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Vi piace Brave New World? Prendetevi a schiaffi

30 maggio 2020

Quando uscì Brave New World la stragrande maggioranza del pubblico lo considerò un capolavoro, e se non proprio un capolavoro tout-court allora un eccellente disco che segna la rinascita di una grandissima banda e blablabla. Ora, io ci ho provato a farmelo piacere (per quanto possa provare a farmi piacere qualcosa mio malgrado comunque), cosa che di certo non faccio mai, o almeno non in maniera cosciente e deliberata. Ci ho provato molto. D’altra parte gli Iron Maiden sono gli Iron Maiden, per me personalmente imprescindibili fino ad un certo punto e, evidentemente, imprescindibili e basta per un botto di altra gente. E quindi ripeto ci ho provato, però no, niente, fa cacare. Non fa proprio cacare come l’ultimo o come quelli venuti dopo, ma fa fare tanta sciolta in ogni caso. Allora perché alla stragrande maggioranza del pubblico è piaciuto tanto da venir considerato un capolavoro? Ma perché la gente non capisce un cazzo, ovviamente. O, meglio ancora, non è capace di un minimo di introspezione, di auto analisi, quel poco che basta per razionalizzare che a mancare non era tanto la musica degli Iron Maiden (perché, voglio dire, fino a Seventh Son ce n’è di roba da ascoltare. A voler essere proprio di manica larga tra No Prayer e Fear Of The Dark un mezzo disco decente ci esce pure), quanto gli Iron Maiden come feticcio, come oggetto di venerazione in carne e ossa: Bruce Dickinson e Steve Harris insieme dal vivo, Adrian Smith animamiatornaacasatua, la MKIII rediviva e vegeta e sticazzi se fanno dischi della merda, non è un problema se a farlo sono *quegli* Iron Maiden, non importa se The X Factor è molto meglio di Brave New World e di tutto quello dopo, quelli non erano gli IRON MAIDEN, non c’era BRUCE chi cazzo è ‘sto svociato mezzo pelato, VAFFANCULO RIDATEMI BRUCE DICKINSON QUANDOC’ERABRUCEGLIACUTIARRIVAVANOINORARIO. Questa roba andrebbe studiata sociologicamente, sul serio. Pensate che c’è tutto un continente, o meglio la metà un continente intero cioè il Sud America, che è la prova reale di quello che scrivo. Qui in Europa o nel Nord America o anche in Asia il fenomeno esiste ed è pure di dimensioni piuttosto importanti, ma in Sud America il livello di fanatismo per i Maiden è parossistico e questi riempirebbero gli stadi anche solo a scoregge (che poi in realtà è più o meno quello che fanno da vent’anni per tutto il globo terracqueo). E allora perché tutte le cazzo di tribute band, cover band e quant’altroband dei Maiden, sudamericane ma anche no, hanno quasi sempre un repertorio che arriva al massimo a The Wicker Man? Perché il resto, cazzo, FA SCHIFO. E per questo che rifanno i vecchi cavalli di battaglia, lo sanno loro, lo so io e anche voi che leggete. (Leggi tutto)

L’album che mi ha fatto innamorare degli Iron Maiden

29 maggio 2020

A pensarci bene mi sono avvicinato agli Iron Maiden con tre album non proprio fondamentali. Allacciate le cinture perché la faccenda si fa pesante.

No Prayer for the Dying – il primo ricevuto in cassetta in un’epoca in cui neanche ero metallaro. Mi innamorai non so come e perché del suo suono minimale, da presa diretta, al punto che avrei tentato di ricercarlo in Fear of the Dark e nei successivi, ma non c’era già più. La metà delle canzoni erano una merda, ma come accade con le cose con cui cresci, a Tailgunner e Bring your Daughter… to the Slaughter diedi fin da subito un peso specifico molto più alto del dovuto.

Fear of the Dark – un acquisto obbligato dal fatto che suonavo la title-track insieme al gruppo della scuola. Aveva un pezzo o due in più del precedente, e, in particolar modo, Be Quick or be Dead era il prototipo di apripista esplosiva che ogni album degli Iron Maiden avrebbe meritato di tenere in prima fila. Avevo la maglietta, avevo la musicassetta, e un giorno ne avrei comperato perfino il compact disc. Per mia fortuna non fu messa in produzione la carta da parati di Fear of the Dark, che lì per lì identificai in una sorta di “classico”, di “must have”. Era il 1995 quando ci entrai in contatto, un anno più tardi mi sarei considerato a tutti gli effetti un metallaro.

Virtual XI – il videoclip di The Angel and the Gambler e il tour insieme agli Helloween mi fecero comprendere due cose. La prima era che non si poteva scegliere una suite lunga dieci minuti come singolo, neppure tagliandola per l’occasione, specie se questa era affetta da un ritornello occupante più di metà brano e per giunta brutto. Il videoclip stesso, aggiungo, niente era se non l’aggravante al problema strutturale di cui ho accennato sopra. Inoltre al concerto mi resi conto d’esser lì per gli Helloween di Better Than Raw, un album semplicemente meraviglioso, anche se la cosa mi fece provare un relativo senso di ingratitudine nei confronti della nave madre. Ma ben presto gli avrei chiesto scusa per questo, e per altri ingloriosi precedenti.

L’unico espediente per innamorarmi definitivamente di loro fu Brave New World. Non ci crederete, ma gli Iron Maiden per me sono stati una scoperta postuma. Nel 1997 già possedevo ogni loro album eppure facevo lo schizzinoso, e, per farla breve, mi consideravo schierato fra quelli che Paul Di Anno sì, Bruce Dickinson solo fino a un certo punto. Non avevo niente contro l’ex cantante dei Samson di Shock Tactics, ma credo che a ognuno di noi sia capitato di metterci tanto a farsela prender bene per qualche gruppo storico. Ancora oggi nel rock d’antologia digerisco malissimo i Dire Straits e non vado oltre un paio d’album dei Def Leppard, ad esempio. Con gli Iron Maiden era muro contro muro: i primi due album, e poi le due robette con cui ero cresciuto giusto per un fatto di cuore. Il resto era in stallo, ma aspettavo il momento giusto per giudicarlo davvero. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: IRON MAIDEN – Brave New World

29 maggio 2020

Tutto ciò che bisogna fare per capire perché così tanta gente continua ad avere nel cuore Brave New World è contestualizzare quest’ultimo nel periodo della sua uscita. Cercherò di essere breve, perché alla fine la storia la conoscete tutti, ma è impossibile non partire dall’inizio. I Maiden hanno avuto Blaze Bayley alla voce per grossomodo quattro anni, cioè da The X Factor del 1995 fino al tour di Virtual XI. Di Blaze abbiamo già parlato in tutte le salse, e non c’è bisogno di ripeterlo. Quello che è necessario menzionare – e ve lo dice uno che Blaze lo ha sempre difeso, sempre amato, e che ha financo apprezzato tantissimo Virtual XI – è che Blaze non era un cantante adatto agli Iron Maiden. Questi ultimi rappresentavano per la stragrandissima maggioranza dei metallari il gruppo metal per eccellenza: fino alla mia generazione siamo tutti cresciuti con loro, molto più che con chiunque altro gruppo. Gli Iron Maiden erano il grado zero del metallo, la chiave di volta di tutta l’impalcatura dell’heavy metal, il gruppo inattaccabile per eccellenza, quello che definiva il tuo stesso essere metallaro: se non ti piacevano gli Iron Maiden, con che coraggio potevi definirti tale? Ma poi che senso aveva la frase “non mi piacciono gli Iron Maiden”? Come poteva qualcuno non apprezzarli? Io non conoscevo nessun metallaro a cui non piacessero gli Iron Maiden, l’idea stessa era una bestemmia, un’assurdità: certo, anche loro avevano fatto quel paio di dischi deboli, ma c’erano mille giustificazioni, e poi dopo quei primi sette dischi sinceramente gli si poteva perdonare qualsiasi cosa. Erano gli Iron Maiden, mica un gruppo qualsiasi. Potevi stare pure infognato col brutal death, ma non ti saresti mai sognato di proferire parola sugli Iron Maiden: avevi tutti i loro dischi a casa, li conoscevi a memoria, li ascoltavi regolarmente e poi, semmai, ti ascoltavi anche l’altra roba che piaceva a te. Ma era un’altra storia: i Maiden venivano prima, erano dati per scontati, tant’è che raramente ho sentito qualcuno dire gli Iron Maiden sono il mio gruppo preferito: loro erano su un livello diverso, neanche superiore: diverso.

Per tutto questo, l’era Bayley è stata, nella migliore delle ipotesi, sopportata. The X Factor era un gran disco e Virtual XI è piaciuto solo a me, ma, anche se fosse stato un altro gran disco, quelli che andavano in giro in quel periodo non erano percepiti come gli Iron Maiden. I veri Iron Maiden erano finiti con Fear of the Dark, il crepuscolo dell’era Dickinson, e la storia per loro sembrava essere finita prematuramente, senza neanche passare per la fase dinosauri, cioè quello che sono adesso. Io li vidi dal vivo per la prima volta proprio nel tour di Virtual XI, e ricordo perfettamente che l’atmosfera era di rassegnazione generale. Povero Blaze: poteva sbattersi quanto voleva, sudare, saltare, gridare, ma non era colpa sua. Sulle spalle aveva la responsabilità della più grande icona dell’heavy metal, era stato ficcato in una situazione più grande di lui e non se lo meritava.

Un bel giorno del 1999, non ricordo esattamente quando, sulle riviste esce la notizia: Bruce Dickinson è tornato, e si è portato dietro anche Adrian Smith. Fu una notizia sconvolgente, inaspettata, difficile da spiegare adesso nell’era di internet e Blabbermouth. C’era una foto storica a testimoniarlo, tutti e sei con la birra in mano, e le riviste non si fecero scappare l’occasione di farci il posterino. Io lo tenni appeso in camera per chissà quanto. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: NIGHTWISH – Wishmaster

28 maggio 2020

Con Wishmaster i Nightwish chiudono la prima fase della loro discografia, perché già dal seguente Century Child l’approccio si farà più sinfonico e i ritmi più rallentati, preparando il terreno a quel disco spaccaclassifica di Once. Qui invece siamo pienamente nell’ambito power metal, anzi: Wishmaster è il disco più classicamente power metal dei Nightwish, quello che più risente delle influenze Stratovarius nonostante dette influenze vengano rimasticate e ricomposte in uno stile assolutamente personale. I Nightwish sono sempre stati un gruppo unico e difficilmente accostabile ad altri, in tutte le loro incarnazioni; ma qui la cosa fa ancora più specie, perché è proprio con Wishmaster che, forse per l’unica volta, sono facilmente incasellabili in un genere ben preciso.

Non che Oceanborn fosse così diverso da questo, ma aveva delle caratteristiche che lo rendevano più ambiguo, mentre qui i pezzi sono per la maggior parte estremamente lineari e strutturalmente fedeli alla forma-canzone. A farmi preferire Wishmaster agli altri episodi della loro discografia sono proprio i pezzi, e qua dentro ce ne sono di clamorosi. Non tutti, ovviamente, perché il concetto stesso su cui si fondano i Nightwish (anche quelli migliori, cioè questi) cammina costantemente su un sottilissimo filo teso sull’abisso del grottesco, aspetto che tende a prendere il sopravvento soprattutto quando i ritmi si abbassano. Nelle ballate, ad esempio, le cose si fanno puntualmente terrificanti: qui ce ne sono due, Dead Boy’s Poem e Two for Tragedy, il cui titolo pare riferirsi al fatto che devi ascoltarne al massimo una nota prima di skippare avanti, perché se ne ascolti anche solo due è una tragedia. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MAYHEM – Grand Declaration of War

27 maggio 2020

Il primo impatto con Grand Declaration of War fu sconquassante. Mettermi a raccontare ora le impressioni di quel primo ascolto è superfluo, perché, se conoscete il disco e sapete cosa rappresentavano nell’anno 2000 i Mayhem, potrete benissimo immaginarlo da soli. Vi basti sapere che fu uno shock assurdo, ma il mio sbigottimento fu persino più edulcorato rispetto a ciò che lessi all’epoca sulle riviste e sui primi forum in internet. La gente era uscita fuori di testa: a quell’epoca questa era la quarta uscita ufficiale dei Mayhem, dopo Deathcrush, De Mysteriis Dom Sathanas e Wolf’s Lair Abyss; i Mayhem avevano una reputazione e un’aura di culto che in pochissimi potevano vantare, le aspettative per quest’album erano altissime (io il giorno prima neanche dormii, ma questo lo racconterò nell’imminente recensione di Brave New World) e di sicuro nessuno si aspettava neanche lontanamente quello che poi venne fuori. Fortunatamente per me, però, ho continuato ad ascoltare Grand Declaration of War per parecchio tempo, sfidando il disgusto e la repulsione, per cercare un senso, una chiave di interpretazione che mi facesse capire che no, mi ero sbagliato e che in realtà questo era un gran disco non dico degno dei dischi precedenti ma quantomeno del moniker stampato in copertina. E alla fine l’ho trovato.

Grand Declaration of War è insieme una riflessione su che cosa è il black metal e un manifesto del suo destino. Se l’avesse fatto qualsiasi altro gruppo non sarebbe stata assolutamente la stessa cosa: dovevano farlo i Mayhem, perché erano stati i Mayhem a cominciare tutto e su di loro gravava la responsabilità di fermarsi a riflettere cosa fare. È una dimostrazione di coraggio e responsabilità senza precedenti da parte di Blasphemer, il tizio sbucato fuori dal nulla e messo a fare il compositore dai residuali membri sopravvissuti che in fondo, per assurdo, volevano solo pagarsi le bollette. Lui sarebbe stato capacissimo di fare un disco black insieme ortodosso e proiettato in avanti, che mettesse d’accordo tutti: l’aveva dimostrato con Wolf’s Lair Abyss, una delle cose più belle mai registrate nella storia della Norvegia. Ma aveva qualcosa da dire, e lo disse; attirandosi l’astio del pubblico che, per certi versi comprensibilmente, non aveva né la voglia né le capacità di stare ad ascoltare. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MOTORHEAD – We are Motorhead

26 maggio 2020

 

A partire dal 18 maggio non è “finito il virus” e non potete andare in giro col cazzo da fuori a tossire e a scorreggiare addosso alla gente in  gruppi di cinquanta. Ok, ci siamo rotti il cazzo tutti, tre mesi in casa, solo lavoro, gente che lo ha proprio perso, eccetera, però ad un certo punto vaffanculo. È anche vero che il Professore Emerito Ing. Lup. Mannar. Gran Presidentissim. ecc. Conte ama fare un discorso al giorno delle durata media di trentasei ore per fare eccitare le bambine spekiali di konte icsd, che tra l’altro prima di questo periodo non sapevano chi fosse (e nemmeno che faccia avesse) il cazzo di PRESIDENTE DEL CONSIGLIO del loro Paese, per giunta in carica già da oltre un anno, ma tant’è. Usciamo, va bene, ma con le dovute cautele. Magari, cazzo ne so, non in sessanta in una macchina come i portoricani a scatarrarsi addosso per poi ficcarsi in un locale di 50 metri quadri con altre millemila persone dentro senza mascherina che pisciano per terra, sborrano sui muri e si sputano addosso a vicenda per infettare anche il…tutto! (cit.). Siete dei ritardati del cazzo, ok, ma un po’ di contegno almeno davanti alla salute (bestemmie).

Ho finito il Baygon azzurro mosche e zanzare e mi è rimasto solo quello verde. Agisce anche contro altri insetti e puzza di meno, quindi penso che dalla prossima volta, se lo trovo, comprerò solo quello.

In questo preciso istante ho perso un’asta all’ultimo secondo. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: GUANO APES – Don’t Give me Names

26 maggio 2020

Maurizio Diaz: È stato strano risentire questo vecchio disco dei Guano Apes nel 2020. Da un lato mi è rimasto il ricordo di un gruppo che tutto sommato mi piaceva in un genere che era genericamente identificato come IL MALE negli anni 2000, mentre io, tutto sommato tollerante e ben disposto a riguardo, guardavo quelle nuove sensazioni come un qualcosa di sicuramente bizzarro ma che poteva dare i suoi frutti. Dall’altro lato ho la consapevolezza di aver perso un treno, perché dal vivo non li ho mai visti. E mi viene anche in mente anche un tizio conosciuto su un pullman durante un viaggio di piacere verso Parigi che, durante la lunga trasferta dopo aver attaccato bottone sulla musica e sul metal, comincia a glorificare i Guano Apes come una cosa spaventosa dal vivo, superbellissimi, fighissimi imprescindibili, poi la cantante una forza della natura mentre Steve Harris era un fuori di melone. Beh, diciamo che, anche in forza degli sviluppi recenti, il simpatico signore non aveva totalmente torto, però ecco, quando riascolto il disco mi rendo conto di quanto Don’t Give me Names fosse un pot-purri di suoni, groove e “roba” arcipresente in tantissimi dei gruppi di quell’epoca oggi magicamente spariti, scioltisi come neve al sole. Dopo i singoli che giravano a rotazione su MTV, No speech e Big in Japan, sono arrivato a chiedermi se oggi potesse davvero interessare ancora a qualcuno questa roba. Per carità, carino il disco, anche piuttosto vario, qualche idea qui e lì, il basso groovoso e slappato, l’energia di Sandra Nasic e le nuove sensazioni (per l’epoca), però ecco, potrò anche rimpiangere di non averli mai visti quando erano sulla cresta dell’onda e quei mischioni di generi volevano ancora dire qualcosa, ma oggi quelle musichine che lì per lì promettono ma poi se ne spuntano con soluzioni pop che potevano uscire benissimo da Nelly Furtado o dai No Doubt possono tranquillamente rimanere nello shuffle della macchina insieme a ulteriori 6/7 ore di musica, così di tanto in tanto mi ricordo che ho avuto anche io quindici anni, e a posto così.

Michele Romani: Dei Guano Apes conservo un bel ricordo relativo proprio al tour di questo disco, quando il nome della band tedesca era un po’ sulla bocca di tutti soprattutto grazie al successo clamoroso del primo album, trainato da hit come Lords of the Boards e Open Your Eyes. Nel tour di supporto a questa nuova fatica passarono anche per Roma, e mi ricordo quasi due ore di concerto in un Palcisalfa completamente pieno, con gente in visibilio e la cantante Sandra Nasic che teneva letteralmente in pugno la folla, a dimostrare come i Guano Apes fossero soprattutto una live band. (Leggi tutto)

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