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ICED EARTH – Incorruptible

19 giugno 2017

Il titolo mi piaceva un casino: Incorruptible, incorruttibile; quando l’ho letto ho subito pensato ad un album ortodosso, duro, con le palle quadre, magari un mezzo ritorno alle origini (anche se da quello specifico punto di vista forse ero un filo troppo ottimista ), insomma mi aspettavo qualcosa di buono. E invece no. Già col primo pezzo estratto, Seven Headed Whore, l’impressione è stata quella di un gruppo arrivato spompatissimo, nonostante poi si tratti del pezzo più aggressivo dell’album. Per dire, è una sorta di Violate miscelata con Framing Armageddon (la canzone) e corretta con mezza boccetta di Valium, un cazzo di cocktail letale, amici lettori. Per secondo singolo è arrivata Raven Wing, canzone che comincia acustica e vira verso l’elettrico poco dopo, la quale si lascia ascoltare per il tempo che dura senza particolari cali ma pure senza guizzi di sorta, in linea con le ultime produzioni Iced Earth, giusto un filo peggio. Appresso ancora hanno messo su youtube Great Heathen Army, e se l’avessero pubblicata per prima non avrebbero fatto un soldo di danno posto che è una delle migliori del disco, se non altro all’altezza del ritornello che prende piuttosto bene. L’altro giorno invece ho trovato su youtube pure Clear The Way, nove minuti assurdamente buttati nel cesso nel tentativo di suonare “epici” come gli ultimi Maiden (ma perché?!), con un inizio fiacchissimo, una parte centrale sciapa da mori’, insomma vaffanculo. Ad ogni buon conto, pur essendo di merda, ‘sta canzone surclassa qualsiasi cosa abbiano cacciato i Maiden negli ultimi anni, il che è tutto dire.  (Leggi tutto)

Gli islandesi sono belli: SÓLSTAFIR – Berdreyminn

17 giugno 2017

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Per farvi capire a che livello sia arrivato in passato il mio feticismo per l’Islanda, vi dico solo che al momento di scegliere la lingua da studiare all’università pensai di optare per l’islandese. Mi sentivo tipo quelle bimbeminkia che avevano cominciato a studiare tedesco solo perché gli piacevano i Tokio Hotel. Perché non c’è niente da fare, l’Islanda è assurda. Se non altro perché da poco più di 300mila abitanti sono usciti artisti quali Björk e Sigur Rós. Un po’ come se Bologna sfornasse continuamente musicisti di fama mondiale, ma ciò che di meglio ci ha dato è stato Gianni Morandi.

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Quando si dice la globalizzazione…

In ambito metal il Paese scandinavo ha invece dato i natali, tra i più importanti e conosciuti, a Falkenbach (forse) e ai Sólstafir. Berdreyminn è il loro sesto album e dalle premesse (leggi singoli) non ispirava nulla di troppo buono. Non avendo più studiato islandese, Ísafold dal titolo mi ha pericolosamente ricordato Ísjaki, mentre i primi secondi di Bláfjall sembrano essere usciti da un album degli Skepticism. In realtà queste canzoni non fanno altro che ripercorrere gli stilemi di Ótta con un’andatura radiofonica e più tendente all’hard rock. Idem Silfur-Refur – che però alla fin della fiera è il migliore dei tre singoli e molto probabilmente anche la migliore traccia del disco. Il fatto che sono più orecchiabili del solito non sarebbe di per sé un male, se solo non fosse che la voce di Aðalbjörn Tryggvason non è sempre a suo agio su queste frequenze e che la stessa ricetta viene ripetuta fondamentalmente per tutto l’album. Se poi ci butti dentro due ballad (Hula e Dýrafjörður) nelle quali la voce del cow-boy islandese ci sta bene come l’ananas sulla pizza… Anche qua, il problema non è il fatto che sono ballad. In passato ne avevano già composte di molto smielate, con la differenza però che Fjara (per esempio) è un unicum in tutto Svartir sandar: un doppio album fantastico. 

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BLOOD CEREMONY @Traffic, Roma – 09.06.2017

13 giugno 2017

Una serata a lungo attesa sembra superare ogni aspettativa nel momento in cui la fantasmagorica Alia O’Brien si siede sullo sgabello accanto al mio davanti al bancone del bar, presumibilmente anche lei intenta a cercare sollievo all’arsura atroce della giornata. L’occasione per attaccare bottone con questa donna della razza migliore è imperdibile e io mi lancio senza indugi nella conversazione, ma lei mi guarda abbastanza perplessa senza concedermi le attenzioni che, da vero fan, credevo di meritare. Proprio mentre sto cominciando a dubitare della mia capacità di esprimermi in idioma albionico, mi sento rispondere in un italiano perfetto che le dispiace ma non parla bene la lingua… inglese. Woah, senso di leggera vertigine, cerco di riavvolgere il nastro nella mia testa e mi rendo conto di avere sovrapposto la tipa (in qualche misura somigliante) della biglietteria/bar con la mia cantante preferita. Tento una supercazzola da manuale, mi giro e vedo il Conte ed Enrico sghignazzare impietosi. Mi piacerebbe imputare il tutto ai postumi di un’indigestione-sbornia ‘lavorativa’ della mattina, ma credo che invece sia solo un mix letale di senilità e rincoglionimento che da sempre mi coglie davanti alle signorine. A mia parziale discolpa c’è da dire che nel giro di pochi minuti un altro disperato è venuto a chiederle di firmare il poster, cosa che poi ha convinto la ragazza a defilarsi per evitare le attenzioni dei questi groupie-boys dall’evidente ritardo mentale. Nel frattempo i Nineleven (da tempo mia fissa personale) stanno suonando tutto il loro nuovo album (Uno Sporco Trucco) davanti ad un pubblico esiguo e anche piuttosto scarico. L’album lo sentirò per bene, ma loro avrebbero meritato un po’ di calore ed entusiasmo in più da parte dei presenti. Scambio due chiacchiere col tipo con basettoni e occhiali degli Admiral Sir Cloudesley Shovell, lui davvero impossibile da non riconoscere, compro il vinile dell’ultimo Keep it Greasy (già nella mia top ten personale dello scorso anno) e pure una maglietta con il gufo mascotte, dopodiché il tizio mi saluta, ché tocca a lui salire sul palco. Il suono generale è un po’ confuso (la voce soprattutto), ma gruppi come questo sono una di quelle cose che ti riconciliano col mondo: il rock and roll cafonazzo di una volta, una formula primordiale alla quale non verranno mai meno le ragioni di esistere. Tre quarti d’ora di schioppettate che si concludono con la doppietta Tired ‘n Wired e Red Admiral Black Sunrise, e anche il pubblico più sonnacchioso comincia a darsi una bella svegliata. Se per loro non fosse un’offesa li definirei addirittura un gruppo di classe. Fuori dal locale, comodamente adagiati sul divano, ritroviamo pure Ciccio e Carlo reduci da una sessione dal Quagliaro di circa tre ore.  (Leggi tutto)

La reunion dei RHAPSODY e lo spirto guerrier ch’entro ci rugge

12 giugno 2017

A Milano gli orari sono più simili a quelli tedeschi che a quelli romani. Me ne rendo conto sin da subito, perché i Labyrinth attaccano a suonare alle 19 come da programma: io arrivo all’Alcatraz una decina di minuti dopo, convinto di essere in largo anticipo (“figurati se fanno davvero cominciare un concerto alle sette“), e invece no. Mi sono perso dieci minuti dei LABYRINTH, più o meno un terzo della durata del loro concerto, visto che li hanno fatti suonare giusto una mezz’oretta; il che è un peccato, perché Tiranti e compari tirano su un’esibizione davvero pregevole. Discograficamente li ho persi di vista qualche disco fa, ma adesso toccherà fare un ripasso generale: la scaletta è quasi totalmente incentrata sul nuovo Architecture of a God, i cui pezzi suonano maturi, raffinati e con un approccio prog che ben si sposa alle ottime doti tecniche dei musicisti – peraltro oggi c’è addirittura John Macaluso alla batteria. Loro si divertono tantissimo sul palco, specie Thorsen, che sembra un bambino la mattina di Natale. Chiudono con Moonlight, che ci riporta di colpo a fine anni novanta, preparando il terreno per i Rhapsody. Da riscoprire assolutamente.

Ah già, ci sono pure gli EPICA. Seriamente, qualcuno mi sa spiegare il successo degli Epica senza mai nominare la cantante? Quest’anno è la seconda volta che mi capitano davanti, e spero quantomeno di aver esaurito il bonus-merda del 2017. Oggi poi è un incubo che non auguro a nessuno: questi suonano quasi un’ora e mezza e dall’Alcatraz per qualche motivo non si può uscire e rientrare (a proposito: ma perché?), quindi siamo bloccati là dentro con gli Epica che suonano per un’ora e mezza con volumi altissimi, e penso ad alcuni miei colleghi di MS, tipo Ciccio o Piero Tola o il Messicano, che in questa situazione avrebbero tentato di suicidarsi prendendo uno spigolo a testate fortissimo oppure alcolizzandosi fino a lasciarsi morire nei propri liquidi corporei abbracciati al cesso dell’Alcatraz. Di questa scena in particolare mi immaginavo proprio la foto sul giornale del giorno dopo, e se fossi davvero Irvine Welsh saprei sicuramente descriverla meglio. Fortunatamente l’Alcatraz ha lo spazio con le poltroncine su cui rifugiarsi, ché è vero che dagli EFICA (grazie, Maurizio) non puoi scappare, ma quantomeno te li subisci seduto.  (Leggi tutto)

E CHI SE NE FREGA #14

9 giugno 2017

Bentornati a E chi se ne frega, la frizzante rubrica sui titoli più inutili e imbecilli usciti su Blabbermouth.

Mikael Akerfeldt racconta di quella volta che Dave Mustaine gli fece provare la sigaretta elettronica

Per la cronaca, aveva creduto fosse droga e ci si era pure stonato.

Il cantante dei Kreator parla della sua dieta vegana

Jack Russel: l’alcol e la droga sono le cose peggiori del mondo

Aggiungiamoci anche il sesso, magari. Per i più giovani, stiamo parlando dell’ex cantante dei Great White, non del simpatico cane da compagnia.

L’ex cantante dei Motley Crue John Corabi spiega i motivi del fallimento commerciale del disco del ’94

Lo ha già fatto Piero.

Riapre a Las Vegas il negozio di fumetti del batterista dei System of a Down

I Saxon derubati di passaporti, portafogli e telefoni

Ed è successo a Umea, Svezia, non nei sobborghi di Caracas.

Duff McKagan vende la sua casa di Sherman Oaks per 3 milioni di dollari e 785mila

E qua i commenti non riesci a non leggerli.

Ah, la gioventù. Quando avevi il tempo di leggere tutti i commenti dei troll di Blabbermouth. A volte gli fregavi semplicemente qualche battuta, a volte ti suggerivano spunti che diventavano articoli, altre ancora ti leggevi per principio i commenti di quei tre o quattro che si distinguevano di più. (Leggi tutto)

Neanche la Nuclear Blast riesce a rovinare i MANTAR

7 giugno 2017

Il primo qua dentro a tirare fuori i Mantar fu Enrico, che recensì l’esordio Death By Burning, già abbastanza impressionante. Se ne accorse pure la McDonald’s Blast, per la quale uscì il secondo album Ode to the Flame, che non godeva del medesimo effetto sorpresa ma nondimeno lasciava intravedere potenzialità enormi. Potenzialità che esplodono nelle tre tracce di questo ep che, se verranno rispettate le promesse contenute in questi dodici minuti, potrebbe essere il preludio di un disco della madonna.

Vengono da Amburgo, sono solo in due, batteria e chitarra, ma pestano come se fossero in venti. Enrico aveva citato Melvins, Motorhead e Kvelertak. Aggiungerei la lucidissima psicosi di certo post-hardcore relapsiano dei primi anni zero, gli Unsane e i Crowbar, per quanto i Mantar detestino essere definiti un gruppo sludge. E hanno ragione; di fatto sono indescrivibili. (Leggi tutto)

GOD DETHRONED – The World Ablaze

5 giugno 2017

I God Dethroned sono uno dei gruppi più sottovalutati dell’ultimo ventennio. Avevano un’impronta classica e piacevano soprattutto a chi aveva ascolti ortodossi ma sfoggiavano un suono loro, riconoscibilissimo e perfettamente incanalato in quel che era diventato il metal estremo a metà anni ’90; un suono quasi inclassificabile, oltre le etichette death, black e thrash. I God Dethroned erano i God Dethroned e basta, e non so quanto questo abbia contribuito a far sì che non raggiungessero un successo commerciale proporzionato al loro talento. Quanto fosse un capolavoro incompreso The Grand Grimoire lo ha già ricordato Roberto su Avere vent’anni. Capolavoro di una discografia con pochissimi punti deboli e almeno un altro discone memorabile, The Lair of the White Worm, del 2004.

L’addio alle scene arrivò nel 2012, dopo nove full, tutti dal “carino, dai” al “quasi sovrumano” (già due anni dopo gli olandesi avrebbero tuttavia ricominciato a fare qualche data ai festival, senza impegno). The World Ablaze, primo album della reunion, appartiene alla categoria del “carino, dai”. (Leggi tutto)

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