa. Dalle anticipazioni del suo successore ho subito capito che stavolta i Blood Incantation avevano capito in quale direzione andare a parare, incrementando così la propria efficacia.

Sento molto spesso paragonare la band originaria del Colorado ai Timeghoul, e qui devo improvvisamente fare un giro di quelli larghi perché un paio di recensioni estere, ispirate da ampi giri su Metal Archives anziché sul più istruttivo PornHub, mi hanno quasi causato un travaso di bile. I Timeghoul suonavano questa musica particolarmente oscura, in cui l’atmosfera passava molto vicina al concetto di teatralità. Voci pulite che improvvisamente prendevano il controllo della situazione, e che poi lo restituivano. Sembrano aspetti un po’ paradossali a rammentarli oggigiorno, ma in entrambe le demo – rispettivamente datate 1992 e 1994 – ci stavano benissimo, ed erano gli anni in cui i Nocturnus già risultavano alla frutta poiché catapultati alla mercé delle logiche di mercato indotte dai tempi che furono.

I Timeghoul, appena autori di due demotape, trascendevano appunto da ogni logica di mercato e incisero un death metal che mai si era sentito prima: era il loro, e di nessun altro. I Blood Incantation vedono la luce vent’anni più tardi, un lasso di tempo nel quale il genere ha mutato ed evoluto la sua forma svariate volte attraverso ciò che solitamente definiamo ondate. Onestamente non capisco quest’insistenza nel paragonare i due nomi, più o meno reciprocamente. A metà di The Giza Power Plant fa capolino questa melodia orientale che, anziché costituire un vero e proprio break, ci introduce ai pattern portanti della seconda metà del pezzo, laddove una linea vocale che potrebbe ricordare le usanze di Jeff Hayden entra in scena e ne esce, all’istante. È lì che potrei pensare per un attimo ai Timeghoul, ma non sarebbe molto più semplice aver pensato ai Nile senza finire con lo scomodare il passato remoto? Starspawn per mezzo della sua oscurità dilagante sparava sì una pallonata nel campo da gioco dei Timeghoul, ma da quale distanza? I Blood Incantation non sono i Timeghoul del Duemila, né sono la loro cover band. (Leggi tutto)

BLACK WINTER FEST XII @Campus Industry, Parma 30.11.2019

2 dicembre 2019

Terza edizione di fila del Black Winter Fest per il vostro affezionatissimo: dopo i Satanic Warmaster al Colony di Brescia nel 2017 e i Marduk al Campus Industry di Parma nel 2018, quest’anno insieme all’inclito Lorenzo ritorno nella location parmigiana per la calata italiana di Tom Warrior e i suoi Triumph of Death insieme a un bel pacchetto di gruppi interessanti. Partiamo da Milano intorno alle 15.30 e arriviamo in tempo per la fine dell’esibizione dei bergamaschi IMAGO MORTIS che stanno sventrando il locale a forza di blastbeat: accusiamo subito la botta, anche se loro verso la fine del concerto scivolano in ritmi più sincopati. Guardandoci attorno vediamo che il posto è già mezzo pieno e la gente pare gradire.

È dunque l’ora dei SELVANS, gruppo che qui su Metal Skunk abbiamo sempre seguito con molta attenzione, nonché uno dei motivi per cui siamo partiti così presto da Milano. Loro (o lui, come preferite) non tradiscono le aspettative, pur se se dal vivo il lato più atmosferico viene giocoforza penalizzato, anche a causa del suono un po’ confusionario del pomeriggio, che però migliorerà sensibilmente dopo. Ad ogni modo gli abruzzesi mi paiono già assai maturi e degni di essere considerati dei validi portabandiera del metal tricolore: personali, sinceri, evocativi, in grado di rendere bene lo spirito della propria terra in musica.

Non conoscevo i LUCIFER’S CHILD, che sono rapidamente diventati il mio gruppo preferito del mese in corso. Loro sono greci, come gli artefici del successo de Gli Occhi del Cuore, e in certi momenti suonano esattamente come i Rotting Christ. E in effetti alla chitarra c’è proprio George Emmanuel, già al servizio dei fratelli Tolis, mentre al basso c’è un altro nome noto della scena, Stathis Ridis dei Nightfall. La cosa più importante è che prendono benissimo: coinvolgenti ed enfatici, riescono a catturare l’attenzione del pubblico grazie a un’ottima presenza scenica e ai molti midtempo perfetti dal vivo. Menzione a parte per il cantante, Marios Dupont, un sosia di Robb Flynn che ha un’attitudine quasi più da cantante thrash che black metal: ringraziamenti in italiano maccheronico (mille gracias! rimarrà iconico), tentativi di coinvolgere l’udienza e contatto con le prime file per stringere mani e dare pacche sulle spalle. Un tizio alla fine gli va vicino, gli prende la testa tra le mani, gli accarezza i capelli zuppi di sudore e poi si passa le mani sulla propria faccia. Una roba tipo quelli che si fanno la foto mentre leccano dove si è seduta Diletta Leotta, però col cantante dei Lucifer’s Child. (Leggi tutto)

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