Vai al contenuto

Avere vent’anni: ANATHEMA – Judgement

22 giugno 2019

Per anni è stato il mio album preferito del secondo corso degli Anathema, poi è arrivato Weather Systems. È tipo un mese che ho solo Judgement nelle cuffie, con la conseguenza di essere indietrissimo con gli ascolti di tutto ciò che è stato pubblicato nel frattempo. La seconda conseguenza è che sto addirittura rivalutando il primato di Weather Systems, che oramai davo un po’ per scontato. Questo album segue un altro molto amato, Alternative 4, forse in generale anche più amato di questo. Io però penso che fra i due non ci sia grande sfida, e cito qualche titolo sparso a sostegno della tesi: Deep, Pitiless, Forgotten Hopes, Destiny is Dead, Make it Right, One Last Goodbye, Parisienne Moonlight, Judgement, Don’t Look Too Far, Emotional Winter , Wings of God, Anyone, Anywhere, 2000 & Gone. Ebbene sì, non esiste un brano che non sia perfetto a sé stante, nonché perfettamente inserito in un equilibrio solidissimo tra gli altri e se molti di questi aprono o chiudono ancora oggi i loro concerti, acustici e non, qualcosa vorrà pur dirlo. La parola “capolavoro” è quella più idonea a descrivere l’album: sarà anche abusata ed usata spesso a sproposito, ma non in questo caso.
(Leggi tutto)

The Gathering: quando i TESTAMENT assassinarono il thrash metal

21 giugno 2019

Il mio spacciatore di dischi era il futuro webmaster della webzine in cui finii per scrivere. Alcune volte veniva da me e senza dirmi niente mi passava questi cd masterizzatissimi, con un sorriso beffardo stampato sulla faccia che stava a intendere: tanto lo so che ti garba. Ci azzeccava quasi sempre, e, le poche volte che ciò non accadeva, ingigantivo il fatto per fargliela pesare come si farebbe con un pezzo di merda qualunque. Un giorno mi consegnò The Gathering dei Testament, così, dal nulla. Un po’ tutto quello che mi ritrovavo per le mani finivo per comprarlo, e paradossalmente, The Gathering dei Testament ci misi circa un annetto per portarlo a casa originale. E la cosa buffa è che una volta preso, continuai ad ascoltare quel cd-r ancora per un po’. Era come se mi ci fossi affezionato, mi rodeva il cazzo toglierlo di lì ed erano mesi che mi tenevo nel lettore prevalentemente quello: sono usciti gli Annihilator? Okay, poi li sentirò. Adesso ho i Testament. Un album perfetto, The Gathering, e che non sapeva di avere un difetto grossissimo. Ma era pur sempre perfetto.

I Testament erano un gruppo parecchio sbarellato, tanto che dopo The Ritual cambiarono più facce lì dentro che in una di quelle pizzerie che fanno le consegne con il motorino, e che mensilmente uccidono decine di aspiranti pensionati spedendoli di corsa verso alte palazzine prive di un ascensore, principalmente in giornate piovose e fredde, il tutto per una paga del cazzo. Ci passò chiunque dai Testament, ed alcuni non incisero alcunché di particolare, come sarebbe accaduto a Chris Kontos. La band si era pure sciolta e riformata in un lasso di tempo che aveva del ridicolo, ma la vera reunion dei Testament fu questa qua: The Gathering. Ebbe la durata di una lunghissima tournèe, dopodiché il silenzio ripiombò su di loro per una serie di problematiche fisiche che prima si presero la salute di James Murphy, e infine tormentarono Chuck Billy. Ma fu un periodo veramente intenso, certamente più adrenalinico di tutta quella roba riuscita soltanto a metà che seguì The New Order, e che avrebbe portato uno come Alex Skolnick a togliersi dai coglioni in direzione di altri generi musicali. Apprezzo Low ed ho un debole per Souls Of Black nonostante i suoi palesi difetti, ma dopo The New Order – sia chiaro – i Testament non furono più in grado di ripetersi sui livelli degli esordi. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: TESTAMENT – The Gathering

20 giugno 2019

Il Messicano: Vent’anni fa comprai questo disco perché le riviste ne parlavano benissimo. Dicevano prima di tutto che fosse un enorme passo in avanti rispetto al suo predecessore, Demonic del ’97, e poi che addirittura si avvicinasse alle loro primissime cose. Grazie al cazzo: Demonic era proprio una porcheria per handicappati. Qualcuno si spinse oltre e scrisse che The Gathering fosse  uno dei loro dischi migliori, se non il migliore in assoluto. Avete presente le riviste medalz negli anni novanta? “Una vera mezzata”, “Autentico capolavoro” e via così: tutti uguali quegli idrocefali. E poi giù a rompere il cazzo con il fatto che alla batteria ci fosse Dave Lombardo. Me lo ricordo come fosse ieri. A distanza di vent’anni ve lo voglio dire ad alta voce: QUESTO DISCO È UNA CACATA A TRADIMENTO. Parte con il botto: D.N.R. (Do Not Resuscitate) e tu, che sei un giovane medalz, bestemmi la madonna. Che cazzo vuoi dire a ‘sto pezzo? Niente. Prosegue abbastanza bene con Down for Life, ok? E poi il tradimento, come la più subdola delle troie: si trasforma in un pastone di merda a cui non si avvicinerebbero nemmeno dei maiali a digiuno da un mese. Avete capito? Dalla terza in poi fa così ‘sto disco: BLUARGHSBUDUBUARGHSBADABUARGH come un cesso intasato. Ai tempi con 10.000 lire ti venivano fuori quattro cannette decenti e io per ‘sta cosa ne spesi il doppio. Andate a fare in culo. Non ho altro da dire.

Cesare Carrozzi: The Gathering è stata la prima di almeno due rinascite dei Testament, gruppo assai conosciuto, assai amato ma anche assai discontinuo, sia per le tempistiche delle uscite discografiche che per la qualità delle stesse. Dopo il fulminante inizio di carriera nella seconda metà degli anni Ottanta, dove in tre anni sono riusciti ad infilare altrettanti dischi uno meglio dell’altro (The Legacy, The New Order, Practice What you Preach), gli inizi dei Novanta furono assai travagliati, principalmente per via dell’abbandono di quel fenomeno di Alex Skolnick (fenomeno non tanto per le doti musicali, indubbie, quanto per la stupidità sbalordiva che lo portò a lasciare i Testament per andare a studiare jazz, finire giustamente per fare la fame e rientrare lustri dopo con la coda tra le gambe), ma anche per una fase di stanca di Eric Peterson, fa sempre il principale compositore del gruppo. Metteteci pure che i primi anni Novanta e il metal è morto e il grunge e blablabla e insomma il quadro è chiaro. Di quel periodo salvo giusto qualcosa (ma poco) di Souls of Black (dove c’è ancora il nostro emulo di Joe Pass), che Demonic e Low sono giusto sottobicchieri troppi cari. E insomma passato un lustro dall’ultimo sottobicchiere ecco che, dal niente, esce fuori The Gathering, che è sostanzialmente lo sforzo concentrato di Eric Peterson e Chuck Billy per non far morire i Testament di morte prematura. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CHEMICAL BROTHERS – Surrender

20 giugno 2019

Il suono degli ultimi passi di un mondo in cui le persone dovevano uscire per strada e andare in giro per vedere quello che succedeva: nel giro di pochissimo un modem a 56k ci avrebbe portato l’universo dentro casa e avrebbe finito per seppellirci lì dentro. Prima che la vita scorresse sullo schermo di un telefonino c’erano sabati sera fatti di insoddisfazione perenne all’inseguimento di qualcosa senza nome. Birre, cannetta, festa, gira la testa, locale, musica a palla, pasticca, abbracciare gente a caso, bocca secca, aria fresca, tangenziale, il divano di qualcuno appena in tempo per qualche gran premio e poi tutti a nanna.

Surrender va al ritmo videoclipparo con cui quegli anni si autorappresentavano, uno zapping frenetico che era la velocità alla quale sembrava tutto dovesse viaggiare per avere significato. Forse basterebbe questo per metterlo nella lista degli album più realmente rappresentativi del decennio, lì insieme a Nevermind e The Downward Spiral (e tanti altri in realtà) a testimonianza di quello che era il mondo in quegli anni lì. Ma non è solo il segno di un’epoca (anche le Spice Girls lo erano): si dà il caso che fosse anche una meraviglia. Uno sforzo creativo complesso e cervellotico al servizio di uno dei più basilari istinti dell’essere umano: ballare. (Leggi tutto)

UADA // ENISUM // PANZERFAUST // WRAITHREST @Slaughter, Paderno Dugnano (MI) 19.06.2019

19 giugno 2019

Concerto infrasettimanale a Paderno Dugnano. È vero, è faticoso, non sono più un ragazzino e la mancanza di sonno domani mi devasterà, ma non posso fare troppo la fighetta, perché se dovessi mancare agli Uada a trenta chilometri da casa poi il rimorso mi perseguiterebbe per sempre. Arrivo ad un orario imbarazzante, tipo le 19, sia perché devo intervistare gli Enisum e sia perché mi conviene venire direttamente da lavoro invece di tornare a casa, prendere la macchina e perdere un’ora e mezza nell’andirivieni.

E così sono allo Slaughter già da un bel pezzo quando si presenta il Maresciallo Diaz accompagnato dalla sua gentile signora e dal suo amico Varg Vikernes, polistrumentista norvegese molto triste dopo quella storiaccia di Youtube che gli ha chiuso il canale. Gli WRAITHREST invece iniziano con un bel po’ di ritardo, non so se a causa di problemi tecnici o nella speranza che si rimpolpi l’udienza: in effetti siamo pochini, forse una settantina in tutto, ma credo conti molto il fatto che sia un martedì sera. Gli Wraithrest comunque soffrono di un suono decisamente sballato, con volumi altissimi e un riverbero diffuso che rende la loro prestazione a tratti incomprensibile: è sinceramente un peccato, perché qui e lì emergono alcuni spunti interessanti che meriterebbero un ascolto più approfondito. Vorrà dire che li recensiremo quando daranno un seguito al debutto Path ov the Raven. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: KAMPFAR – Fra Underverdenen

19 giugno 2019

Fa un certo effetto celebrare i vent’anni di Fra Underverdenen praticamente in contemporanea con il nuovo disco di Dolk e compagni, lavoro che sta ricevendo consensi un po’ ovunque raccogliendo nuove schiere di fan per la band di Fredrikstad. In questo spazio non mi pronuncerò sul nuovo corso della band (chi mi conosce sa come la penso) ma mi limiterò solo a dire che i Kampfar vent’anni fa erano decisamente un’altra cosa, con il loro personalissimo mix tra un classico black metal di matrice nordica e la componente folk portata dal chitarrista Thomas Andreassen, che oramai non fa più parte del gruppo da svariati anni.

I ghiacci perenni del capolavoro Mellom Skogkledde Aaser vengono in questi frangenti sostituiti da oscure foreste di conifere popolate da troll e altre creature malefiche prevenienti dal Mondo Sotterraneo (“fra underverdenen”, per l’appunto), che costituiscono il concept lirico del lavoro. Musicalmente questo disco si dimostra molto più oscuro e propriamente black metal rispetto al suo illustre predecessore, e da questo punto di vista l’opener I Ondskapens Kunst ne rappresenta un perfetto sunto, con un triste arpeggio di natura folk che dopo pochi secondi esplode in un violentissimo tremolo picking di chiarissima vecchia scuola norvegese, con Dolk che urla come un ossesso sopra linee di basso ultradistorto raramente così udibili in un disco black metal, che a volte si sostituiscono ai riff di chitarra. (Leggi tutto)

THE CURE @Firenze Rocks, 16.06.2019

18 giugno 2019

Foto dalla pagina Facebook dell’evento

Dopo un autobus, un pullman, un tentativo di sonno, un panino, una barretta al cioccolato, due soste veloci in autogrill, un tramvetto e un pezzo a piedi in un afoso pomeriggio fiorentino, giungiamo finalmente alla Visarno Arena. Davanti a noi ore ed ore di concerti e io, anche giustamente, ho già sonno. Ma a Firenze non sono stronzi come a Roma ed ecco che, attraversati i soliti cancelli (nessuna fila, romani prendete appunti!) e gli stand che servono birra e cibo a prezzi da St. Moritz (su questo punto ci difendiamo anche noi, purtroppo), ci appare in tutta la sua magnificenza lui: IL TENDONE, con pochissima gente sotto tra l’altro. Mi sdraio lì per le prime due ore più o meno. Sul palco sale un gruppo con il cappotto giallo alla Greta Thunberg e dopo dei tizi, probabilmente fan di Stalin, che si chiamano Siberia: sti cazzi, l’ombra e il riposo sono più importanti, adesso.  Mi riesco ad alzare per i mai sentiti Balthazar che, nonostante il nome faccia pensare ad un night club o ad un cattivo di un cartone anni ’80, fanno un indie rock non malvagio, anzi con piacevoli reminiscenze depechemodiane e il basso groovoso e talmente a cannone da farti muovere la testolina su e giù in più di un’occasione.

Una spruzzata degli idranti sul pubblico (possiate essere benedetti!) ed è il turno degli Editors. Anche loro non li avevo mai sentiti (scusate, sono una zappa) ma posso dire che mi sono sembrati una band di solidi professionisti, precisi ed impeccabili. Molto apprezzati dal pubblico; c’è uno dietro di me che canta tutte le canzoni e zompetta ininterrottamente, chissà che polpacci gli sono venuti, alla faccia di chi preferisce la palestra ai festival. Per quel che riguarda la proposta musicale non so, probabilmente li conoscete meglio voi di me; mi vien da dire “new wave”, così su due piedi, ma sono proprio territori per me sconosciuti. Bargone mi scrive per messaggio “una specie di Interpol più allegrotti”. Gli Interpol li ho a malapena sentiti nominare, traete voi le conclusioni. (Leggi tutto)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: