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Avere vent’anni: PANTERA – Reinventing the Steel

28 marzo 2020

Edoardo Giardina: Al momento di decidere chi dovesse recensire Reinventing the Steel quasi tutta la redazione è scappata e ha cominciato a passarsi la patata bollente. Tra chi diceva che fa cagare senza appello, passando per chi prova a farselo piacere da venti anni ma non ci riesce, arrivando a chi lo reputa comunque discreto – che scade nel mediocre solo se paragonato agli altri loro album. Io faccio parte di questi ultimi e mi trovo anche d’accordo con chi ha fatto notare il paradosso del titolo: i Pantera sono stati uno dei gruppi metal più importanti e innovativi degli anni Novanta (i primi quattro album sono degli anni Ottanta infatti e facciamo finta che fossero di un altro gruppo); l’album che è il più normale si intitola Reinventare il metallo. Perché alla fine è questo Reinventing the Steel, un album normale, che arriva a fine carriera, poco prima dello scioglimento ma a dissapori e litigi interni inoltrati. Però i Pantera erano un gruppo talmente straordinario che, nonostante tutto ciò, malgrado un Phil Anselmo che chiaramente già non ce la fa più e con un Dimebag Darrell poco ispirato, riuscì comunque a pubblicare un album che farebbe sfigurare molte discografie e che contiene pezzoni della madonna come Revolution is my Name e Yesterday Don’t Mean Shit.

Stefano Greco: Reinventing the Steel è, a ragione, considerato da molti (tutti?) una mezza delusione. Non è un discorso puramente qualitativo (alla fine ha anche diversi ottimi pezzi), il problema vero è che il capitolo finale dei Pantera è una promessa mancata. Per almeno due motivi. Il primo, ovvio, è che rappresenta l’esatto contrario di quello che il suo titolo tanto pomposamente afferma: è un disco che non reinventa assolutamente nulla, ma che al contrario guarda consapevolmente indietro. Il secondo motivo, parallelo a quanto già detto, è che per la prima volta da Cowboys from Hell la band non fa un passo in avanti in termini di cattiveria e abbrutimento del suono. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: DISTURBED – The Sickness

27 marzo 2020

Grazie a questa rubrica abbiamo potuto in certo qual modo ripercorrere con calma e rivalutare il nu metal degli esordi – che poi nacque e si sviluppò proprio nella seconda metà degli anni Novanta, periodo che Avere vent’anni ha finora preso in considerazione. E forse ce n’era anche bisogno, perché prima dell’arrivo del djent era probabilmente il sottogenere metal più bistrattato dai puristi. Non saprei spiegarne precisamente il motivo, ma in retrospettiva immagino che fosse perché aveva attirato molte nuove leve che potevano così sentirsi e atteggiarsi da cattivoni metallari senza essere passati prima dalle basi, avendone quindi meno diritto (?).

Ad ogni modo, ho sempre avuto l’impressione che, dopo essere nato nelle periferie della California con Korn, Deftones e Coal Chamber, il baricentro del nu metal con Slipknot e American Head Charge (i primi due che mi vengono in mente) si sia spostato verso il Midwest e la Rust Belt. Regioni degli Stati uniti che probabilmente incarnano ancora meglio tutto l’immaginario che il genere si porta dietro, ovvero droghe, violenze domestiche, manicomi, sociopatia, disagio, deindustrializzazione, edifici abbandonati e quartieri deserti. Fin qui tutto bene (più o meno), no? Poi sono arrivati i Disturbed. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: VADER – Litany

27 marzo 2020

litany

Litany mi diede delle grosse preoccupazioni.

Se con i Kyuss seppi ricollegare l’improvviso malfunzionamento delle pessime casse installate in auto alla mia smania di godere dei bassi tipici del gruppo statunitense, nel caso dei Vader caddi un po’ dalle nuvole. Il buon Doc aveva combinato un bel macello, e chissà quante altre vittime fece prima d’abbandonarci.

La storia è questa: misi su Litany, appena acquistato a scatola chiusa, e mi accorsi che c’era decisamente qualcosa che non andava. Ma era diverso da quella volta con i Kyuss, perché l’impianto era perfettamente in funzione e non c’era stato quello sgradevole stridere e scoppiettare che ridusse in silenzio l’abitacolo sulle note di Blues for the Red Sun. Stavolta lo sapevo. Non avevo sfondato nulla dentro a quegli sportelli, ma avvertivo ugualmente una gran sofferenza.

In situazioni del genere il concetto di problem solving ti porta a pensare a una serie di soluzioni da Windows 95, tipo spegnere, riaccendere e vedere che diavolo succede. Girai a sinistra la rotella e le cose andarono decisamente meglio. Ma volevo davvero ascoltare Litany dei Vader allo stesso volume dello Zoo di 105?

Rimisi tutto a manetta, ovvero, come i polacchi meritavano d’essere ascoltati, e nel giro di cinque minuti avrei buttato via un altro paio di casse, ritrovandomi in fretta e furia dall’elettrauto di fiducia.

“Solitamente di serie non installano prodotti che hanno una gran resa, Marco”.  (Leggi tuttto)

Le teorie del complotto di TIMO TOLKKI

26 marzo 2020

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Volevo aspettare almeno che tirasse fuori un album coi suoi nuovi amici sudamericani prima di riparlarvene. Ma non c’è stato verso. In redazione è più di una settimana che mi tampinano di richieste esplicite o mi subissano di messaggi subliminali affinché ne scriva ancora e ancora e ancora. Io glielo dicevo regà, non è il caso, aspettiamo almeno che crepi ma niente: il Belardi, il Giardina, ma soprattutto il Cortesi, hanno insistito così tanto che alla fine… Oops, I did it again.

Avevamo lasciato il nostro eroe finnico dalle grandi braghe calanti alle prese con una perniciosa cacarella messicana e ai tentativi del dottor Pedro Gonzales Jiménez (nome di fantasia che uso per celare la vera identità del malcapitato medico) di farlo stare meglio con le sue cremine e punturine di medicinali non ben identificati. Questa idilliaca scena, che mandò il solitamente quieto Carrozzi fuori dai marsicani gangheri, è l’ultima che ci siamo pregiati di condividere con voialtri preziosissimi lettori. Nelle giornate successive al periodo dissenterico di Timo Tolkki, diciamo così, non è successo nulla di particolarmente interessante, a parte le solite foto della peggio merda che si mangiava al McDonald, ai soliti annunci di presunte collaborazioni da avviare, concerti da organizzare, eredità da acquisire, il tutto condito da frasi spocchiose e menefreghiste all’indirizzo del Sars-CoV2, tipo:

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Poi, amici, è successa una cosa…

È accaduto che Timone ha incontrato una persona che gli ha aperto gli orizzonti della mente sulle verità ultime e Timo, che è uno che con queste cose ci va a nozze, ha letteralmente sbroccato ed ha iniziato a sviluppare un’articolatissima teoria del complotto che sottende a tutto questo casino del corona virus. E noi, potevamo mancare? Andiamo con ordine, ché la faccenda è complicata assai.

Prequel. L’incontro con Fabio Lione.

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La soffiata che, pare, gli sia arrivata direttamente dal noto cantante italiano, suona inquietante anzichenò. Alle ore 23:56 dell’11 marzo 2020, Fabio Lione, direttamente dal suo profilo Facebook, ci informa che (mi permetto di riassumere il Lione-pensiero perché sarebbe troppo lungo da citare tutto e poi la cosa va ben al di là delle mie capacità cognitive): 20.000 soldati delle truppe americane stanno entrando nel nostro Belpaese, nessuno sa perché, nessuno sa cosa ci sia dietro (e no, non mi fregherete anche stavolta dicendo che si tratta della solita esercitazione!1), la cosa dovrebbe preoccuparci e farci riflettere tutti, QUALCOSA STA ACCADENDO, mentre noi siamo distratti da cose tipo la chiusura delle scuole, dai giornali e dalle trasmissioni che parlano continuamente del coronavirus – ah, dunque lo sapevi da quel dì che la situazione in Italia si stava mettendo male, eh furbacchione?37.000 soldati americani in totale si stanno ammassando in EVROPA bla bla bla, l’ipotetica minaccia, ma quale minaccia, le tensioni USA/Russia, lo sapete che è alleata con la Cina? molti mezzi militari, troppe munizioni, e le mascherine? e i Marò? qualcosa non torna, ma perché noi dobbiamo stare chiusi dentro casa E I MILITARI AMERIKANI A SPASSO? perché non ne parla nessuno? lo diceva Fusaro: LA MONARCHIA DEL DOLLARO, guarda un po’, proprio adesso si diffonde il coronavirus, meditate gente, meditate, SVEGLIAAA!!11!!1 SVEGLIAAAA!!!1111!!!!11 SVEGLIAAAAAAAAAA!!!!!111111111111  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ENTOMBED – Uprising

26 marzo 2020

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Minimalismo totale, ostentato da una scarna copertina in bianco e nero: quando mi ritrovai davanti Uprising, lo presi a scatola chiusa mentre mi rimbombavano ancora in testa le severe recensioni dedicate a Same Difference. Fu come un richiamo.

Per il sottoscritto gli Entombed arrivano fin qui e al successivo Morning Star. Questi “ultimi” due capitoli segneranno una sorta di chiusura del cerchio, a differenza del diffuso pensiero che li indicava già in pilota automatico, o intenti a correggere i presunti errori di Same Difference.

Same Difference a me piace. È uno dei dischi degli Entombed a cui sono più affezionato e l’unica sua colpa è quella di suonare come una gigantesca occasione mancata, poiché avrebbe potuto ambire a un risultato certamente migliore di quello ottenuto a conti fatti. C’era più personalità e unicità in Same Difference che in qualunque altra cosa incisa dopo Wolverine Blues, e almeno di questo aspetto dovremmo prendere atto. Uprising riazzera i rischi, sporca un’altra volta la produzione e spinge sull’acceleratore oltre che sulla componente rock, sui Motorhead, e su tutto quello su cui è impossibile aver da ridire. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SPIRITUAL BEGGARS – Ad Astra

25 marzo 2020

Quando Jeff Loomis entrò negli Arch Enemy verso la fine del 2014 alcuni pensarono, me compreso, che fosse uno spreco di talento enorme, non solo per le capacità di Loomis ma soprattutto per la condizione degli Arch Enemy, un gruppo di cartone morto da almeno vent’anni di cui salvo, post-Burning Bridges del 1999, giusto qualcosa dal successivo Wages of Sin, ma proprio poco. Come durino ormai da tutti questi anni è per me un mistero, francamente: dischi fatti appunto di cartone, in serie, uno uguale all’altro con minime variazioni (giusto la copertina e i titoli dei pezzi, toh), iper-prodotti, iper-pompati dalla critica, che poi nell’80% dei casi è composta da quindicenni/ventenni col cazzo in una mano e una foto di Alissa White-Gluz (e prima ancora di Angela Gossow) nell’altra, e impegnati dieci mesi all’anno in tour su tour per fare cassa, visto che di cd non se ne vendono più e Spotify, come gli altri servizi in streaming da internet, paga poco gli artisti. È un mondo difficile. Ciò detto, quello che sfugge a molti è che Loomis non è l’unico ad essere sprecato negli Arch Enemy, anzi il caso di spreco più eclatante secondo me non è manco lui ma Michael Amott. La cosa sfugge perché Amott è da sempre identificato con gli Arch Enemy, essendone lui, più che il fratello Chris, l’anima fondante ed imprescindibile. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MARTYR – Warp Zone

24 marzo 2020

Di quegli anni ricordo benissimo la questione del Canada e del death metal tecnico. Non era una scena particolarmente compatta, anzi più o meno ognuno tendeva ad andare per i cazzi propri, ed è esattamente quello che fecero i Martyr di Daniel Mongrain.

Fra gli altri nomi “minori”, i Quo Vadis applicarono voce e melodie dei Carcass a una struttura più accomunabile al death metal tecnico. Altri nominerebbero i Neuraxis, ed io, a dire il vero, ripenserei piuttosto a quant’era bravo il loro batterista Alexandre Erian (successivamente aggregato ai Despised Icon). I Martyr si presentavano come il gruppo più stravagante dei tre, nonostante tutti ricercassero una propria personalità per non esser bollati come successori, o peggio ancora come cloni dei più celebrati colleghi americani, e dunque, di Atheist, Cynic e Death. Andò male lo stesso: quando avevo diciotto anni un tale mi consigliò i Martyr sulla scia del motto “se ti piacciono i Death prova con i Martyr, hanno un che. Ok, pur sempre di death metal si trattava, ma allora mi sfuggì un dettaglio che oggi è fin troppo facile da comprendere. (Leggi tutto)

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