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PATHOLOGY – Reborn to Kill

15 agosto 2019

Per un certo periodo i Pathology sono stati uno dei migliori gruppi death metal americani della nuova generazione. Mi innamorai di loro con il quarto album, Legacy of the Ancients, brutal death intransigente e cavernoso ma pieno di groove e dinamismo, ovvero quello che è quasi sempre mancato alle legioni di emuli dei Devourment che infestano la scena. Poi la band iniziò ad andare a puttane proprio dopo quello che è forse il loro disco migliore, The Time of Great Purification, uscito nel 2012, in seguito al quale i californiani smisero di esibirsi dal vivo per diventare un progetto solo da studio e, invece di confermarsi con un nuovo colpaccio, pubblicare appena un anno dopo quello che è invece il loro capitolo meno felice, lo spento Lords of Rephaim. Colpa di una formazione a porte girevoli che ha visto finora come unico membro stabile il batterista Dave Astor (ex The Locust e Cattle Decapitation) e di una prolificità eccessiva che non ha giovato alla qualità dei lavori successivi.

L’unico modo di uscire dal vicolo cieco era mischiare le carte in maniera decisa. Ed è quanto avvenuto con questo Reborn to Kill, coinciso con una ripresa delle attività live e un cambio di formazione ancora più radicale. Fuori tutti, compreso il chitarrista storico Tim Tisczenko, che ora risulta reintegrato ma non ha partecipato alle registrazioni. Il risultato è un’inversione a U stilistica evidente già dall’opener Hieroglyphs on Cement Walls, che è pure uno dei brani più tradizionali. (Leggi tutto)

ARCH/MATHEOS – Winter Ethereal

14 agosto 2019

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Non è a cuor leggero che mi accingo a scrivere di Arch/Matheos. Lo faccio con un certo ritardo rispetto all’uscita ma ho le mie ragioni. In effetti potrei semplicemente compilare due righe, dire che è bellissimo e che in questo, finora, abbastanza povero 2019 si appresta ad entrare tranquillo in playlist, salvo sconvolgimenti. Il passo successivo sarebbe dire a Ciccio e Bargone che il mio contributoè’ pronto e poi tornare magari a parlare di death metal putrido fatto da ventenni che se ne sbattono della Nuclear Blast. Sarebbe bello. Però è d’uopo (ma come cazzo parlo?) fare più d’una considerazione, all’uscita del successore di Sympathetic Resonance, ormai risalente al 2011 e sempre a nome del nostro duo pazzerello.

La prima, ed evidentissima, è: ma John Arch ha firmato con il sangue un patto col Diavolo? È possibile? Sennò come si spiega che la potenza, l’estensione, il timbro etc siano rimasti praticamente INTATTI dai leggendari fasti di quel capolavoro imprescindibile del power metal americano che risponde al nome di Awaken the Guardian? Non ci credete? Basta premere “play” su Spotify. In effetti c’è proprio aria di ritorno a casa. Il materiale è anche parecchio heavy, più come in No Exit che come sui primi tre ad onor del vero, visto che si tratta di roba abbastanza progressiva.

Anzi, heavy come No Exit e progressivo come, se non di più, l’immortale Perfect Simmetry (eh sì, difficile che non solo non azzeccassero un album fino alla fine degli anni ottanta, ma che l’album in questione non fosse un capolavoro tout court). Per essere più’ precisi, l’album suona esattamente come se John Arch, invece di prendere la sua strada dopo Awaken the Guardian, avesse continuato con i Fates Warning e avesse inciso quei dischi di cui abbiamo appena detto, e continuato a farlo negli anni. (Leggi tutto)

Brevi recensioni alla cazzo di cane: STEEL PROPHET, CRAZY LIXX, DIVINER

13 agosto 2019

STEEL PROPHET – The God Machine

Si parte subito col piede sbagliato, cioè con uno svociatissimo acuto adagiato malamente proprio all’inizio di The God Machine, il pezzo posto in apertura che da il titolo all’album. Insomma. Però è soltanto un attimo, perché il nuovo cantante, tal R.D. Liapakis (che figata ‘sti nomignoli: R.D. Liapakis. Mo’ comincio a firmarmi come C.J. Carrozzi, sai le risa), in realtà ha un’ottima voce, molto più a suo agio sui registri medi e decisamente sporca, in pratica il contrario del precedente Rick Mythiasin, pure bravissimo ma anche molto pratico come antifurto. Quindi perché mai prodursi in un acuto mezzo soffocato proprio in apertura del CD? Boh?. Chi lo sa che gli dice la testa a questi. Il ogni caso The God Machine è un bell’ascoltare e, anche grazie al nuovo cantante, suona molto più ‘europeo’ dei precedenti, pure se ammetto che con gli Steel Prophet mi ero fermato a Messiah di quasi vent’anni fa, disco che rimane un ottimo rimedio alla stitichezza, se mai doveste averne bisogno. Promossi, quindi. (Leggi tutto)

Perché non posso più soffrire i PEARL JAM

12 agosto 2019

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Ho sempre considerato i Pearl Jam l’antitesi del grunge, una band che si era ritrovata al posto giusto nel momento giusto con un biglietto da visita pazzesco come Ten, la loro gabbia, il loro ostacolo insormontabile, un disco che manco Eddie Vedder ha mai capito come cazzo fosse loro venuto fuori. Un classico dietro l’altro. La mia preferita a volte è Jeremy, altre Black, cambia molto spesso. Alla lagna sui videoclip da non filmare per combattere il sistema si poté non fare caso grazie ai buonissimi Vs. e Vitalogy ed al coraggioso No Code. Dopo Yield i Pearl Jam sono divenuti ai miei occhi una band a cui chiudere definitivamente la porta in faccia, al punto che non potevo sopportare di vederci dentro Matt Cameron, che identificavo ancora nei bellissimi pattern di batteria di Superunknown.

I Pearl Jam post-1998 sono come quei gruppi raccatta milf alla ricerca di un altro po’ di vita. In Italia ne siamo pieni a un livello strettamente “pop”: abbiamo Vasco Rossi tenuto su con l’ausilio di grucce, Jovanotti che va a scassare il cazzo a Reinhold Messner per suonare tra i camosci e un sacco di altre figure altisonanti. Tutti alla Jova Beach, e spero che presto vorrà organizzare uno show esclusivo nella rete fognaria italiana, così si sigillano tutti i tombini del quartiere una volta che sono dentro a ballare e cantare al ritmo tribale del futuro.

Uscendo dal Belpaese ci sono poi gli U2, le magagne del Live AID e tutti gli intrallazzi politici tra Bono e i potenti che egli stesso afferma di combattere più o meno da quando si faceva le seghe. Dovrei accostare Eddie Vedder a una lista di nomi illustri, perlopiù defunti, come Chris Cornell e Layne Staley. Ma non ci riesco, penso ai Pearl Jam e li associo immediatamente alla gentaglia di cui sopra e sul momento non comprendo nemmeno perché. Probabilmente si sono trasformati in un pretesto per far identificare le persone nel rock, bene, male, oppure malissimo che sia. Sono andato a vedere Eddie Vedder, sono di conseguenza un rocker. Ho le Converse, sono sempre un rocker.

E poi durante i concerti questo qua parla più di politica che di musica, sembra Adriano Celentano in quei programmi che lentamente sono scomparsi dai palinsesti. Quelli come lui sono icone auto proclamate di qualcosa, ma a un Eddie Vedder sarebbe bastato insistere con album onesti sulla scia di Yield. I proclami e i presunti ideali per cui combattere – oppure vendere un prodotto – l’hanno trasformato nel Bono Vox del grunge di Seattle.
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Disturbi bipolari: THE OFFERING – Home

10 agosto 2019


Ricordo bene che quando sono entrato qua dentro, una delle prime cose di cui mi venne in mente di scrivere fu questo EP omonimo scritto da cinque debuttanti della costa orientale degli Stati Uniti: i The Offering. Dopodichè li lasciai perdere, pensando che non gliene sarebbe fregato niente a nessuno. Anche perché avevano parecchi riff alla Nevermore, che al solo nominarli in questa sede, vieni circondato da numerosi cani da combattimento che attendono solo l’ordine del Messicano per scagliarsi contro di te.

Da adoratore dei cani quale io sono, non ho certo potuto richiudere un occhio ora che i The Offering si sono ripresentati sul mercato con intenzioni più serie, leggasi Century Media, e un disco intero da ascoltare. Si intitola Home, e nel suo caso mi trovo seriamente in dubbio sul da dirsi. Vediamo di fare un po’ d’ordine: per loro fortuna Alex Richichi ripropone lo stesso cantato di scuola metal americano (Control Denied e simili, in particolar modo) infilato però in un contesto sempre più sfacciatamente moderno. Che poi sarebbe la stessa identica solfa dei Protest The Hero, solo che qui ci sono tutte le varianti del caso. Queste ultime mi preoccupano un po’, e se già nell’ EP trovavamo un growl che non mi esaltava affatto, qua Alex tende ad esasperarne l’utilizzo, abusandone, passando per qualche urlaccio e per una ricerca della varietà a tutti i costi con cui la pagherà a caro prezzo in termini di personalità. Sostanzialmente si tratta di un interprete dall’ottima tecnica esecutiva: cantasse pulito e non stesse a rompersi il cazzo, se c’è già ciò che gli riesce al meglio, e se appunto quest’aspetto si fonde come meglio non si potrebbe con la sua musica.
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I MONDIALI DEL METALLO: facciamo il punto

8 agosto 2019

Sulla nostra pagina Facebook of fire and steel si stanno svolgendo I MONDIALI DEL METALLO. Facciamo il punto della situazione e anche un po’ di luce su ciò che vi aspetta.

PRELIMINARI: abbiamo iniziato col proporvi i sondaggi relativi all’anno di grazia del metallo 1995. In totale, questo turno preliminare di sondaggi quotidiani ha visto svolgersi 24 scontri diretti, determinati da sorteggio casuale, tra 48 dischi metal pubblicati nel 1995. Abbiamo assistito ad un prevedibile dominio di Death (Symbolic), At The Gates (Slaughter Of The Soul), Darkthrone (Panzerfaust) e Dissection (Storm of the Light’s Bane), che sia in termini di percentuali, sia di voti assoluti, hanno brutalizzato i loro rispettivi contendenti. Più combattute le sfide “di genere”, tipo quella che ha visto Battles in the North vincere su Domination o Imaginations From The Other Side fare il pelo e contropelo a Destroy Erase Improve, entrambe sfide il cui esito, però, non era proprio scontato (forse la vittoria di Imaginations era un po’ più telefonata, ma è anche noto che i Meshuggah abbiano una fanbase molto solida ed agguerrita). Impossibile non citare l’infinita querelle tra Nightfall ed Elegy, che si è fermata in parità assoluta alla prima sfida, per poi vedere la vittoria dei greci con un solo voto di distacco nello spareggio. Ammettiamo, infine, che ad alcuni di noi in redazione la sconfitta di Land Of The Free contro Once Upon The Cross dei Deicide per una manciata di sporchi voti ha fatto un po’ male. (Leggi tutto)

… E alla fine arriva un nuovo pezzo dei TOOL

8 agosto 2019

Infine ci siamo. Dopo 4.871 giorni di annunci e smentite, dopo 116.904 ore di illazioni, frustrazioni e anticipazioni, dopo 7.014.240 minuti di allusioni, illusioni, delusioni e soprattutto giramenti di coglioni, i Tool hanno pubblicato un nuovo pezzo, Fear Inoculum, primo estratto dall’omonimo album in uscita il prossimo 30 agosto.

Ci sarebbe tantissimo da dire, da scrivere, da analizzare: l’hype accumulato nell’ultimo decennio giustificherebbe iperboli e superlativi assoluti di ogni tipo. Ma un pomeriggio d’ascolti basta giusto per farsi un’idea, per assaporare il mood generale, per tirare un respiro profondo e provare a metabolizzare il primo impatto. Arriverà la mente lucida, e con lei le considerazioni ponderate e le valutazioni d’insieme. Per ora godiamoci questi 10 minuti attesi 13 anni, magari non proprio sorprendenti ma nel complesso indubbiamente ammalianti. (Leggi tutto)

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