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Il teorema dei Moonspell: WAYLANDER – Ériú’s Wheel

19 aprile 2019

Il debutto dei Waylander, Reawakening Pride Once Lost, per me è una piccola perla che il gruppo non è mai più riuscito a replicare lungo tutta la sua carriera. Di primo acchito potrebbe sembrare un’altra applicazione del teorema degli Ulver (cioè “buoni i primi, merda tutto il resto”) e sul quale a dirla tutta non sono neanche troppo d’accordo – o meglio, non sono d’accordo sull’applicarlo al gruppo da cui prende il nome. Ad ogni modo in realtà non è proprio così. Proporrei piuttosto di mettere nero su bianco un nuovo teorema (o forse una derivazione di quello degli Ulver), ossia il teorema dei Moonspell, che recita così: quando un gruppo alza talmente tanto le aspettative col suo primo album, non importa cosa farà dopo, non sarà comunque abbastanza. Per quanto io possa apprezzare Irreligious, Sin/Pecado e altri episodi della discografia dei lusitani, per me Wolfheart rimane comunque un album perfetto e inarrivabile. (Leggi tutto)

Fieldy dei KORN è fiero di presentarvi i suoi Izms

18 aprile 2019


L’ultimo periodo in cui ho seguito i Korn è stato intorno a Take A Look In The Mirror, un disco tutto sommato ascoltabile e che includeva qualche buon singolo, oltre a un paio di canzoni minori di discreta fattura tipo Counting On Me oppure Alive. Ma si percepiva in quale misura il momento migliore fosse del tutto passato. Ho come messo una pietra tombale su di loro, anche se l’ultimo album The Serenity Of Suffering, da quel poco che ho avuto modo di assimilarne, non era per niente brutto, anzi: è che non ho proprio voglia di ripartire con i Korn, forse perché li associo a un’epoca in cui ebbero un’utilità che oggi, nella loro musica, non scorgo più. Così, tolte alcune scaramucce private riguardanti il dentro-fuori-dentro di Brian Welch e l’autobiografia – intesa come sinonimo di piagnisteo – del loro bassista Fieldy, non ho memoria di altri dischi o fatti recenti legati al gruppo di Jonathan Davis, che siano stati capaci di colpire la mia attenzione. Per quello che mi riguarda, ormai mi suonano come l’equivalente di una congrega composta da ultraquarantenni infilati dentro tute in acetato che hanno iniziato a convertirsi in massa ed a scrivere singoli orribili già dai tempi di Twisted Transistor. E un po’ mi dispiace, anche se pochissimo.

Ma da oggi avrete modo di collezionare gli Izms di Reginald Arvizu, in arte Fieldy. Il musicista, con il gruppo sin dai tempi del bellissimo album di debutto nonché padre di una settantina di figli, afferma che in un periodo piuttosto buio della sua vita ha trascorso alcune ore al giorno a dipingere su tela certe raffigurazioni, le stesse che a lavori ultimati avrebbero assunto questo nome: Izms. E ce ne parla in maniera molto seria. (Leggi tutto)

Andrew Wood e la definizione della parola “spreco”

17 aprile 2019

Vi sarà capitato plurime volte di riferirvi a qualcosa o qualcuno che delude le vostre alte aspettative o non risponde appieno ad un potenziale evidente con queste due parole: “che spreco”.

C’era una volta, in un paese di muschi, licheni, foreste, alto tasso di suicidi e uso di droghe pesanti, un ragazzo dal volto angelico e le guance paffute, un vulcano di idee artistiche e soluzioni melodiche sempre attivo e fumante, più piroclastico che fluttuante magma e detriti. Più come l’esplosivo monte Sant’Elena (punto di riferimento visivo di quella stessa regione buia e piovosa di cui si diceva poco sopra) che come il famosissimo Kilauea, con i suoi lenti fiumi di fuoco che scorrono costanti.

La scena di Seattle, che oggi viene considerata giustamente come una delle capitali mondiali del rock, ad inizio della cruciale decade degli anni Ottanta faceva schifo al cazzo. A parte i Queensryche o i Metal Church e qualche gruppetto più o meno degno di nota come i Fastbacks o i 10 Minute Warning, dediti ad un hardcore vecchia maniera e in cui militò per un periodo anche Duff McKagan, il quale decise poi a ragione di muoversi verso altri e più attivi poli musicali come quello della fiorente scena street/glam di Los Angeles, non c’era davvero nulla degno di nota, e la città del caffè soffriva la pressione del trovarsi tra due “luoghi sacri” del punk come furono appunto L.A. e la più sorniona ma ugualmente importante scena di Vancouver, ancora più a nord. Si dovrà aspettare fino a metà decennio per vedere qualcosa accadere nel nord-ovest, e principalmente grazie ad una manciata di nomi come Green River, Screaming Trees, Melvins, U-Men o gli straordinari Skin Yard di Jack Endino, principe dell’underground che tanti dei primi demo/EP produsse all’epoca. Questi avrebbero illuminato la via a chi ben sapete. (Leggi tutto)

Conosci la morte per goezia: USURPER, IMPRECATION E MYSTIFIER

16 aprile 2019

Davvero difficile non voler bene agli USURPER, una di quelle band per cui la storia della musica inizia con Morbid Tales e finisce con Emperor’s Return. Ne abbiamo parlato di recente a proposito del ventennale di Skeletal Season, che è forse il loro disco migliore e che mi sono riascoltato per l’occasione. Ma non è solo in virtù di tale improbo confronto che Lords of the Permafrost mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Da Cryptobeast sono passati quattordici anni, il gruppo si è sciolto e poi riformato con un bassista nuovo e l’aria è quella rilassata della reunion estemporanea, tanto per farsi qualche festival in giro dove sbronzarsi a merda e insidiare qualche chiattona. Che va benissimo, chiaro, ma l’album non è davvero nulla di che, con una registrazione moscia che castra pure quei frangenti blackettoni (Cemetery Wolf, Warlock Moon) dove qualche segno di, ehm, vita in più c’è. Sia chiaro, quando si tratta di riciclare riff dei Celtic Frost (con tanto di urgh! al punto giusto) io non potrò certo mai trovarmi a disagio, un paio di pezzi che fanno muovere la capoccia non mancano (Beyond the Walls of Ice) e il dischetto scorre pure bene ma, giunti alla fine, non viene troppa voglia di rimetterlo su, sebbene duri poco più di trentacinque minuti. Dopo un così lungo silenzio, mi aspettavo qualcosa di più.

Forti di uno dei moniker migliori della storia, gli IMPRECATION sono esponenti di quel particolare filone del death metal americano – oscuro, blasfemo e pieno di suggestioni doom – che ha nei sempiterni Incantation gli interpreti principali. Un filone che, dai Dead Congregation in poi, ha tirato fuori negli ultimi anni un numero impressionante di epigoni, tanto da innescare tardive rivalutazioni di band che sembravano dimenticate come, appunto, questa formazione texana, che si era sciolta nel 1998 dopo aver rilasciato solo una compilation, Theurgia Goetia Summa, contenente i brani delle due demo e dell’unico ep rilasciati fino a quel momento. Ma era l’epoca d’oro del death svedese e del black evoluto, quindi, salvo qualche raro aficionado, non se la filò nessuno. Il gruppo si riforma nel 2009 con due soli membri originali – batterista e cantante – e il primo lp in ventidue anni, il notevolissimo Satanae Tenebris Infinita (grandi latinisti pure loro), esce solo nel 2013. (Leggi tutto)

Rifugiarsi fra i boschi con EXUMER – Hostile Defiance

15 aprile 2019

John Rambo è come un vagabondo che si insinua nelle zone più remote dello stato di Washington; lo fa per incontrare un vecchio amico con cui condivise un fortissimo dolore, la guerra del Vietnam. Sarà presto accolto da uno sceriffo benintenzionato, Will Teasle, il quale lo accompagnerà dal compagno di plotone non prima di avergli offerto un pasto caldo e una confortevole doccia. Raggiunto l’ex soldato, lo scoprirà malato di cancro e penserà che sia colpa del terribile Agente Arancio. Mesi trascorsi al capezzale dell’amico gli faranno riscoprire i reali valori dell’umanità, che la giungla assassina e la crudeltà dei Charlie – nonché del proprio governo, ipocrita e opportunista – avevano letteralmente eradicato dalla personalità di un sempre più fragile John. L’amico guarirà dalla malattia, e i due correranno felici lungo le sponde dei fragorosi torrenti che circondano la ridente cittadella di Hope.

Hostile Defiance degli Exumer suona più o meno così, mentre Possessed By Fire è il film che avete visto decine di volte, cedendo puntualmente alla tentazione di rimanere su Rete 4 ogni volta che ritorna in programmazione. Il thrash metal a cui mi riferisco non è Hostile Defiance: è attitudine, nient’altro. Non è un qualcosa di calcolato al centimetro quadrato, né la fredda esecuzione di uno stile musicale arricchita con un paio di mid-tempo fatti di roccia, sulla scia di Blacklist degli Exodus. L’unica uscita coraggiosa presente in Hostile Defiance corrisponde alle tremende tastiere di King’s End; i suoi rari sussulti, ad una parte centrale di Raptor che effettivamente mi fa saltare sulla sedia ogni volta che la risento. E poi c’è pure Vertical Violence, devo ammettere che anche lei è davvero carina e che verso il finale, il disco tende a riprendersi un po’ dal torpore che lo aveva tenuto a capo basso fino ad allora. (Leggi tutto)

La frusta letteraria: CIXIN LIU – Trilogia dei Tre Corpi

14 aprile 2019

Ho sempre letto parecchio. Da ragazzino cominciai con una riduzione in prosa dell’Odissea, trovata nella piccola biblioteca della scuola media che frequentavo, che presi più per non dover studiare il libro di testo che per altro. Mi piacque parecchio, e da lì in poi non mi sono più fermato (peraltro la positivissima ricaduta fu che gli ottimo alle interrogazioni fioccavano che era un piacere). Come lettore sono piuttosto onnivoro, non ho una predilezione particolare per questo o quel genere purché a) si tratti di storie interessanti e b) siano scritte bene. Scarto aprioristicamente roba scritta da donne. La cosa può apparire misogina, forse lo è, ma nella mia esperienza l’unica lettura femminile degna è stata Tanith Lee, almeno fino ad un certo punto, con buona pace delle varie Marion Zimmer Bradley, Lois McMaster Bujold, Ursula Le Guin e compagnia assortita.

Comunque, verso quindici o sedici anni ero presissimo dal fantasy, a cui mi accostai principalmente perché giocavo a Dungeons & Dragons, il cui naturale complemento erano i libri di Drangonlance della Armenia Editrice (i più vecchi se li ricorderanno, magari), a cui poi si sono aggiunti le prime due trilogie dedicate a Drizzt ed agli elfi scuri di R.A. Salvatore (sempre Armenia) e, soprattutto, Robert E. Howard, Karl Edward Wagner, L. Sprague De Camp, Fritz Leiber, e insomma, la cosiddetta sword and sorcery. Direte voi: “Embe’? Grr, dov’è Tolkienzz?!1!1” Tolkien c’era, come no, ma sono più legato agli autori appena elencati. Non che non lo abbia apprezzato o non sia stato formativo, per certi versi, però mi piaceva molto di più altra roba, ed è tanto più vero quanto il motivo per il quale ho finito poi per adorare Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di quel pigro bidone di merda di Martin che vent’anni fa, quando uscì il primo libro della serie in Italia, trovai per molti aspetti più vicino agli autori americani che scrissero su Weird Tales che non al Signore Degli Anelli o a, diciamo, tutto quel mondo legato in qualche modo ai giochi di ruolo di derivazione pseudo-Tolkeniana. In effetti Martin non è che ha innovato nulla, semplicemente si è rifatto ad un altro passato, e questo è un fatto, senza volergli togliere nessun merito in particolare. Anzi. (Leggi tutto)

Musica di un certo livello #31: INNER SHRINE, AFRAID OF DESTINY

13 aprile 2019

I toscani Inner Shrine sono stati negli anni ’90 tra i migliori interpreti italiani di quell’ondata di gothic metal che stava avvolgendo l’Europa di un pesante drappo di velluto rosso (nonché di troppi pizzi e merletti). La loro particolarità risiedeva nell’uso combinato di testiere e voci femminili, eteree o soprano, finalizzato a creare ambientazioni malinconiche e cariche di romanticismo (quindi per intenderci, più velluto e meno pizzi). Nell’intento erano unici (forse solo i primi Macbeth vi si avvicinavano in attitudine), anche perché riuscivano nell’intento in un modo che appariva talmente naturale e fluido da non potervi non rimanere coinvolti (anche perché il loro gothic lirico e orchestrale era molto più cupo di quello che si sentiva in giro). Dopo un esordio cui sono molto legato sono andati via via calando nella mia personale graduatoria di gradimento, ma non ho mai smesso di seguirli, in paziente e umile attesa che se ne uscissero con un disco come piace a me: Heroes è un titolo veramente perfetto per un album del genere, carico di eroismo epico ma sempre ammantato di quella gotica malinconia che appartiene loro, con una struttura insolita e una forma canzone classica (intesa come propria della musica classica) ma pienamente aderente alle peculiarità del gothic metal (netta, quindi, la distanza tra questo e il senza compromessi ma più ostico Mediceo). La mia impressione è che qui si riparta da quell’attitudine che rese unico Nocturnal Rhymes Entangled in Silence e anche nei contenuti, al netto di una produzione più adeguata ai tempi odierni, pare che non sia poi trascorso così tanto tempo nonostante in realtà parecchia acqua sia passata sotto i ponti e quel drappo sia ormai logoro e frusto, con pochissimi gruppi rimasti a ricucirne gli strappi. In questo contesto si inserisce Heroes che fregandosene di tutto ciò riesce a ricreare quelle atmosfere che mancavano da un po’. (Leggi tutto)

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