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Bimbi delle scuole medie intitolano il singolo ai BEHEMOTH

8 agosto 2018


Per dovere di cronaca, oggi ho fatto colazione con una brioche spaccata in due e riempita di Nutella, uno yogurt alla ciliegia, succo di mele e il blasfemissimo nuovo video dei Behemoth. Si tratta di un estratto dal loro prossimo album, in uscita a ottobre e dal titolo I Loved You At Your Darkest. Che in pratica credo sia una qualche specie di citazione biblica, anche se pare più suggerito da Ville Valo durante un festino a luci rosse a Cracovia, nei sotterranei di una bettola gestita dal buon Piero Tola. All’interno della tracklist campeggia anche Ecclesia Diabolica Catholica, chiaramente rubata da una penna USB appartenente a Shagrath.

Ma veniamo al singolo. Per la sua intitolazione, dato che la carta migliore Nergal se l’era già giocata con Wolves Ov Siberia, che non avrò alcun modo di sentire fino a ottobre ma è già la mia canzone preferita dei polacchi insieme a Decade Of Therion e Christians To The Lions, il celebre frontman si sarebbe affidato a un’intera classe della scuola media Sacro Cuore di Gesù di Rybnik, ridente cittadina di circa 150.000 abitanti del voivodato di Slesia. I ragazzini non hanno avuto dubbi: il brano andava intitolato per forza di cose God=Dog, e la scelta ha non poco impegnato Nergal nella realizzazione del conseguente videoclip.  (Leggi tutto)

Gente con i capelli strani: ZEAL & ARDOR – Stranger Fruit

7 agosto 2018

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La mia conclusione è che in Svizzera si calano della roba potentissima.

Il sospetto uno già poteva averlo con i Coroner o le band di Tom Gabriel Warrior, ma la certezza arriva con gli Zeal & Ardor, che in pratica sono la creatura di tale Manuel Gagneux, ovvero uno coi capelli a metà fra William DuVall degli Alice In Chains e Marouane Fellaini del Manchester United. A vederlo così messo non avresti dubbi: suona Indie Rock, frequenta le serate in cui gente come Mark Ronson mette musica di merda, e ha un grossissimo problema coi parrucchieri. La realtà è che questo tizio ha già pubblicato alcuni album come Zeal & Ardor, e la prima volta che hanno provato a descrivermene uno (il precedente Devil is Fine) era palese che mi stessero prendendo per il culo. In pratica, il concetto era “black metal più elettronica, più musica nera“, il che oltre a farmi ribaltare sulla sedia mi incuriosì al punto che lo ascoltai, lo trovai un passatempo su cui investire quei cinque o dieci minuti al massimo, e me ne dimenticai completamente. Non era per niente brutto, ma qualcosa di indefinito ancora non mi tornava proprio.  (Leggi tutto)

Un disco per l’estate: IMMORTAL – Northern Chaos Gods

6 agosto 2018

Non so se avete idea di cosa significhi passare il mese di agosto a Milano, a lavorare, senza ferie. Le temperature si aggirano tra i 30 e i 35 gradi, l’aria è immobile e pesante, i vestiti ti si appiccicano addosso e le zanzare ti sciamano intorno come demoni impazziti assetati del tuo sangue. Svegliarsi la mattina grondante sudore, infilarsi in una macchina torrida nonostante sia stata tutta la notte in un garage sotterraneo, guidare per mezz’ora sull’asfalto bollente che evapora sulla linea dell’orizzonte, in una città deserta e agonizzante che ti maledice ogni secondo – e tu maledici lei, unica grande città europea senza non dico il mare, ma neanche un corso d’acqua degno di questo nome che non siano i Navigli, ramificazioni diaboliche che penetrano la metropoli portando in grembo uova di zanzara ovunque tu voglia cercare di nasconderti. E poi passare ore in un mefitico open space – e c’è un posto molto speciale all’inferno per chi ha inventato gli open space – con la collega igienista e new age che odia l’aria condizionata “perché le fa male alla pancia” e quindi apre la finestra: ma lei può venire in gonna corta, magliettina scollata e scarpe aperte, mentre tu, povero stronzo, sei costretto nei tuoi pantaloni lunghi e camicia, e le scarpe chiuse che ti arrostiscono i piedi tanto che i calzini a fine giornata ti iniziano a parlare, solitamente per insultare la summenzionata collega. E poi gli amici che ti mandano le foto del mare, a Porto Cesareo, a Penna Grossa, agli Alimini, o in qualsiasi altro punto del Salento, l’amato Salento, la madrepatria, HEIMAT, che per otto mesi all’anno è il purgatorio e per gli altri quattro è il paradiso in terra, e tu fai cattivissimo sangue, e come se non bastasse i colleghi milanesi che alla domanda ah domani vai in ferie? E dove vai? ti rispondono in Salento, maledetti milanesi, tutti in Salento, e io nell’hinterland milanese, a bestemmiare, bestemmiare fortissimo, alzando il volume dello stereo della macchina per coprire i moccoli. Spero che andiate a farvi incastrare in qualche trappola per turisti nel centro storico di Lecce, maledetti, a mangiare pasta del discount con le vongole spagnole del cazzo in qualche ristorante che vi fa pagare 50 euro a persona sparandovi Despacito a cannone; e poi spero che andiate a Otranto, o a Ostuni, o a Cisternino, dove ci sono tanti miei gloriosi compatrioti che appena sentiranno il vostro accento saranno disponibilissimi a fregarvi con tutte le scarpe con un sorriso ingannevole mentre vi chiedono otto euro per un cocktail annacquato o venti euro per le linguine con le cozze tunisine, e voi pubblicherete i vostri selfie del cazzo convinti di stare vivendo un’esperienza verace, ansiosissimi di tornare a casa e raccontare ai colleghi del vostro ufficio del terziario di quanto è bello e TRUE il Salento, maledetti, mannagghia a chi vi è stramalimilamuerti: andate, andate, andate alla notte della taranta, andate a Baia Verde, andate alle dancehall fatte apposta per i turisti, fatevi le foto col mojito e fatemi rosicare, che spenderete dieci volte di più del normale per affollare le mete da guida turistica per gonzi a Ferragosto dove finirete per litigare con qualche altro zarro romagnolo o che so io, e per farvi passare il nervoso ci sarà la birretta piccola a cinque euro vendutavi col solito sorriso complice de lu Salientu da qualche altro mio glorioso compatriota. A questo penso, mentre sono in macchina sulla circonvallazione esterna di Milano, fermo al semaforo tra papponi con la Maserati bianca con moldava d’ordinanza al seguito, cinesi con la Kia che fumano sigarette coi finestrini chiusi e gente stravolta dal caldo che dà l’impressione di dover schizzare da un momento all’altro e spaccare la testa a qualcuno perché glielo dicono le voci nel cervello.  (Leggi tutto)

Prog in pillole: BETWEEN THE BURIED AND ME – Automata II

4 agosto 2018

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In neanche cinque mesi sono tornati i Between the Buried and Me con la seconda parte di Automata. E se già la prima ci aveva meravigliato per la sua brevità, Automata II viene accorciato di un altro po’ per un totale di 33 minuti.

In realtà sull’album in sé non c’è da dire tanto, perché molte cose le avevo già scritte nella recensione di Automata I e si potrebbero tranquillamente copiare e incollare. Viene ovviamente proseguito il concept vagamente distopico e si percepisce una certa continuità anche a livello di sonorità. La componente progressive rimane una costante e quella metal è se possibile ancora più addolcita rispetto al precedente – ma questo è un trend che si può riscontrare già da Coma Ecliptic. Sono soprattutto le prime due tracce di Automata II ad essere state edulcorate, mentre verso la fine dell’album ritorna un po’ di pesantezza. Per fortuna neanche qua sono stati ripresi i cambi di tempo e di atmosfera scriteriati che mi avevano fatto quasi odiare Coma Ecliptic(Leggi tutto)

L’attesa per il nuovo ALICE IN CHAINS mi sta uccidendo

3 agosto 2018

Doveva succedere ed è successo. Sono trascorsi cinque anni da The Devil Put Dinosaurs Here, gli Alice In Chains hanno annunciato per fine agosto il loro nuovo album Rainier Fog, e le due tracce anticipate hanno fatto schizzare così in alto l’hype che mi sono praticamente ripassato l’intera discografia in meno di una settimana. Senza saltare nemmeno SAP, collaborazioni o puttanate varie, e naturalmente cose serie come i Mad Season. Quindi andava scritto qualcosa.

Il punto è che gli Alice In Chains sono la mia band “grunge” preferita, anche se per anni ho sostenuto l’idea che con Staley avessero colto l’attimo di onnipotenza pubblicando Dirt, e realizzato buone cose in tutti gli altri momenti della loro breve ma energica carriera. La realtà è che Dirt è l’album perfetto, quello in cui ogni persona può scegliere le proprie canzoni preferite e scontrarsi con le scelte altrui, o addirittura snobbare una ovvia Down In A Hole in favore delle meno celebrate Junkhead o Hate To Feel, queste ultime, due delle mie predilette in assoluto. Ne consegue che competere con quel titolo sia una sfida persa in partenza, e che probabilmente il solo Jar Of Flies può accettare senza uscirne con le ossa anche in parte rotte. Il resto è ottimo anche senza toccare vette del genere, a partire da quel debut trainato da due singoli fortissimi come la profetica We Die Young e Man In The Boxil video con la mucca penso abbia rovinato l’adolescenza a un sacco di gente, ma ci andava bene lo stesso. Il tutto passando per SAP, che apprezzo fino a un certo punto anche per via di certe ruffianate come Got Me Wrong, e passando per il capolavoro Jar Of Flies, che contiene la mia canzone preferita della band di Seattle, Rotten Apple, ovvero una cosa che non ascolterei dalla mattina alla sera solo perchè riesce davvero a devastarti lo stato d’animo.  (Leggi tutto)

Lezioni di vita

2 agosto 2018

È morto Mark Shelton e ancora non me ne capacito. La notizia mi ha colto all’estero e solo adesso ho modo di buttare giù due righe. Due righe… Onorare la vita del “nostro” Shark meriterebbe più di due righe. Raramente la fine di un artista riesce a farmi commuovere. Per fare l’unico paragone recente possibile, quando se ne andò via Lemmy non stavo così male. Forse perché Lemmy non era esclusivamente “nostro”. Invece Mark era il nostro Mark e di nessun altro. Che il paragone con Lemmy si dia per concluso ora. Mark Shelton era un personaggio tutt’altro che mainstream, totalmente distante da qualsiasi show business, anzi, si può dire che all’interno dello stesso mondo dell’heavy metal era fra i meno conosciuti. I lettori più giovani tra voi, quelli che hanno iniziato ad ascoltare metal nei 2000, probabilmente lo conoscono solo grazie al fatto che qui, su Metal Skunk, non abbiamo mai perso occasione di parlare dei Manilla Road e del loro padre fondatore e magari neanche riescono a comprendere cosa andiamo cianciando da qualche giorno su di lui. Quando ero ragazzino li avevo ascoltati distrattamente senza coglierne l’importanza e ogni tanto mi capitava di leggere queste recensioni di qualche illuminato che si sperticava in lodi sull’ultimo di una lunga serie di dischi prodotti. Sinceramente non ne capivo il senso. O meglio, intuivo che c’era qualcosa di importante che non avevo ancora colto, rimandandone l’approfondimento. È solo da qualche anno, infatti, da “vecchio”, che ho svelato quel mistero che da più giovane mi era precluso ed in questi anni quel mistero è diventato parte del mio essere. Sicuramente, quindi, non perderemo occasione di parlarne anche in futuro, anzi ne sono certo, anche perché ne abbiamo il diritto in quanto ne celebravamo le gesta già in vita, lo consideravamo un nume tutelare già in vita. A maggior ragione, per noi, Mark Shelton è un nume tutelare ora, un punto di riferimento, un esempio. Nessuna paraculata, nessun piagnisteo, qui si celebra e si celebrerà la vita e non la morte di colui il quale ci ha insegnato a campare, o quantomeno ha contribuito a ciò largamente, con l’attitudine e l’esempio. Abbiamo il sacrosanto diritto di scrivere queste parole. Dirò, quindi, che ha vissuto facendo ciò in cui credeva, la musica, l’epica, i palchi, la gente normale, la vita on the road, la generosità verso i suoi fan, quei pochi ma fedelissimi fan che lo seguivano dappertutto e che ne ingigantivano le gesta, come fosse un eroe d’altri tempi, uno di quegli eroi dei suoi amati libri fantasy. Quei fan che quando gli è stato chiesto di contribuire per il rientro della salma, nel giro di due giorni hanno risposto con la stessa generosità, donando molto più di quanto nessuno si aspettasse.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: luglio 2018

31 luglio 2018

VINTERSORG – Hedniskhjärtad

Michele Romani: Ho sempre seguito con interesse la carriera di Andreas “Vintersorg” Hedlund, sia con la sua band madre che con i magnifici Otyg, il suo side project prettamente folk metal forse abbandonato troppo presto. Vintersorg invece fortunatamente è ancora in attività, e dopo un periodo di sperimentazioni ha deciso di ritornare parzialmente all’antico con la seconda parte del capolavoro Till Fjälls, che ricalca appunto le sonorità black/folk/viking di quel disco e del primo ep d’esordio di cui mi accingo a parlare. Hedniskhjärtad è un coraggioso tentativo di accoppiare al black – viking metal delle vocals prevalentemente pulite, che se oggi è una cosa abbastanza comune vi assicuro che nel 1998 non erano in molti a portare avanti questo speciale connubio. Un chiaro esempio da questo punto di vista è l’incredibile traccia d’apertura Norrland, un sentito tributo di Andreas alla natura desolata e incontaminata che circonda la piccola cittadina di Skellefteå (da cui proviene) nel profondo nord della Svezia, che dopo un iniziale arpeggio di squisita natura folk esplode in un black metal tiratissimo a cui fa da contraltare il timbro baritonale di Vintersorg che conosciamo tutti molto bene. Da segnalare anche la successiva “Stilla”, caratterizzata dalle soavi vocals femminili della sua compagna degli Otyg Cia Hedmark, le deliziose chitarre acustiche di Hednaorden e la conclusiva e cadenzata Tussmorkret. Ovviamente parliamo di un Vintersorg ancora allo stato embrionale e qualche difettuccio qua e là viene fuori, come una voce a volte veramente esagerata che copre tutto il resto e la produzione troppo ovattata, con tastiere e drum machine curate dall’amico Vargher (Ancient Wisdom, Throne of Ahaz), eb isognerà aspettare Till Fjalls per scoprire appieno tutte le potenzialità di questo grandissimo artista.

PAIN OF SALVATION – One Hour by the Concrete Lake

Edoardo Giardina: Ho sempre avuto l’impressione che One Hour by the Concrete Lake fosse l’album più bistrattato dei Pain of Salvation, quello meno apprezzato tra i più apprezzati. Cioè, se chiedi a qualche fan degli svedesi quale sia il suo album preferito molto probabilmente risponderà The Perfect Element Pt. 1, Remedy Lane o al massimo Entropia. E in parte avrebbe anche ragione, perché è vero che One Hour by the Concrete Lake è abbastanza dispersivo. I PoS probabilmente non hanno ancora acquisito quell’abilità nella costruzione di concept album che mostreranno nelle successive due uscite. Ogni tanto si perdono ancora in qualche passaggio spocchioso ultra-tecnico tipico della peggiore tradizione prog. Al netto dei quali però si trovano già passaggi carichi di pathos come Black Hills, la seconda metà di Inside e Inside Out (la suite finale che poi inseriranno in chiusura di quasi tutti gli album che seguiranno). E le ultime due continuano a suonarle live e le hanno riproposte anche al Largo Venue. Insomma, One Hour by the Concrete Lake è un album ancora di passaggio, che non ha avuto troppa presa sul pubblico. Ciononostante rimane comunque importantissimo nel loro sviluppo artistico.

NAGLFAR – Diabolical

Trainspotting: La grande sfiga dei Naglfar è stata debuttare con un disco enorme come Vittra. Tra tutto quello che è venuto dopo c’è anche parecchio di gradevole, ma durante l’ascolto il paragone con il fenomenale debutto serpeggia sempre. Diabolical ebbe l’improbo compito di succedergli, cosa che lo condannò per sempre; cosa ancora più grave, per gli ascoltatori dell’epoca, sterzava decisamente verso il death melodico svedese, con l’ovvia conseguenza della perdita dell’atmosfera maestosa e notturna di Vittra. (Leggi tutto)

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