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I nuovi standard: KATAKLYSM – Meditations

19 giugno 2018

Avete presente il giochino dei pro e dei contro? Se lo si facesse coi Kataklysm l’elenco penderebbe sicuramente dalla seconda parte, ma per certi aspetti devo comunque essere riconoscente verso i canadesi: un po’ perché intervistai Maurizio Iacono ai tempi di Shadows & Dust e fu una delle chiacchierate telefoniche più piacevoli che io ricordi, e un po’ perché, senza fare troppo il complicato o l’esigente, i loro dischi compresi fra The ProphecySerenity in Fire erano piuttosto accattivanti. Semplici, diretti e sorretti dalla inconfondibile voce dell’italoamericano, nonché dalle loro caratteristiche bordate di batteria.

I problemi dei Kataklysm sono principalmente due. Il primo è il fatto che, una volta trovata la ricetta vincente, sono entrati un po’ troppo in pilota automatico, e in pratica fino al penultimo Of Ghosts and Gods si notava più che altro il subentro alla batteria di un’autentica macchinetta come Olivier Beaudoin. Per entrare in dettaglio, il loro è un batterista che non mi piace affatto: ha tecnica da vendere ed è impostato oltre misura, ma non trasuda un briciolo dell’energia che il picchiatore di lungo corso Max Duhamel era stato in grado di liberare, come da manuale del metal estremo. Beaudoin è freddo nell’esecuzione, e più avanti vi ripeterò che nell’ultimo album si è anche ritrovato abbandonato ad una produzione un po’ troppo confezionata, e, nel caso dei suoni di cassa, ai limiti del ridicolo. Non noto inoltre una particolare differenza fra la maggioranza degli album dei Kataklysm che hanno seguito Epic – The Poetry of War: cambiano i tempi, il modo di produrre, e, in piccolissime dosi, la formazione. Il fatto è che Iacono e Dagenais si sono ben guardati dallo spostare troppi elementi sulla scacchiera, una volta capito che cosa – della loro proposta – piacesse al pubblico.

Personalmente non ne ho neanche mai compreso lo status di death metal band di punta, anzi attribuisco il tutto al fatto che, a inizio anni Duemila, i Kataklysm avessero azzeccato una mossa rivelatasi poi decisiva. Infatti, in un momento in cui il black melodico da vetrina godeva di ottima popolarità (MidianPuritanical Euphoric Misanthropia), facevano il botto i Die Apocalyptischen Reiter, un volpone come Martin Schirenc lanciava gli Hollenthon, ed avevi un seguito pure se ti chiamavi Orphaned Land ed eri israeliano – quindi tagliato fuori dalle migliori scene – anche uno scemo avrebbe capito che il trucco era quello di mescolare saggiamente le carte, a prescindere da dove provenissero le sue radici. Ad esempio, avrebbe funzionato più che discretamente un vago retrogusto black infilato in un contesto principalmente death metal, ma non troppo pesante altrimenti la gente sarebbe scappata, e con un riffing di base solidamente appoggiato su basi classiche. Non potevi sbagliare, Iacono, ti avrebbe ascoltato chiunque anche se non producevi niente di eccellente: e il fatto che quei tre o quattro dischi in rapida sequenza fossero risultati buoni, fece eccome la differenza. Il problema fu il rimanere stanziali, sulla stessa mattonella alla maniera di un Tony Iommi ai concerti, mentre il tempo scorreva.  (Leggi tutto)

Pain of Salvation / Kingcrow / Aeternum @Largo Venue, Roma, 16.06.2018

18 giugno 2018


Essendomi perso i Dark Tranquillity a Roma (giuro che non fu per Liverpool – Roma), questa è la prima volta che vedo un concerto al Largo Venue, locale di recente apertura che, grazie a qualche nome grosso, buona pubblicità e ottime iniziative, si sta già imponendo nell’ambiente.

Per motivi di lavoro non ho potuto assistere alla performance degli Aeternum, gruppo romano relativamente giovane che un amico arrivato prima di me mi ha descritto “come gli Iron Maiden ma più tecnici”. Immagino quindi che la loro sia una proposta di ispirazione più classica declinata però alle tendenze più moderne del metal. Per fortuna sono riuscito invece ad arrivare circa a metà concerto dei Kingcrow, gruppo rock progressive sempre romano. Non li avevo mai ascoltati prima e sono stati una bella sorpresa, anche perché non mi aspettavo avessero così tanto seguito e riuscissero a riempire più di metà sala. Non conoscendo la loro discografia non posso dire molto, se non che, in base a come hanno annunciato le canzoni, i pezzi più vecchi mi sono sembrati più classicheggianti, mentre quelli nuovi più moderni con qualche influenza post-rock. Inoltre l’equalizzazione e l’equilibrio tra gli strumenti sono stati pressoché perfetti, così come l’acustica del locale.  (Leggi tutto)

Alla ricerca del proprio Lebensraum: DEATH IN ROME – V2

16 giugno 2018

Ormai è troppo tempo che giriamo intorno a questa idea malsana di un festivalino targato Metal Skunk. Nel mio mondo ideale ci ritroviamo in una location in stile medioevale, tipo un castello mezzo diroccato come quello di Rocca Calascio, col gotha dei gruppi power epic italiani, qualche crucco di un certo livello e per chiudere i Manilla Road, mettiamo la pinta di birra a 3 euro, salsicce e arrosticini a sfrigolare copiosi sulle braci e rosti di patate a sfare, volumi a cannone e sfondarsi tutti in allegria fino al giorno dopo, ché ci devono venire a recuperare con le ruspe. Ma purtroppo una location del genere costerebbe tantissimo e/o andrebbe contro tutte le norme sulla sicurezza, con gente sfatta, me compreso, che vola di sotto e cazzi vari. Che poi io non ci vorrei manco guadagnare con questa cosa, sarei pure disposto a rimetterci personalmente, basta che viene fuori una cosa talmente carica di UBERHAIL che i presenti, da vecchi intorno al fuoco, racconteranno ai nipotini di come quella volta i tizi di Metal Skunk finirono tutti in galera dopo aver organizzato l’unico festival della loro vita. Qualcuno qua dentro, invece, la vorrebbe buttare sullo stoner/sludge/doom. E insomma, l’unico problema è che in Italia adesso abbiamo una proposta di livello talmente alto che faremmo fatica a mettere tutta questa gente in un posto solo. Comunque HAIL a sfare anche qui (anche se io propendo sempre per il power epic e il rosti di patate). Il problema vero è che, noi del blog, siamo talmente tanto distribuiti sul territorio italiano ed europeo che la Reuters ci fa ‘na pippa e che già vedersi tutti insieme è diventata un’impresa, figurati mettere due neuroni a fattor comune per realizzare questo epico progetto di conquista del Valhalla (il cui seggio più alto, poi, ci spetterebbe di diritto). Alla fine, temo, che non se ne farà niente perché siamo fondamentalmente dei debosciati. Però una alternativa più concreta ci sarebbe.  (Leggi tutto)

VARATHRON – Patriarchs of Evil

15 giugno 2018

Il ’93 è l’anno degli Lp di debutto di tutte e tre le band cardine del circuito black metal greco. Gli appassionati di musica estrema scoprono che c’è una via al metallo nero diversa da quella scandinava, altrettanto identitaria e proprio per questo agli opposti, con un sound torrido, soffocante e notturno che non ha nulla a che vedere con quello glaciale e nichilista di Immortal e Darkthrone. Schiacciato tra due capolavori come Thy Mighty Contract dei Rotting Christ e Crossing the Fiery Path dei Necromantia, His Majesty at the Swamp non riscosse troppi consensi al di fuori della cerchia underground. Il ricorso alla batteria elettronica e la presenza dell’allora bassista dei Rotting Christ, Jim Mutilator, spinsero molti a rubricare i Varathron come una sorta di side-project. In realtà l’unico membro fisso resterà sempre il cantante Necroabyssious, che già sul successivo, e notevolissimo, Walpurgisnacht ritroveremo affiancato da due tizi che passavano lì per caso. La mancanza di una formazione stabile segnò il destino di una band che avrebbe meritato decisamente di più. Inizierà un lungo silenzio interrotto solo nel ’99 dall’ep The Lament of Gods e da un terzo full, il confuso e irrisolto Crowsreign, nel 2004. Bisognerà aspettare il 2009 perché Necroabyssious riesca a costruirsi una line-up solida e stabile e ritagliarsi, col tempo, un proprio ruolo all’interno della scena, quello di portabandiera dei suoni e dell’estetica del black greco primordiale, mentre i Rotting Christ, pur rimanendo fortissimamente loro stessi, cambiavano pelle disco dopo disco e i Necromantia restavano in congelatore a tempo indeterminato. Da questo punto di visto, un titolo vagamente autocelebrativo come Patriarchs of Evil ci può stare. (Leggi tutto)

Il doom metal è EP(ico): CANDLEMASS – House of Doom

14 giugno 2018


Mi ha sempre affascinato la costanza dei gruppi doom nel ricercare, per i loro nomi o per i titoli dei loro album, qualcosa che contenesse la parola doom. Così sul momento, senza andare a cercare nei vari archivi online, mi vengono in mente per esempio Doomraiser e Doomshine. Ma anche i gruppi punk (Punkreas) e ska (Vallanzaska, geniali) non scherzano. Per questo motivo, in un periodo di demenza in cui giravo per vari forum musicali online, scelsi il nickname Edoom.

La costanza dei Candlemass sta anche nel fatto che sono al terzo ultimo disco pubblicato (chissà se stavolta lo sarà per davvero), manco fosse l’infinita battaglia finale dei Manowar. Psalms for the Dead è stato il primo ultimo disco, che non era male ma aveva troppi organetti per i miei gusti. Death Thy Lover, altro EP, è arrivato senza che ci sperassimo veramente ed è stato una bella sorpresa sia per questo motivo sia perché forse Leif Edling è invecchiato e sulla lunga distanza comincia a perdere qualche colpo. Quindi gli svedesi si ripresentano ora con un secondo ultimo EP, House of Doom, sul quale non c’è molto da dire in realtà. Le pretese non sono tante, vuoi un po’ per la longevità del gruppo, che di solito è inversamente proporzionale alle mie aspettative, vuoi per il formato brevilineo dell’album. Nonostante le aspettative non siano alte, esse vengono rispettate tutte, anche grazie a Mats Levén nuovamente dietro al microfono, probabilmente uno dei migliori cantanti tra tutti quelli che si sono alternati nei Candlemass – ammetto di non essere mai stato un fan sfegatato di Messiah Marcolin, se non per la sua iconicità.  (Leggi tutto)

Skunk Jukebox: summer of Donald

13 giugno 2018

Qui su Metal Skunk siamo parecchio affezionati ai POWERWOLF, uno dei migliori gruppi power metal dell’ultima generazione che sembra oltretutto migliorare con l’età: e, a tre anni dall’ottimo Blessed & Possessed, i tedeschi stanno per tornare con The Sacrament of Sin, in uscita il 20 luglio prossimo sempre per Napalm Records. Il singolo estratto, in ossequio ai loro classici giochi di parole, si chiama Demons are a Girl’s Best Friend e sembra fatto apposta per essere cantato dal vivo; non è una delle canzoni migliori dei Powerwolf, ma funziona benissimo e ha un bel tiro. Dal pezzo è stato tratto anche un video, che presenta tutte le caratteristiche della band di Saarbrücken: ambientato in una chiesa, con Falk Schlegel che suona l’organo e Attila Dorn che convince un manipolo di avvenenti suore a spogliarsi e finire in un’orgia col Demonio. Il video è stato peraltro realizzato dalla svizzera VD Pictures con un cast tutto italiano, dalle modelle al team tecnico. Aspettiamo ansiosamente il 20 luglio per incastrare The Sacrament of Sin nell’autoradio e renderlo così il disco dell’estate.

Sempre a proposito di raffinati stilnovisti dalla terra di Goethe, i PRIMAL FEAR non hanno alcuna intenzione di lasciarci da soli in questa valle di lacrime privandoci dei loro fischi di chitarra e dei loro adorabili testi su esplosioni nucleari e pestaggi. Mancano dunque un paio di mesi all’uscita ufficiale di Apocalypse, che darà seguito al precedente Rulebreaker di un paio d’anni fa. Il singolo estratto è Hounds of Justice, che vede i Nostri misurarsi con un heavy metal insolitamente leggerino, sempre sorretto dai riff rocciosissimi di Matt Sinner ma che culmina in un ritornello da hard rock radiofonico americano degli anni Duemila. In ossequio a ciò, abbiamo anche un assolo decisamente troppo corto per gli standard della band. Immagino comunque che Hounds of Justice sarà il pezzo più orecchiabile del disco.  (Leggi tutto)

La finestra sul porcile: Jurassic World – Il regno distrutto

12 giugno 2018

Chissà se, quasi una trentina d’anni fa, Michael Crichton avrebbe potuto lontanamente immaginare tutto questo. Il motivo che mi porta tuttora al cinema ogni volta che esce un qualcosa che è intitolato “Jurassic“, Asylum esclusa, è che all’età di dieci anni mi è capitato per la prima volta di emozionarmi con un film che successivamente avrei riguardato a oltranza. Un blockbuster praticamente perfetto, che non rinunciava, come Lo Squalo, a un pizzico di gore (quello che rimaneva di Samuel L. Jackson, ad esempio) e manteneva il ritmo alto senza trascurare con ciò la caratterizzazione – impeccabile – dei personaggi. Il Mondo Perduto invece mi fece ribrezzo quasi in toto: bracconieri, cuccioli da curare, la trama che diventa quella di King Kong e uno Spielberg che sembrava non gestire più così bene la situazione, come in quei sequel che giri solo perché il primo ha incassato troppo bene – sarebbe stato di nuovo così – e perché lo scrittore di cui sopra ti ha offerto, nel frattempo, nuovi spunti letterari da stravolgere alla cazzo di cane. Poi si è aperta una nuova era per la saga: regia affidata a gentaglia come il futuro direttore del terribile Wolfman con Benicio Del Toro, dinosauri sempre più grossi per rompere la monotonia dei ripetitivi T-Rex, coi quali è necessario soltanto rimanere immobili, e una storyline sempre e comunque impostata sul “creo una squadra di gente che inizialmente mi dice di no, ma subito dopo accetta per andare all’isola x a salvare y, per poi venire salvati da z mentre la situazione si è ribaltata, e gli esperti – con l’aggiunta di qualche cretino totale – sono a loro volta diventati carne da macello“. Per non parlare dei “villain”: l’Indominus Rex su tutti, un nome che sembra tirato fuori da un inedito dei Dimmu Borgir. Roba da fare una fatica bestia nello scegliere se stringere la mano agli sceneggiatori o cazzottarli forte in ogni dove. E nel quinto capitolo andrà anche peggio.
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