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The Radikult Effect: ‘Kingdoms Disdained’, la stroncatura

11 dicembre 2017

In fondo me lo aspettavo. Era la scelta più logica, e non mi sento di biasimare nessuno per questo. Parlo naturalmente del “ritorno” alle origini dei Morbid Angel. Sì perché Illud non è stato solo il ground zero della band americana, ma anche un disperato grido d’aiuto di tutto il movimento death metal, agonizzante in un’epoca di sterilità stilistica in cui ormai anche le colonne portanti hanno iniziato a vacillare. Non ho la minima intenzione di discutere oltre di quel disco, alla luce del fatto che tutto ciò che si poteva dire è stato detto; non voglio nemmeno mettermi a parlare dell’ennesimo cambio di line-up, me ne è sempre fregato poco e preferisco concentrarmi sulla musica più che su chi la compone (nonostante sia consapevole che i due elementi sono irrimediabilmente correlati).

E allora avanti con Kingdoms Disdained. Vi dirò, quando il Belardi mi segnalò l’opener Piles Of Little Arms , non mi dispiacque affatto. Tuttavia ebbi la stessa reazione che avvertii all’epoca di Nevermore, e sappiamo tutti com’è andata a finire, quindi i piedi di piombo erano tassativi. Il resto del disco non è nemmeno così male, tutto sommato, anche se i paragoni che ho letto in giro con Gateways sono più che azzardati: qui manca completamente l’alone di oscurità cosmica che lì era pregnante. Il trademark dell’era Tucker c’è senza dubbio ma il tutto manca di mordente e, per quanto mi faccia un po’ male dirlo, Kingdoms Disdained mi ha annoiato. (Leggi tutto)

JOSH HOMME trasmigra in Guile di Street Fighter e dà un calcio a una fotografa

11 dicembre 2017

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Il canale digitale DMAX ci mostra con fierezza – tramite alcuni dei suoi più affermati format – come al mondo l’uomo si sia nel tempo adoperato a effettuare quotidianamente lavori pericolosissimi. Alcuni dei quali attentano addirittura alla sua incolumità, ad esempio trasportare legname su camion passando però per piste naturali ricavate sopra ad un lago ghiacciato al termine della stagione fredda, e con l’incombere di una primavera potenzialmente assassina. Aggiungerei che fare il fotografo ai concerti non è affatto una delle situazioni più comode in cui ci si può imbattere: per essere sincero, l’unica volta che ho temuto di buttare al cesso interi stipendi di attrezzatura è stata ad una serata con i Sabotage headliner nei dintorni di Scandicci. Si scatenò il pogo sulla celeberrima Killer della Notte, e mi arrivò addosso un tizio che per mia fortuna pesava fra i 20 e i 40 chilogrammi. Due metallari vicini a me hanno fatto in modo che nessuno dei due cadesse, e li ringraziai sentitamente (ma a dire il vero sarebbe stato da offrirgli come minimo una boccia di Glenfarclas).

Ma, a mettermi in guardia dai rischi per la salute e la sicurezza che questa situazione è in grado di offrire, è una fotografa statunitense di nome Chelsea Lauren, che – a pochissimi giorni dal disastro aeroportuale avvenuto in California – ha affrontato il leader della rock band da parrocchia Queens Of The Stone Age uscendone contusa e in direzione pronto soccorso. Pare che, sotto stress per il recente arresto, Josh non sappia più cosa inventare per darsi un tono, dato che il suo ultimo lavoro in studio si chiama Villains e, quando intitoli qualche cosa così, dovresti avere come minimo come ospite gente del calibro di Gaahl, comporre la roba più brutale che sia mai stata concepita e inneggiare al narco-satanismo sulla scia dei Brujeria. Inoltre, qualcuno gli avrà fatto notare che per suonare una specie di rockabilly danzereccia non importava sostenere photosession estive con tutta quella pelle borchiata addosso, ma era sufficiente un costume da bagnino emancipato, che in siffatte apparenze confessa al mondo la sua passione per Paul Masvidal e il suo irresistibile riffing filosofeggiante. Posseduto dal personaggio Guile di Street Fighter 2, durante uno show in California (luogo che a questo punto dovrebbe essere messo perlomeno in quarantena), Joshua ha colpito al volto la fotografa – la quale si trovava impegnata in una composizione ravvicinata, tradita dalla distorsione grandangolare che non le ha suggerito quale distanza di sicurezza mantenere.

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La finestra sul porcile: WONDER WOMAN

10 dicembre 2017


Il motivo principale per cui scrivo queste mie umili righe è perché in rete ho solo trovato recensioni molto positive su Wonder Woman, ma penso sia giusto che tutti voi sappiate che questo è il peggior film sui supereroi mai fatto. E la media è quella che è, peraltro. Quando l’altra volta si diceva che la DC stava cercando di imbarcarsi sulla stessa scia della Marvel, con risultati più pietosi della controparte, mi riferivo esattamente a cose come questa: perché, dopo aver fatto sul serio con la bellissima trilogia del Cavaliere Oscuro (il cui secondo episodio è uno dei migliori film degli ultimi quindici anni, più o meno) e quantomeno con il pregevole Man of Steel, la DC ha deciso di scimmiottare l’attitudine coloratissima e cazzona della Marvel e ne è uscita una specie di via di mezzo da incriminarli al tribunale de L’Aia.

Questa nuova era della DC credo si sia aperta con l’imbarazzante Batman vs Superman, per il quale ho anche speso soldi al cinema. Dopo un errore del genere, mi sono detto che MAI PIù avrebbero visto il mio denaro. Perdipiù un film chiamato Wonder Woman si qualifica già dal titolo, ché qua si scherza ma siamo nel 2017 e i paletti del grottesco sono stati fissati da parecchio. La tizia era stata presentata nel suddetto Batman vs Superman, in cui a un certo punto spuntava fuori mostrando dei superpoteri della madonna senza che nessuno spiegasse perché e percome. Ecco, in questo film lo spiegano, ma era meglio rimanere nell’ignoranza.

Il film fa schifo da tutti i punti di vista, ma mi soffermerei sul peggior difetto: la protagonista. A sentire i commenti in rete sembra la più bella, brava e cazzuta attrice del mondo, e in realtà è una cagna maledetta che passa tutto il tempo a fare boccucce e smorfiette. Dice che è stata nell’esercito israeliano e quindi sa fare a mazzate, ma mi sa che questi gli attori che sanno fare a mazzate non li hanno mai visti. Robin Wright, che nel film è una delle amazzoni milfone, sembra sappia fare a botte molto meglio di lei. Comunque, questo peso morto è onnipresente in quasi tutte le scene, e quando non salta al rallentatore ci delizia con prove attoriali degne di una fiction italiana del mercoledì pomeriggio.  Leggi tutto)

Il primo disco black metal composto da un’intelligenza artificiale

9 dicembre 2017

Per lavoro mi capita sovente di scrivere di intelligenza artificiale. La conclusione alla quale sono giunto è che Terminator è un film realistico, Skynet è una perfetta anticipazione del futuro distopico che ci aspetta e che quelle che oggi ci sembrano grandi minacce alla nostra sicurezza – dall’Isis ai platani che si abbattono sul Grande Raccordo Anulare – diventeranno materiale da barzelletta quando le macchine prenderanno il sopravvento ed estirperanno financo il ricordo delle nostre gesta da un pianeta divenuto buio e inabitabile, dove solo gli scarafaggi e altre forme di vita inferiori saranno in grado di continuare a prosperare, mentre battaglioni di droidi faranno strage dei pochi sopravvissuti e cancelleranno ogni traccia della nostra civiltà.

Oh, mica lo dico solo io. I miei timori sono condivisi da gente come Stephen Hawking ed Elon Musk, che non sono esattamente gli ultimi stronzi. Ma nemmeno i moniti di cotanti cervelli vengono presi sul serio da un’umanità cieca e allo sbaraglio, che sta investendo miliardi per preparare il proprio annichilimento. Le intelligenze artificiali ci stanno soppiantando in tanti campi che consideravamo dominio esclusivo dell’umano ingegno. Ci battono a scacchi, ci sbaragliano a poker e ora si mettono pure a scrivere dischi black metal.

Coditany of Timeness è un ep di cinque tracce composto interamente da un circuito neurale, con tanto di titoli generati automaticamente dall’algoritmo come “Timension” ed “Energiveness”, che in realtà starebbero benissimo su un album dei Borknagar. Gli empi apprendisti stregoni esecutori dell’insano esperimento sono tali Cj Carr e Zack Zukowski, che ne hanno spiegato le dinamiche a The Outline, ignari di aver scoperchiato un terrificante vaso di Pandora che i robot che suonavano Ace of Spades avevano solo timidamente iniziato ad aprire. (Leggi tutto)

Frattaglie in saldo #32: in gore we trust

9 dicembre 2017

PATHOLOGY – Pathology

Quando scoprii i Pathology con il quarto lp, Legacy Of The Ancients, ci uscii letteralmente scemo, e resto convintissimo che i californiani siano uno dei migliori gruppi brutal death usciti dagli Usa nel corso dell’ultimo decennio. Col tempo hanno un po’ perso smalto, complice una prolificità davvero eccessiva (otto dischi in nove anni, dal 2006 al 2014), e smisi di seguirli con la stessa smodata passione. I tre anni di pausa dal precedente Throne Of Reign sembrano però aver giovato in termini di ispirazione ed eccoli tornare su discreti livelli con questo album omonimo. Il genere è sempre quello: brutal cupissimo e splatterissimo animato dalla doppia cassa ossessiva dell’egregio Dave Astor (Cattle Decapitation, The Locust) e dall’immondo gorgoglio dell’ex Disgorge Matti Way, una delle ugole più deliziosamente ributtanti dell’underground estremo a stelle e strisce. Se non li avete mai sentiti, recuperate il materiale più vecchio: hanno fatto sicuramente di meglio. Se li avevate, come me, già eletti tra i vostri gruppi feticcio, acquistate qualche lattina di birra del discount, mettete su Pathology e cimentatevi nei rutti più gutturali e prolungati dei quali siete capaci: l’effetto karaoke sarà garantito.

BROKEN HOPE – Mutilated And Assimilated

In un anno che ha visto quasi tutto il gotha del death americano pubblicare dischi nuovi, ci può stare che mi fossi perso per strada l’ultimo dei Broken Hope. Omen Of Disease, l’album della reunion del 2013, era garbato molto al Bonetta, che è persona rispettabilissima, ma io lo accantonai dopo pochi ascolti e qualche sbadiglio, per quanto Damian Leski si fosse rivelato un dignitoso rimpiazzo di quell’autentico sturalavandini umano che era il defunto Joe Ptacek (peraltro ho scoperto che nel frattempo è morto pure il batterista originale Ryan Stanek). Il bassista Shaun Glass, uno dei due membri originali coinvolti nella reunion, se ne è andato ed ha lasciato il chitarrista e leader Jeremy Wagner da solo in compagnia dei suoi nuovi piccoli amici, che danno a Mutilated And Assimilated un’impronta più moderna e meno revivalista rispetto al predecessore, il che non è necessariamente un male. (Leggi tutto)

Decora la casa per Natale con i consigli di Metal Skunk

8 dicembre 2017

Il Natale è una cosa seria: i centri commerciali si riempiono facendo girare un quantitativo di soldi inimmaginabile e le figure storiche rinascono con puntualità, ma soprattutto c’è tanto amore.

È in funzione di quest’ultimo che Metal Skunk si attiva per i suoi lettori, che sicuramente ospiteranno moltissimi cari nelle proprie accoglienti case, al fine di trascorrere una gioiosa festività all’insegna della collettività e del reciproco fraternizzare: non vorrete mica farvi trovare impreparati! Le quattro mura entro le quali inviterete gli ospiti sono un luogo speciale perché è lì che avranno deciso di trascorrere il giorno più importante dell’anno, motivo per cui ci sarà bisogno di curare nel dettaglio alcuni vitali accorgimenti:

IL PRESEPIO

In nessuna casa che si rispetti mancherà un Presepio. Pratico da cinque o sei anni l’hobby della fotografia e una regola in cui mi riconosco è: non aggiungete troppe cose alla composizione ma piuttosto toglietene, e l’occhio cadrà più facilmente sui suoi elementi di spicco. Secondo questa visione minimalista delle cose, il Presepio è uno scenario concettualmente sbagliato e quindi leveremo di mezzo il Cristo, gli animali circostanti e tutti coloro che lo rendono più affollato di uno dei centri commerciali di cui sopra. Il nostro Presepio assomiglierà molto da vicino alla copertina di Under The Sign Of The Black Mark (di cui possiedo fiero la t-shirt), ossia un baratro di roccia con una sporgenza presumibilmente terminante in una caverna dalla quale si affaccia – festosa e piena d’amore – una figura umanoide avente indosso la maschera di un Caprone. Sarà necessaria una qualsiasi action figure di medio-piccole dimensioni, sulla quale collocheremo il volto caprino realizzandolo con il metodo della carta pesta che ci hanno insegnato a scuola. Per il baratro vi consiglio invece uno di quegli sfondi rocciosi che si trovano in ogni negozio di acquari discretamente fornito, e che solitamente vengono adoperati per le vasche che ospitano i pretenziosi Ciclidi Africani. Qualcuno farà domande, voi darete la colpa a Quorthon e – quando si lamenteranno – farete presente ai bigotti che non si manca di rispetto ai defunti.  (Leggi tutto)

Le ultime prove in studio (e dal vivo) di PROCESSION ed EPITAPH

7 dicembre 2017

Tutto è partito da Doom Decimation, ultimo disco in studio dei cileni Procession, che ho ascoltato poco prima di una loro data dal vivo a pochi chilometri da casa mia. A dire il vero il disco non mi ha fatto proprio impazzire: Destroyers Of The Faith era più coinvolgente ma soprattutto non si erano ancora spinti a realizzare una copertina tremenda come l’ultima. Parenti, amici e grafici dovrebbero stringersi attorno a te quando hai un’idea del genere, a costo di dirti che la miglior cosa da ottenere è un artwork minimalista, nero e con il logo appena visibile che scimmiotta cose di successo del 1991. L’album scorre piacevole ma gli manca qualche vero e proprio picco, e nonostante l’apripista sia sufficientemente aggressiva e bissata da una buona hit centrale come Amidts The Bowels Of Earth, si arriva in fondo senza avvertire particolari sussulti. Suonano doom, di quello tradizionale, ma senza rinunciare a una pesantezza di fondo che risiede nell’heavy metal classico degli anni ’80. Ma solo ritrovandoseli davanti si capisce quanto siano legati a quel tipo di estetica e, soprattutto, quanto ci credano realmente: cartucciere in vista sui pantaloni, pelle dappertutto e le magliette giuste, a simboleggiare questa sorta di gemellaggio con il nostro paese.  (Leggi tutto)

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