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A dorso di cammello: 47SOUL, YOSSI SASSI e BOMBINO

13 dicembre 2018

Dopo la prima prova pensavo di fare una rubrica a scadenza annuale in cui parlare del metal (o comunque di musica) proveniente dal Medio Oriente. Purtroppo già l’anno scorso non ho avuto abbastanza materiale per poter giustificare una multi-recensione e ancora meno tempo per scriverla. Per rimediare, vi consiglio comunque di recuperare, se non li avete ancora ascoltati, innanzitutto gli al-Namrood. I sauditi, già comparsi su questo blog, nel 2017, hanno pubblicato Enkar, ottimo black metal dagli spunti folk/pagan. E poi anche l’affascinante Omar Suleyman, che in realtà non c’entra proprio niente col metal ma a cui personalmente voglio un sacco di bene. Lui nel 2017 ha pubblicato To Syria, with Love (il che dovrebbe farvi capire da dove viene): album dabke (musica tradizionale dell’area siro-palestinese) solo leggermente pop, motivo per cui lo consiglio solo ai più coraggiosi. Ad ogni modo, per fortuna questo dicembre mi ha lasciato più tempo libero e il 2018 ci ha riservato un po’ più di musica dal Medio Oriente – e ve ne parlerò nonostante alle mie orecchie sia giunto ben poco metal, a parte i soliti Orphaned Land(Leggi tutto)

Grave Miasma @Traffic, Roma, 08.12.2018

13 dicembre 2018

Mi ero perso i Grave Miasma al Netherlands Deathfest perché suonavano nella sala piccola, così piena che non ci si poteva avvicinare nemmeno da lontano. Considerando quanto mi fosse piaciuto il loro finora unico lp Odori Sepulcrorum, avevo rosicato abbastanza. Lietissimo quindi di riuscire a recuperarli nella città dove vegeto.

Arrivo troppo tardi per i romani Serpent Ritual, autori finora di una demo un paio d’anni fa, e arrivo in tempo per i fiorentini i NECROMORBID., il cui primo e solo full si chiama El dia de la bestia come il metallarissimo cult di Alex de la Iglesia e già qua la captatio benevolentiae è quasi sleale. I giovani d’oggi parlerebbero di war metal. Il riffing, piuttosto monolitico, non è il loro punto forte ma l’assalto della sezione ritmica è a tratti impressionante e finisce per inchiodare e avvincere. I margini di miglioramento, viste le premesse, sono notevoli. Attendo il secondo album.

La palma di miglior gruppo di supporto della serata va però ai PROFANAL, anch’essi toscani, di Livorno, guidati dalla grintosa Rosy (chi è di Roma si ricorderà forse del gruppo brutal all female Putrefied Beauty, dove aveva militato). L’impianto è più tradizionale ma, saranno i miei gusti da anziano scorreggione, è proprio questo che rende la loro performance godibile. E non sono l’unico a pensarla così, mi sa, dato che partono i primi accenni di pogo. La matrice è il death di Stoccolma primigenio. L’impostazione è tuttavia, abbastanza moderna. E il tiro è pazzesco, grazie a una corroborante vena thrash che fa la differenza. (Leggi tutto)

Stare senza pensieri: BLOODBATH – The Arrow of Satan Is Drawn

12 dicembre 2018

I Bloodbath hanno probabilmente perso la loro ragion d’essere da molto tempo ormai. Nati come supergruppo – loro per davvero, non come altri svedesi – dedito alla riscoperta del death metal svedese old school, qualcosa si deve essere perso tra Resurrection Through Carnage e The Fathomless Mastery, passando per Nightmares Made Flesh. Forse a non essere più stata presente era quell’ingenuità che aveva caratterizzato il progetto all’inizio: un macabro ritrovo per amici musicisti molto famosi membri di gruppi ancora più famosi (almeno all’interno della scena metal) che potevano in questo modo suonare e stare senza pensieri allo stesso tempo. Un’altra cosa che, per fortuna, si è persa col tempo è stato Mikael Åkerfeldt.

L’arrivo di Nick Holmes su Grand Morbid Funeral ha probabilmente segnato la fine dei Bloodbath, perlomeno per come li avevano intesi i loro fondatori al momento di creare il gruppo. Sebbene io condivida nella sostanza l’idea espressa all’epoca dal Bonetta sulla mancanza di contenuti (fatta eccezione forse per l’ottima traccia omonima), trovo allo stesso tempo che il cantante dei Paradise Lost sia riuscito a portare nuova linfa agli svedesi – e che forse la sua nuova esperienza con la compagine di Renkse l’abbia anche aiutato a riabituarsi pian piano a certe sonorità, considerati l’ottimo Medusa seguito ad un maldestro The Plague Within. Il senso di quello che voglio dire è che, trovandolo meno finto e più caldo, avevo comunque preferito Grand Morbid Funeral a The Fathomless Mastery(Leggi tutto)

La mensa di Odino #19

11 dicembre 2018

Come è tradizione da fine dell’anno, ci lanciamo in una serie di recuperoni per parlare di quei dischi che la nefasta abitudine alla procrastinazione lascerebbe altrimenti senza spazio su Metal Skunk. In questo caso è prioritario parlare dei POWERWOLF, usciti con The Sacrament of Sin qualche mese fa e non ancora recensiti su queste possenti pagine digitali. In realtà l’album non mi era parso esattamente all’altezza dei due splendidi dischi precedenti, Preachers of the Night e Blessed & Possessed, e quindi inizialmente mi sono detto che magari, con qualche ascolto in più, avrei potuto scoprire qualche sfumatura nascosta. Certo che bisogna essere proprio idioti per immaginare di scoprire sfumature nascoste nei Powerwolf, e infatti il mio giudizio sull’album è grossomodo quello di quando lo ascoltai le prime volte: stilisticamente non sono cambiati di una virgola, ma purtroppo mancano quegli inni da stadio che li hanno resi uno dei gruppi più apprezzati tra quelli usciti negli ultimi anni, quindi power metal tetesco allegro e potente con buona perizia tecnica e molto senso dell’umorismo, e – a parte qualche episodio come Fist by Fist o il singolo Demons are a Girl’s Best Friend – non ci sono pezzi che potranno surclassare i vecchi cavalli di battaglia dal vivo. The Sacrament of Sin non è mai noioso, ma dato che è assolutamente identico agli altri è chiaro che mi verrà voglia di ascoltare di più questi ultimi, che sono usciti meglio. Ovviamente aspettiamo sempre di vederli dal vivo, anche se in questo tour si portano dietro gli imbarazzanti Amaranthe.

A due anni di distanza dal dignitosissimo War Brigade, gli eroi del Sacro Romano Impero MYSTIC PROPHECY hanno ritenuto opportuno registrare un disco di cover scelte completamente a caso. Come saprete, la band tedesca è famosa per essere il corrispettivo musicale di una grigliata di costine di maiale arrostite in low & slow su un carrarmato lasciato arroventare al sole, ed è quindi decisamente spiazzante vederla alle prese con cose tipo Because the Night di Patti Smith, Hot Stuff di Donna Summer e Proud Mary dei Creedence. Quello che un gruppo americano avrebbe fatto con ironia e leggerezza i cinque tamarrissimi crucchi lo interpretano in modo abbastanza serio, in ossequio al distorto senso dell’umorismo tipico dei mangiapatate. (Leggi tutto)

La soluzione in casa: ARTILLERY – The Face Of Fear

10 dicembre 2018

 

Gli Artillery hanno un serio problema, anzi più di uno. Ed hanno pure la soluzione in casa: il concetto è che adesso devono anche accorgersene.

Io ci provo tutte le volte, e cerco di essere un minimo sintetico ma finisco sempre per sfiorare il concetto di biografia: non lo faccio per cattiveria, ma per dare una spiegazione di come si sia arrivati a ciò che ascoltiamo oggi. Vorrei scrivere che in molti si sono lamentati del “nuovo corso” orientato all’heavy metal degli Artillery, tuttavia non posso farlo per due motivi. Il primo è che non possono essere in molti, dato che oggigiorno gli Artillery li ascolteranno in cinquanta, parentela inclusa. Mi meraviglio siano su Metal Blade al pari dei Behemoth, non per proprio demerito ma perché davvero è un gruppo che campa di rendita sul titolo di By Inheritance, pur avendo pubblicato altre cose di ottima fattura. Il secondo motivo è che il chiacchierato “nuovo corso” degli Artillery esiste già dai tempi di By Inheritance, che non era più uno speed metal rozzo e campagnolo come quello delle prime pubblicazioni, ma si tuffava a capo fitto nel thrash più articolato, abbondava negli arrangiamenti e finiva per strizzare l’occhio all’heavy metal senza vergognarsene troppo. Gli Artillery di oggi semplicemente accentuano quanto presente nel loro disco più famoso, ma nonostante tutti e cinquanta i fan li citino per By Inheritance, sembra che il cambiamento risalga ai lavori più recenti e moderni, oppure al discreto Penalty By Perception di un paio di anni fa. No. La band dei fratelli Stutzer si era rimessa a giocare duro specialmente in occasione della prima reunion, che a dirla tutta non mi aveva proprio convinto, ma è dal 1990 che gira intorno a ciò che troviamo in The Face Of Fear, e ora casomai è il momento di ammetterlo un po’ tutti. (Leggi tutto)

Finalmente sono tornati i CONCEPTION

10 dicembre 2018

Eh sì, cari lettori, è di questi giorni l’uscita di un EP, dal titolo My Dark Symphony, dei norvegesi Conception, noti per aver dato i natali a Roy Khan e Tore Ǿstby (e se non avete idea di chi siano è ora che vi buttiate sotto un treno una volta per tutte), riunitisi dopo una ventina d’anni dallo scioglimento, evidentemente perché non avevano nulla di meglio da fare. I Conception fanno parte di quella schiera di gruppi, misconosciuti in attività, che col passare del tempo si sono ritrovati ad essere oggetto di venerazione da una certa quota di metallini/progghettoni nostalgici di quel periodo magico, compreso nella prima metà degli anni ’90, dove i Dream Theater erano la Bibbia e tutto quello che poteva essergli accostato, anche solo alla lontana, era visto come lettere ai fedeli da parte di qualche apostolo più o meno virtuoso. Personalmente mi sono sempre piaciuti: non tutti i dischi allo stesso modo, com’è normale che sia, ma li ho sempre apprezzati molto, senza però idolatrarli alla cazzo di cane come mi è capitato di leggere più volte. Sono convinto, per esempio, che il lavoro migliore mai concepito (…) da Ǿstby rimanga quel capolavoro che è Burn The Sun inciso con gli Ark, non tanto la discografia dei Conception, che era più che altro un’inconscia preparazione a quel disco. Sono altrettanto convinto che Roy Khan, per quanto all’epoca gradevole, in quei dischi non avesse ancora né i mezzi né la confidenza per potersi esprimere al meglio, come farà con i Kamelot, almeno da un certo punto in poi.  (Leggi tutto)

THE SKULL – The Endless Road Turns Dark

9 dicembre 2018

Tra i padrini del doom anni ’80 insieme a Saint Vitus e Pentagram, i Trouble si giocarono la carriera nel 1992 con Manic Frustration, un album clamoroso che virava su un hard rock graffiante e zeppo di riferimenti ai mostri sacri, dai Beatles e ai Led Zeppelin. Il disco andò bene ma non fu quel grande successo commerciale atteso dalla Def American, che li scaricò senza tanti complimenti. Tre anni dopo il pur pregevole Plastic Green Head avrebbe cercato, senza grandi risultati, di recuperare i favori della vecchia guardia. La band sarebbe di fatto morta lì. Gli anni dopo i Trouble sarebbero pressoché scomparsi dalla circolazione, tra membri che vanno e vengono e il disinteresse di un pubblico che di lì a poco sarebbe tornato a innamorarsi delle sonorità ispirate al Sabba Nero. Solo nel 2007 esce un album, il dimenticabile Simple Mind Condition. Non se lo fila nessuno. Eric Wagner, stanco di questo continuo girare a vuoto, molla la baracca insieme al batterista Jeff Olson. Il bassista originale, Ron Holzner, se ne era già andato da un pezzo.

I due chitarristi Rick Wartell e Bruce Franklin, rimasti soli, rimettono in piedi la band con alla voce Kyle Thomas degli Exhorder, che aveva già sostituito Wagner durante il suo primo allontanamento, dal ’97 al 2000. Di riconciliazione con i vecchi compagni non se ne parla. I motivi non sono mai stati chiariti appieno ma, nelle varie interviste, si allude a ruggini personali mai superate. Un nuovo disco a nome Trouble, l’ottimo The Distortion Field, arriva solo nel 2013. Nel frattempo Wagner non se ne era stato con le mani in mano. Nel 2014 torna in pista con il primo lp dei suoi Blackfinger, psichedelici e settantiani, e il singolo di esordio di un altro progetto chiamato The Skull, come uno dei dischi più celebri dei Trouble. E dei Trouble c’è anche la sezione ritmica originale: riecco a bordo Olson e Holzner. Si crea dunque una situazione alla Rhapsody o alla L.A. Guns, con due membri da una parte e tre dall’altra. (Leggi tutto)

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